Il bambino che ascoltava il tempo: Brendan Becht e il gusto del collezionare

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Se un giorno passeggiaste per Via Solferino a Milano, verso Piazza XXV Aprile, potreste passare davanti al ristorante Zazà Ramen e sbirciare dalle vetrine le opere d’arte appese alle due grandi pareti all’entrata.  Se decidete di entrare poi, vicino al bancone trovate una foto in bianco e nero, scattata in Olanda, con un Lucio Fontana divertito sotto i suoi baffi e un bambino sorridente con l’orologio dell’artista vicino all’orecchio. 

Lucio Fontana e il piccolo Brendan Becht

Il piccolo sta ascoltando il ticchettare del tempo e all’epoca dello scatto nessuno può sapere, se non il Tempo, che quel bambino dopo tanti anni si sarebbe trasferito in Italia, proprio nella Milano di Fontana, e che diventerà un entusiasta collezionista di arte, proprio come lo erano i suoi genitori.

Quel bambino è Brendan Becht e i suoi genitori, Agnes & Frits Becht, erano una coppia curiosa sia di design (in casa avevano la Radio Cubo Brionvega, il divano di Carlo Scarpa, la Eames Lounge Chair) che di tutte le novità che l’arte proponeva negli anni ‘60. Non compravano con l’idea dell’investimento, ma più per capire come i cambiamenti della società si esprimessero anche attraverso gli artisti. Come se l’arte fosse un commento ai cambiamenti.

Nel corso degli anni hanno comprato più di 1500 opere, firmate da nomi che oggi sono nella storia del contemporaneo: Joseph Beuys, Jim Dine, Panamarenko, Tom Wesselmann, Tetsumi Kudo, Arman, Daniel Spoerri, Martial Raysse, Woody van Amen, Peter Blake, Piero Gilardi, Mimmo Rotella, Yayoi Kusama e Lucio Fontana.

Agnes Becht e il piccolo Brendan Becht

Torniamo alla foto del piccolo Brendan che da adulto diventa chef e, dopo varie esperienze a Londra e Parigi, si trasferisce a Milano per collaborare con Gualtiero Marchesi. Nel 2013, siccome è anche appassionato di Giappone, decide di aprire un ristorante specializzato in Ramen e in questa nuova attività trova il modo di condividere, oltre alla passione per la cucina giapponese, anche quella per l’arte.  

Due volte l’anno, infatti, invita artisti, da ogni parte del mondo, ad esporre sui muri del suo locale e quando ho scritto a Brendan per intervistarlo stava preparando la mostra “Hues of Delicacy”, che si potrà visitare fino ad ottobre, con le opere di Anila Rubiku. 

Zazà Ramen – Hues of delicacy – courtesy of Anila Rubiku – Ncontemporary_ph: Sarah Indriolo

La storia di queste opere è molto interessante perché Anila nel 2004, passeggiando per Milano, aveva scoperto le vetrate colorate dei secondi ingressi dei palazzi meneghini, alcuni disegnati da architetti come Portaluppi, Gio Ponti o Muzio. Le vetrate sono state mappate per un progetto fatto per lo spazio Assabone, fondato da Elena Quarestani, e da qualche tempo hanno ispirato una nuova evoluzione della pratica di Anila: quella di ricreare quelle vetrate cucendo delle perline di vetro colorate su tela.

I materiali vengono usati come colori e tanto la pratica, quanto ogni elemento, hanno permesso all’artista di creare delle opere molto originali e di raccontare anche una parte della sua storia personale: la meraviglia del suo primo arrivo a Milano come studentessa, con la scoperta della città tramite l’architettura e le vetrate, il ricamo che la lega alla memoria della sua terra di origine (l’Albania) e infine le perline di vetro che l’avvicinano alle comunità native canadesi di Toronto, città dove lavora per una buona metà dell’anno, e dove ha approfondito la tecnica.

Vedere le opere di Anila Rubiku nel ristorante di Brendan Becht ha un significato più profondo. Solo nell’Arte, e nelle arti (compresa la cucina), quei concetti astratti che chiamiamo nazionalità, origini, appartenenze, identità etniche diventano ingredienti perfetti a creare connessioni tra individui e non inutili elementi di distinzione e divisione. 

Thomas Berra, Self (2024), acrilico su tela, 40×30 cm

Negli ultimi 12 anni Brendan Becht ha accolto ben 22 artiste e artisti, ingaggiando una ventina di gallerie. Il primo è stato David Tremlett nel gennaio 2014, poi è arrivato Kees de Goede, dopo è venuto il turno di Ayako Nakamiya & Tetsuro ShimizuAntonello RuggeriJan van der PloegGoldschmied & Chiari, di Jacqueline Peeters, di Thomas Berra, di Hermann Bergamelli, di Michele Lombardelli, di Nathalie Du Pasquier e molti altri. Nel mio incontro con Brendan mi sono ricordato della mia prima volta, come cliente ignaro del progetto, e della mia sorpresa quando sono entrato e mi sono trovato di fronte alle tele di Jacqueline Peeters. La prima domanda non poteva che essere: come è nato questo progetto?

Brendan BechtQuando ero alla ricerca del luogo per il mio ristorante, appena sono entrato in questi locali di via Solferino e ho visto le due grandi pareti, la prima cosa che ho pensato è stata “questi due muri sono perfetti per fare qualcosa con l’arte contemporanea!”. Avevo già l’idea di esporre arte nel ristorante, come aveva fatto mio padre quando aveva organizzato delle mostre di arte contemporanea accanto al bar Bodega De Posthoorn a L’Aia.

È dalla visione delle due pareti di Zaza Ramen che è nato il progetto, in cui ho cercato sin da subito di coinvolgere le gallerie. La prima è stata quella di Giò Marconi ora sono circa una ventina. Poi ho contattato gli artisti amici e quelli che colleziono. A volte sono loro che si propongono. Questo progetto mi permette di   unire le mie passioni per il cibo e per l’arte contemporanea.

SD: Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Le opere esposte da Zazà Ramen spesso fanno questo effetto: sorprendere i clienti. Ci racconti se c’è un aneddoto di qualche cliente? 

BB: Ti racconto prima di quel mio amico che una volta era così entusiasta per una mostra che ha detto “ora sì che queste opere mi piacciono molto!”, facendomi intendere che le scelte precedenti non l’avevano soddisfatto, anche se non me lo aveva detto. Poi ti dico che sono sorpreso del successo di alcune mostre, perché poi i clienti, quando sono convinti te lo dicono subito e con molta passione. Alcuni di loro, specialmente quando faccio opere site specific sulla prima parete dell’ingresso, di quelle che andranno perse per sempre, mi dicono che non dovrei eliminarle.

Ci sono clienti che mi suggeriscono il modo per non distruggere le opere… che inevitabilmente sono destinate a sparire dietro una pennellata… Ma forse è questa la vera forza dei wall paintings. Anche a me spesso viene il dubbio di non stare facendo la cosa giusta… ma l’accordo con gli artisti è fondato sul fatto che alcune opere sono effimere e resteranno solo nel ricordo e nelle fotografie che abbiamo scattato.

Toon Verhoef, senza titolo (1984), Litografia, serigrafia su carta, 91×63,5 cm
Jan van der Ploeg, Painting No. 1705 – untitled (2017), acrilico su tela, 57×57 cm

SD: Mi hai raccontato che tuo padre aveva organizzato, accanto al Bodega De Posthoorn, un bar ancora aperto all’AIA, una serie di mostre alla fine degli anni ’50 (tra cui una con opere di Piero Manzoni nel ’59) e che in occasione della retrospettiva di Lucio Fontana nel 1967 allo Stedelijk Museum di Amsterdam, i tuoi genitori organizzarono una festa in onore dell’artista nella vostra casa a Hilversum. Tu quando hai deciso di continuare questa tradizione di famiglia?  

BB: Io sono sempre stato interessato all’arte, con due genitori che amavano tenere opere in casa, e con artisti sempre ospiti: per me è stata una cosa naturale. Per me stare in mezzo all’arte è sentirmi a casa. Come famiglia Becht avevamo già una collezione, anche importante grazie alle scelte stilistiche che avevano fatto i miei. Io però a 30 anni non avevo tanti soldi per comprare arte, anche se occasionalmente avevo acquistato delle cose che mi interessavano. 

È stato dopo la morte di mio padre, circa venti anni fa, quando ho iniziato ad occuparmi della collezione di famiglia e dei molti prestiti che ci vengono chiesti. È stato allora che ho cominciato a comprare con più convinzione cose anche per la nostra casa di Milano. Poi con il progetto di esporre opere a Zazà Ramen, grazie agli artisti e ai galleristi che collaborano con questa iniziativa, ho ampliato la mia collezione “milanese”. 

Michele Lombardelli, untitled (2023), acrilico e tempera su carta fabriano, 76×55,5 cm
Kees de Goede, Spazio mentale, grigio (2014), acrilico e fuliggine su lino, ø 72 cm

SD: “Gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia” si legge nel romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. C’è una storia che vorresti raccontare legata ad un’opera da te commissionata o posseduta?

BB: Non c’è una storia particolare anche se poi sono molte le cose che potrei raccontare. Per me e per mia moglie Estelle comprare arte è sempre legato ad un incontro. Ricordo bene dove ho visto le opere per la prima volta, se dopo sono riuscito a parlare con il gallerista e con l’artista. È sempre l’incontro che mi convince di star facendo una buona scelta. Ad esempio, con Michele Lombardelli, artista di Cremona, è successo che sia io che mia moglie, da lontano e senza che ce lo fossimo detti, siamo stati entrambi attirati dalle opere che erano esposte a Verona dalla A+B Gallery.  

Michele era già stato nel nostro ristorante, avevamo scoperto di avere interessi comuni, e quindi abbiamo comprato diverse cose da lui, ci ha anche regalato un bellissimo lavoro… e poi abbiamo pensato di aprire le porte di Zazà Ramen e fare un suo intervento qui.

Ora che stiamo parlando di Lombardelli, visto che entrambi avevamo conosciuto Giuseppe Panza di Biumo, ti racconto un’altra cosa: sai che quando vivevo ancora in Olanda, e Panza era venuto a trovare i miei, io avevo cucinato per lui? E ti dirò che quando sono andato a trovare Panza, nel periodo in cui lui non acquistava più cose nuove, gli ho chiesto come mai si fosse fermato e lui mi ripeteva “no more cash, no more cash”.

Casa Becht

SD: È sempre divertente scoprire cose nuove sui collezionisti. A proposito, prendo la frase di Gayford e Hockney che nel loro libro scrivono “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore”. Una collezione ci parla molto anche dei collezionisti: la tua cosa potrebbe dirci di te? 

BB: Io e mia moglie compriamo delle opere per appenderle sui muri della nostra casa e viverle con loro.  Ci succede che spesso, quando arrivano alcune nuove acquisizioni, abbiamo il problema di scegliere quali staccare e quali tenere. Alcune opere sono lì da vent’anni, altre invece le spostiamo. Tutti i giorni, quando sono sdraiato a letto, o sul divano, ogni opera mi fa pensare all’incontro con l’artista che l’ha realizzata, alla situazione in cui l’abbiamo vista per la prima volta.

In corridoio, ad esempio, incontro le opere di Lombardelli e ripenso a quando ha realizzato le sue opere nel ristorante. Oppure abbiamo opere di Thomas Berra… e ripenso spesso anche all’incontro con il loro gallerista. A volte quello che ti colpisce di un’opera è più il fatto estetico, altre volte è la scelta “di voler vivere con quell’opera d’arte in casa.”

SD: Thomas Bernhard in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo (…) se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”Come collezionista hai mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera? 

BB: No non ho mai provato questa sensazione. Mi piace l’idea che da Zazà Ramen ci siano delle opere site specific, che nascono per il mio ristorante, ma non che siano state fatte per me e che poi andranno cancellate per sempre. 

Goldschmied & Chiari, Untitled View, stampa digitale su specchio, vetro (2017), 70×115 cm
Michele Lombardelli, Senza titolo – Untitled (2022), tempera e acrilico su tavola, 40×25 cm

SD: Alan Bennett nel suo scritto ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordi con Bennett?

BB: No, non ho questa fissa del possesso. Vedo delle cose bellissime che mi piacerebbe avere, ma non mi viene di prenderle e portarle via. Per me l’arte non è solo possesso o accumulo. Se compriamo delle opere vuol dire che ci piacciono veramente tanto. 

SD: Pierre Le-Tan, parlando dei collezionisti che aveva conosciuto, come a voler dare un consiglio generale, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Ti senti estraneo alle mode? 

BB: Io intenzionalmente non seguo le mode. Certo quando vado in giro nelle gallerie, o nelle fiere, vedo che ci sono lavori che seguono alcune tendenze e come collezionista ne potrei essere influenzato… ma non compro perché va di moda qualcosa. Seguo solo il mio gusto, quindi compro anche cose non sono di moda per gli altri ma che invece a me dicono molto.

SD: Maurizio Cattelan in un’intervista ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Ti piace pensarti nei panni di un genitore adottivo per un’opera e, perché no, per artiste e artisti?  

BB: Cattelan non è l’unico a dire una cosa del genere, molti artisti vogliono seguire le loro opere, dopo che sono state vendute, e stanno attenti alle collezioni delle quali fanno parte. Ma per me non userei questa terminologia. A me piace prendermi cura delle opere che acquisto, mi piace pensarmi in un modo caloroso… d’altronde sono un “cuoco” a cui piace far mettere a sedere le persone, affinché stiano comode, e condividano il piacere dello stare insieme, anche mangiando. 

Cristiano Tassinari, Two birds (2020), 70×50 cm

SD: Gertrude Stein ripeteva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa rinunceresti per un’opera d’arte? 

BB: Fortunatamente non ho dovuto mai rinunciare a nulla per l’arte. Sin da piccolo sono stato circondato da opere di artisti che oggi sono considerati di valore, quasi come delle celebrità del mondo dell’arte contemporanea, ma che per i miei genitori erano come gli artisti contemporanei di oggi. In sincerità quando ero più giovane, e vivevo solo del mio e quindi non avevo possibilità, non ho comprato arte.  Poi quando ho avuto i miei primi risparmi, con mia moglie abbiamo cominciato ad acquisire le opere che ci dicevano qualcosa.

SD: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri da mettere nel suo catalogo, ad una famiglia che adotta, ad un custode che conserva: a cosa ti paragoneresti come collezionista? 

BB: Io mi sento più un piccolo collezionista. Non compro con l’idea di “stare mettendo insieme una grande collezione”, come può essere per qualche grande nome di collezionista. Cerco di conservare lo spirito dei miei genitori e non compro con l’idea di essere “solamente” un collezionista. Per assurdo, a volte, penso di non essere un collezionista, per come lo si potrebbe intendere ora.

SD: Mark Rothko parlando dei suoi dipinti scriveva “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”Una collezione, un’opera può fare compagnia?

BB: Pensando a Rothko credo che oggi egli sarebbe contento di vedere le sue opere a Firenze, nel museo di San Marco con le opere del Beato Angelico e nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana. Per tornare alla tua domanda: sì credo che l’arte faccia compagnia. Io vivo con l’arte, sono contento tutti i giorni di passare davanti ad un’opera presente in casa mia.   

SD: Ci consigli un posto, anche e soprattutto fuori dai soliti giri, che un appassionato di arte deve frequentare?

BB: C’è un posto, unico al mondo, dove sono riuscito ad andare dopo tanti anni, nonostante avessi vissuto in Giappone e ci fossi tornato molte volte. Consiglio di visitare le Isole di Naoshima con i bellissimi musei. È un posto unico, ci sono opere di James Turrell, Bruce Nauman, Kusama e poi agli artisti viene chiesto di fare interventi site specific nelle case dei pescatori. 

Michele Lombardelli, senza titolo – Untitled Pink (2024), tempera e acrilico su tavola, 25×20 cm (2x)

SD: Molti collezionisti prima di cominciare ad acquisire si sono messi a studiare. Hai un libro che consiglieresti a chi vuole avvicinarsi al collezionismo di arte? 

BB: Consiglio il libro di Giuseppe Panza di Biumo perché si respira l’attitudine del collezionista e nel suo racconto si comprende bene cosa significa quanto sia importante l’incontro con un’artista. Poi consiglio la biografia di Fontana di Paolo Campiglio, pubblicata da Johan and Levi, perché Fontana è l’emblema dell’artista aperto alle cose nuove. 

SD: Prendo in prestito il titolo del libro del collezionista e scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e ti chiedo: qual è l’opera che ti manca? Magari quella che è andata via per sempre o che ancora deve arrivare…

BB: Sicuramente è quella che deve ancora arrivare. Anche se abbiamo diverse opere, quando vediamo qualcosa che ci colpisce poi la prendiamo. Noi speriamo sempre ci sia qualcosa di nuovo che ci convinca.

SD: Elio Fiorucci in un’intervista al Corriere disse che per dormire bene lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa un collezionista prima di addormentarsi?

BB: Non tutte le sere penso alla stessa cosa.  Ma sicuramente penso agli incontri che ho avuto con gli artisti o con i galleristi con cui abbiamo immaginato nuovi progetti. Pensare alle cose nuove fa venire in mente pensieri positivi e belle situazioni. Dopo il vernissage con Anila Rubiku, ero molto soddisfatto perché ho ripensato che quella sera Zazà Ramen fosse pieno di persone e anche di artisti che hanno già esposto qui. Questo è stato il segno che oltre alle opere fisiche qui si è ricreata un’atmosfera e un ambiente favorevole agli incontri tra persone. È stato un bel pensiero con cui andare a dormire, come quando penso alla prossima mostra o il prossimo viaggio…

Matteo De Nando, Pluriball (2019), olio su tela in cotone montato su telaio, 50×40 cm

Tutte le interviste purtroppo ad un certo punto devono finire, il tempo ticchetta e non si ferma per nessuno. Fortunatamente l’incontro con Brendan è continuato davanti ad un piatto di Ramen. Mi ero dimenticato di chiedergli quale fosse l’ultima opera arrivata nella sua collezione. Mi ha risposto che è un’opera di Eugenia Vanni e poi siccome abbiamo parlato di viaggi e di Puglia mi ha raccontato che ha preso delle opere di Francesco Arena, artista pugliese.

Tra le altre cose Brendan mi ha detto che questo progetto di esporre arte nel ristorante contribuisce a creare un ambiente di lavoro sempre interessante e nuovo anche per i suoi collaboratori. Gli ho confermato che anche i clienti apprezzano molto il fatto di tornare e trovare nuove opere alle pareti.

Il suo ristorante è una continua metamorfosi. Prima di salutarci abbiamo parlato di eventuali progetti futuri e mi ha detto che non gli dispiacerebbe fare qualcosa in futuro con la videoarte. Io già mi sono immaginato le persone che passeggeranno di notte per Via Solferino e che si soffermeranno davanti alle vetrate di Zaza Ramen, come fosse una vera e propria galleria d’arte, e con i visi schiacciati sul vetro… pieni di sorpresa!  

Salvatore Ditaranto
Salvatore Ditaranto
Salvatore Ditaranto si occupa di marketing, contenuti e palinsesti televisivi in Rcs. È appassionato di arte, di editoria e di Milano.

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