Nel parco del Museum of Islamic Art, il grande artista tedesco firma un padiglione permanente che trasforma la sua ricerca sulla pittura, sull’immagine e sulla percezione in architettura.
Ci sono artisti che attraversano la storia dell’arte e altri che, in qualche modo, contribuiscono a riscriverla. Gerhard Richter appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da oltre mezzo secolo il pittore tedesco è uno dei protagonisti assoluti della scena internazionale, capace di muoversi dalla figurazione all’astrazione senza mai smettere di interrogarsi sulla natura stessa dell’immagine. I suoi Abstraktes Bild sono da decenni presenza stabile nelle grandi collezioni e nei musei internazionali, mentre sul mercato alcune opere hanno raggiunto valutazioni di diverse decine di milioni di dollari. Ora, alle soglie dei novantacinque anni, Richter aggiunge un nuovo capitolo alla propria ricerca: non un dipinto, ma un’architettura concepita come opera d’arte.

Si chiama Doha Pavilion: Gerhard Richter e sarà inaugurato il 20 novembre 2026 nel parco del Museum of Islamic Art di Doha, alla vigilia dell’apertura di Rubaiya Qatar, la nuova quadriennale internazionale dedicata alle arti visive. Un progetto permanente, site-specific, realizzato da Richter con Selldorf Architects, nel quale i confini tra pittura, scultura e architettura diventano volutamente indistinguibili.

Il padiglione ha una pianta esagonale e nasce attorno a uno dei nuclei più radicali della ricerca di Richter: gli Strip. Le sei pareti esterne sono rivestite da pannelli decorativi ottenuti attraverso un complesso processo matematico. Tutto parte da un’immagine del 1990, Abstract Painting (724-4), progressivamente suddivisa in un numero sempre maggiore di strisce verticali, fino a 8192 segmenti, poi specchiati e ripetuti per generare una trama simmetrica. Un procedimento digitale che produce però un risultato sorprendentemente vicino alle geometrie dell’arte islamica, con le sue forme modulari, le ripetizioni e gli arabeschi capaci di estendersi idealmente all’infinito.
All’interno, tre grandi Strip paintings portano questo processo alle estreme conseguenze: l’immagine originaria viene scomposta in sottilissime bande orizzontali, ciascuna larga appena 0,08 millimetri. Al centro dello spazio si trova invece lo Strip Tower, una scultura tripartita progettata appositamente per il padiglione. A completare l’ambiente sono due grandi Mirrors, superfici a tutta altezza che riflettono opere, architettura e visitatori, moltiplicando lo spazio e trasformando ogni presenza in parte dell’opera.
All’esterno, infine, trova posto Brunnen (Well), una scultura in pietra che introduce un ulteriore elemento nel dialogo tra arte, spazio e architettura.
«Doha è il posto giusto e l’unico posto per il mio Padiglione», ha dichiarato Richter, ricordando il viaggio compiuto in Qatar nel 2013, proprio mentre stava sviluppando gli Strip. Un’affermazione che racconta bene la natura del progetto: non una semplice nuova sede espositiva, ma un’opera pensata per quel luogo e per quella relazione particolare tra cultura occidentale e tradizione visiva islamica.
Il Doha Pavilion diventa così anche una dichiarazione sullo statuto dell’arte contemporanea: Richter prende una delle sue più celebri riflessioni sulla pittura e la porta fuori dalla tela, trasformandola in uno spazio tridimensionale da attraversare. Non più soltanto immagini da guardare, dunque, ma immagini nelle quali entrare.




