Aaaah Paris Internationale 2026, la fiera che preferisce le deviazioni alle certezze

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Al 187 e 189 quai de Valmy, sulle rive del Canal Saint Martin, Paris Internationale ha cambiato pelle e indirizzo. Tra gallerie indipendenti, artisti che sfuggono alle classificazioni, progetti speciali e una nuova architettura da attraversare, la dodicesima edizione ha scommesso su un’idea di fiera meno prevedibile, dove la scoperta conta ancora quanto il mercato.

Parigi, durante la settimana dell’arte, è una città che mette a dura prova la capacità di attenzione: le inaugurazioni si accavallano, le gallerie moltiplicano gli appuntamenti, le conversazioni si trasformano in una specie di gara di resistenza e persino l’entusiasmo, a un certo punto, rischia di assumere l’aria stanca di un obbligo mondano. Bisogna esserci, vedere tutto, (ri)conoscere tutti, possibilmente fotografare qualcosa prima che qualcuno lo abbia già pubblicato. In questo clima, Aaaah Paris Internationale ha un merito che non darei per scontato, quello di provare a spostare la questione: non tanto dove bisogna essere, ma che cosa valga davvero la pena guardare.

Nata nel 2015 dall’iniziativa di un gruppo di galleristi, la manifestazione ha costruito negli anni una propria identità, mantenendosi in equilibrio tra ambizione internazionale e indipendenza curatoriale. La dodicesima edizione, aperta al pubblico fino al 24 ottobre, riunisce 56 gallerie e cinque spazi non profit provenienti da 19 Paesi, con 15 partecipanti alla loro prima presenza. Numeri che raccontano una crescita, ma non spiegano fino in fondo la personalità della fiera. Per comprenderla bisogna guardare alla selezione, alle relazioni che cerca di costruire e, quest’anno più che mai, al luogo che ha scelto per raccontarsi. La sensazione è che Aaaah Paris Internationale voglia sottrarsi alla logica della fiera come gigantesca vetrina, dove le opere competono per conquistare pochi secondi di attenzione. Non è una dichiarazione contro il mercato e sarebbe ingenuo leggerla così, è piuttosto un tentativo di rimettere al centro la qualità delle proposte e la possibilità di incontrare lavori che non si lasciano comprendere immediatamente. Una differenza sottile e al contempo importante in un momento in cui la visibilità sembra spesso precedere il contenuto e la riconoscibilità rischia di diventare un requisito più importante della ricerca.

aaaahhh Paris Internationale

Il primo cambiamento è il nuovo indirizzo, al 187 e 189 quai de Valmy, nel decimo arrondissement e in uno dei quartieri più interessanti per osservare le trasformazioni della città. Il Canal Saint Martin è parigino senza essere monumentale, creativo senza doverlo dichiarare a ogni angolo, attraversato da una quotidianità che convive con negozi indipendenti, atelier, caffè e una vita di quartiere ancora autentica e riconoscibile. Portare qui una fiera d’arte internazionale significa inserirla in un contesto che non coincide perfettamente con l’immaginario più patinato del sistema: la scelta è interessante proprio perché non cerca “l’effetto cartolina”.

Il quartiere possiede già una propria energia e la manifestazione può misurarsi con essa anziché costruire intorno a sé un universo completamente separato dalla città. La nuova sede si estende per circa 3.500 metri quadrati e comprende due edifici collegati internamente. Il primo, affacciato sulla strada, è una torre di cinque piani, il secondo si sviluppa su tre livelli intorno a una corte. Il progetto architettonico è affidato allo studio basilese Christ & Gantenbein, che torna a collaborare con Aaaah Paris Internationale dopo le precedenti edizioni. È una struttura che promette un’esperienza diversa dalla consueta successione di stand disposti lungo corridoi interminabili: la verticalità impone un ritmo, le corti introducono pause, le connessioni fra i due corpi dell’edificio suggeriscono percorsi che possono essere esplorati in modi differenti; il visitatore non è semplicemente invitato a procedere da un’opera alla successiva, ma deve costruire una propria geografia, e in una fiera, dove la velocità è quasi sempre considerata un vantaggio, questa possibilità di perdersi acquista un valore particolare, perché non tutto deve essere immediatamente accessibile allo sguardo, non ogni incontro deve trasformarsi in una conclusione. Una fiera può funzionare proprio quando ci costringe a modificare il nostro itinerario mentale, quando un’opera vista quasi per caso finisce per diventare il ricordo più persistente della giornata.

Il carattere di Aaaah Paris Internationale emerge soprattutto dalla composizione delle gallerie: accanto a realtà europee consolidate compaiono spazi provenienti dall’Asia, dall’Africa, dal Nord America e dall’America Latina; Adams and Ollman da Portland, Blank Projects da Città del Capo, Bombon Projects da Barcellona e Madrid, Don da Shanghai, El Apartamento tra L’Avana, Madrid e Miami, Gaga da Città del Messico, Magician Space da Pechino, Temnikova & Kasela da Tallinn e Tomio Koyama da Tokyo sono alcuni dei nomi che compongono il panorama dell’edizione.

Una geografia ampia, che acquista significato quando smette di essere un elenco di provenienze e diventa un confronto fra pratiche: la vera internazionalità non consiste nel portare in una stessa stanza gallerie di continenti differenti e dichiarare così risolto il problema della pluralità, consiste nel creare le condizioni affinché le differenze emergano senza costringerle dentro categorie rassicuranti o trasformarle in una successione di curiosità esotiche. È un punto importante, perché il mercato globale dell’arte ama raccontarsi come uno spazio aperto ma continua a essere attraversato da gerarchie geografiche, istituzionali ed economiche: alcune scene dispongono di una visibilità consolidata, altre devono continuamente negoziare il proprio ingresso nei circuiti internazionali. Le gallerie indipendenti possono svolgere un ruolo decisivo proprio in questa zona di tensione, accompagnando artisti che non corrispondano necessariamente alle aspettative più immediate dei collezionisti.

Tra le realtà più interessanti da osservare c’è sicuramente Ciaccia Levi, che negli anni ha costruito una programmazione attenta alle ricerche emergenti e alle connessioni fra artisti di generazioni diverse. Il suo percorso tra Parigi, Milano e Torino racconta anche una trasformazione più generale del lavoro delle gallerie, sempre meno legate a una sola città e sempre più impegnate a costruire relazioni attraverso geografie mobili: la recente scelta di stabilirsi nella storica Bottega d’Erasmo di Torino, edificio progettato negli anni Cinquanta da Roberto Gabetti e Aimaro Isola, suggerisce inoltre una sensibilità per i luoghi che va oltre la semplice ricerca di uno spazio commerciale.

Kostis Velonis, Moby-Dick Has Gone South, 2026, allo stand di The Breeder

The Breeder, nata ad Atene nel 2000 e diventata negli anni un punto di riferimento per la scena contemporanea greca e internazionale, presenta un lavoro di Kostis Velonis. Nella pratica dell’artista, una sorta di “neghentropia”può essere letta come il tentativo di generare nuove possibilità all’interno di ciò che sembra destinato al disfacimento: le forme non si presentano come strutture definitive, ma come tracce di un ordine provvisorio, capaci di trattenere e riorganizzare frammenti di memoria, desiderio e utopia. Ed è in questa resistenza silenziosa alla dispersione che si apre uno spazio generativo: ciò che resta non è semplicemente il residuo di un progetto fallito, ma la materia da cui può emergere una configurazione inedita. Velonis sembra suggerire che costruire non significhi imporre un ordine al caos, bensì riconoscere, dentro le sue fratture, la possibilità di nuove forme di coesistenza; la neghentropia diventa così una pratica di ricomposizione fragile e mai conclusa, un gesto che non annulla il disordine, ma lo trasforma in una condizione fertile per immaginare altri modi di abitare il presente.

Da Ciaccia Levi Kenny Dunkan mette in scena una delle questioni più ambigue della cultura visiva contemporanea: il potere delle immagini di costruire identità, orientare il desiderio e stabilire chi merita di essere visto. Nato in Guadalupa e attivo tra riferimenti alla diaspora, alla moda e alla cultura popolare, l’artista attraversa i confini tra estetica e politica senza rinunciare alla seduzione dell’oggetto.

Nelle opere presentate in fiera, trame di elementi metallici triangolari intercettano il corpo, lo frammentano e lo restituiscono attraverso riflessi instabili. La figura non scompare, ma smette di essere immediatamente accessibile: è filtrata da una struttura che insieme espone e nasconde, trasformando la visione in un’esperienza di distanza. Il corpo emerge così non come dato naturale, ma come superficie sulla quale si depositano convenzioni, aspettative e rapporti di potere. Ed è proprio la qualità ornamentale dell’opera a renderla interessante, la geometria riflettente attrae lo sguardo, mentre ne complica la presa: ciò che sembra offrirsi alla vista continua a sottrarsi. La ricerca di Dunkan si muove nel terreno di questa ambivalenza, tra desiderabilità e controllo, immagine individuale e rappresentazione collettiva, cultura alta e immaginario popolare. In un contesto dove le opere devono catturare l’attenzione e diventare desiderabili, anche una ricerca critica sui dispositivi della rappresentazione rischia di essere assorbita dalla stessa economia visiva che interroga. Non è un limite da liquidare, quanto piuttosto il nodo da cui partire per leggere il lavoro: quanto può essere sovversiva un’immagine quando la sua seduzione è anche ciò che la rende vendibile? La forza dei lavori Dunkan sta nel non offrire una risposta rassicurante, resta da capire se sia la struttura dell’opera a incrinare davvero il nostro modo di guardare o se, almeno in parte, finisca per assecondarlo. È in questa tensione, più che nelle intenzioni dichiarate, che si misura l’interesse della sua presenza a Aaaah Paris Internationale.

Il murale di Mie Yim per lo stand della galleria Villa Magdalena

Allo stand della galleria Villa Magdalena di Madrid e San Sebastián il murale di Mie Yim site-specific non svolge una funzione di sfondo, ma introduce una geografia immaginaria in cui il cosmico e il terrestre cessano di essere poli distinti, aprendosi a una continuità instabile tra mondi, forme e sistemi d’intuizione. 

Nella nuova serie dei suoi dipinti a olio giardini e foreste assumono la fisionomia di ecosistemi disallineati, scenari in cui la natura non offre più alcuna promessa di armonia, ma si manifesta come un territorio in cui qualcosa è mutato irreversibilmente. La grammatica figurativa del “manhwa” con la sua apparente immediatezza, si innesta su una sensibilità post-impressionista che dissolve i contorni e destabilizza la leggibilità dell’immagine. Ne deriva una pittura in bilico tra familiarità e straniamento, nella quale la dimensione fiabesca non attenua il carattere perturbante dei paesaggi, ma lo rende più incisivo.

Carrie Bencardino, Glaze Series, 2026, allo stand Piedras Galeria

Con il solo show concepito per lo stand di Piedras Galeria, Carrie Bencardino firma una partitura visiva affilata e seducente, elevando l’estetica della messa in scena a dispositivo teorico. Al centro del progetto, il ciclo Glaze schiera sette imponenti oli su tela dove l’intimità erotica viene sottratta al voyeurismo per essere riconfigurata come performance figurativa. L’artista trasforma il supporto pittorico nell’estensione di un rigoroso allestimento fotografico e set-design: la materia ad olio si stende secondo epidermiche velature translucide, quasi smaltate, traendo linfa dai codici e dai linguaggi underground. La luce, gelida e lenticolare, non si limita a illuminare ma cristallizza i corpi, scardinando lo sguardo binario e trasformando la superficie dipinta in una zona d’ombra altamente concettuale.

Forte delle recenti consacrazioni al MALBA e dei passaggi a Liste e NADA, l’esordio francese di Bencardino con la galleria di Buenos Aires supera la semplice rappresentazione per farsi lucida anatomia del desiderio contemporaneo, riaffermando la pittura come spazio critico incandescente e radicale.

Anche Goswell Road, che festeggia dieci anni di attività, offre uno spunto significativo con There Will Be Flowers, un libro da colorare pubblicato attraverso la propria sigla editoriale Road House Publications. Potrebbe sembrare un progetto minore rispetto alle grandi installazioni e alle presentazioni individuali, ma è proprio in queste deviazioni che una fiera rivela talvolta la propria personalità. Il libro, oggetto quotidiano e accessibile, introduce una diversa modalità di relazione con le immagini. Non chiede soltanto di essere guardato o posseduto, invita a essere utilizzato, attraversato e trasformato.

In un sistema nel quale ogni oggetto tende a diventare un indicatore di valore e di appartenenza, l’editoria può conservare una dimensione più libera, capace di raggiungere persone che non necessariamente entrano in una galleria per acquistare un’opera. Non significa contrapporre ingenuamente il libro al mercato, ma riconoscere che la circolazione dell’arte può assumere forme differenti e che una fiera interessante dovrebbe essere in grado di ospitarle tutte.

Se la nuova sede parigina della fiera rappresenta il grande cambiamento architettonico dell’edizione, In the Bellies of the Rocks di Ayman Zedani è il progetto che più direttamente sembra dialogare con l’idea di attraversamento. L’artista saudita presenta un’installazione che riunisce un film a due canali, una nuova serie di sculture e interventi concepiti per lo spazio parigino. Il progetto nasce dalla collaborazione con Arts AlUla, AlUla Contemporary Art Museum e AFALULA e occupa una posizione strategica all’ingresso della fiera. La collocazione non è secondaria: l’ingresso è il luogo in cui il visitatore arriva con il proprio bagaglio di aspettative, ma non ha ancora stabilito un ordine di priorità; è una soglia, un momento di passaggio fra la strada e lo spazio espositivo. Inserire qui un lavoro immersivo significa provare a rallentare il ritmo della visita, suggerendo che prima di cominciare a scegliere sia necessario fermarsi, ascoltare e osservare. E il lavoro di Zedani mette in relazione geologia, archeologia e immaginazione: le rocce non sono semplicemente elementi di un paesaggio, né forme da contemplare per la loro qualità estetica, ma divengono archivi materiali, depositi di temporalità che precedono e superano la durata dell’esperienza vitale.

La materia geologica apre così una prospettiva nella quale il passato non è soltanto ciò che è accaduto, ma qualcosa che continua a esistere sotto forme differenti, in attesa di essere interpretato. È una prospettiva che mi ha interessato perché sottrae il paesaggio alla sua funzione più consueta di fondale: siamo abituati a consumare i territori attraverso immagini che ne condensano immediatamente il carattere, una montagna, una distesa desertica, una costa, una città, il paesaggio è quindi riconoscibile, riproducibile e facilmente utilizzabile come simbolo; Zedani sembra invece cercare una relazione più ambigua con il territorio, nella quale la materia non si esaurisce in ciò che mostra e la memoria non coincide necessariamente con una narrazione lineare.

Il film a due canali introduce una dimensione temporale che le sculture possono prolungare nello spazio fisico, il visitatore è invitato a confrontarsi con differenti livelli di percezione, passando dall’immagine in movimento alla presenza concreta degli oggetti. La combinazione può trasformare l’installazione in un ambiente da attraversare anziché in un’opera da osservare frontalmente.

Tra i progetti che ampliano la prospettiva internazionale della fiera, Second Nature occupa una posizione importante.

Realizzato in collaborazione con Korea Arts Management Service e curato da Oriane Durand e Jiwon Yu, riunisce sette gallerie coreane emergenti: APOproject, CAPTION, INGAHEE, IAH, RANEE SEOUL, sangheeut e WWNN.

È una realtà che merita attenzione, soprattutto perché il crescente interesse internazionale per la Corea del Sud rischia talvolta di produrre un’immagine culturale troppo compatta, nella quale fenomeni diversi vengono ricondotti a una sola identità nazionale.

Younguk Yi, A Portrait of a Dog slowly revealing the fact that humans who believe they know best what their dog loves end up repeatedly calling the dog’s name in front of the reality that its gaze and direction always shift according to the fingertips holding a treat and that they were in truth loving the moment that happiness returns toward them more than the happiness itself, 2026, allo stand della WWNN di Seoul

Tra gli artisti coinvolti figurano BBK, duo formato da Jongwan Jang e Junho Jang, Dew Kim, Heemin Son, Hyunwoo Lee, Jisoo Lee, Jonghyun Park, Kay Yoon, Koo Jiun, Kun, Kwak Intan, Moon Joohye, Noah El Hachem, Shinoh Nam, Soojung Jung, Yongjae Lee Kang e Younguk Yi. Una selezione ampia, che invita a guardare oltre l’idea di una generazione omogenea e a interrogarsi sulle differenze di linguaggio, materiali e sensibilità. Il titolo Second Nature suggerisce una riflessione sul rapporto fra ciò che consideriamo naturale e ciò che viene costruito attraverso abitudini, tecnologie e strutture sociali. La seconda natura è ciò che finisce per apparire spontaneo perché è stato assimilato, ripetuto e reso invisibile. È un concetto particolarmente adatto a un presente nel quale molti dei nostri comportamenti sono plasmati da ambienti digitali, sistemi di immagini e convenzioni culturali che spesso non riconosciamo più come costruzioni.

Mi è interessato soprattutto la possibilità di veder convivere all’interno della stessa manifestazione opere destinate alla circolazione commerciale e ricerche che si trovano ancora in una fase di definizione. Non si tratta di contrapporre la sperimentazione alla vendita, come se fossero due mondi inconciliabili, ma di riconoscere che l’arte ha bisogno di tempi differenti. Alcune ricerche richiedono anni per trovare una forma compiuta, altre cambiano direzione rapidamente, altre ancora si sviluppano attraverso materiali e pratiche che non si prestano a una classificazione immediata. Una fiera che riesca a rendere visibili queste differenze ha qualcosa da offrire anche a chi non è interessato esclusivamente all’acquisto, e può diventare un luogo nel quale osservare il modo in cui nascono nuove traiettorie artistiche, incontrare linguaggi non ancora stabilizzati e capire come le generazioni più giovani interpretino il presente.

Aaaah Paris Internationale si trova dentro un sistema competitivo, nel quale le gallerie devono sostenere costi importanti, gli artisti cercano visibilità e i collezionisti sono esposti a un flusso crescente di proposte, e anche una manifestazione che rivendica un’identità autonoma deve misurarsi con queste dinamiche, trovare risorse e costruire alleanze. Il punto è capire se riesca a farlo mantenendo una propria capacità di scelta.

L’indipendenza non consiste nell’essere fuori dal mercato ma nel decidere come stare al suo interno, quali artisti sostenere, quali progetti rendere possibili e quali relazioni privilegiare.

Per questo il valore di Aaaah Paris Internationale va cercato soprattutto nella qualità delle presentazioni e nella capacità di creare occasioni reali per le gallerie e gli artisti che partecipano. La nuova edizione evidenzia che il valore di una fiera non coincide con il numero di opere viste, di nomi riconosciuti o di incontri accumulati in una giornata, ma che conta anche la qualità del tempo che riesce a produrre, la possibilità di fermarsi davanti a un lavoro senza sapere immediatamente che cosa pensarne, il piacere di scoprire una ricerca lontana dalle proprie abitudini. Il programma non offre una definizione unica dell’arte contemporanea e forse è proprio questo il suo punto di forza. Invece di indicare una tendenza dominante e organizzare tutto il resto intorno a essa, prova a lasciare spazio a ricerche che possono incontrarsi senza diventare necessariamente simili. È una scelta che richiede fiducia nel pubblico e nella capacità delle opere di generare significati anche al di fuori delle categorie già disponibili.


Paris Internationale conferma l’apertura fino a sabato 24 ottobre: dopo essersi confrontata con le gallerie partecipanti, Paris Internationale ha confermato la regolare apertura della fiera anche per sabato 24 ottobre 2026, anticipando di un’ora l’ingresso del pubblico, alle 11:00. A titolo precauzionale, l’organizzazione ha inoltre rafforzato le misure di sicurezza, confermando la volontà di accogliere i visitatori nelle ultime due giornate della manifestazione.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, spesso nota con lo pseudonimo GEL, è nata a Pisa nel 1990. È curatrice d’arte indipendente e ha scritto per giornali e riviste di cultura e costume, tra cui POSH, Artribune, Arte In e Artuu Magazine. Collabora stabilmente, da più di dieci anni, con Inside Art. Ha curato mostre di artisti internazionali e sviluppato una ricerca rivolta in particolare alla nuova arte e alla fotografia contemporanea, con attenzione alle tematiche sociali, alla parità di genere e ai diritti. Ha inoltre collaborato con Istituti di Cultura e Ambasciate. Tra i progetti più significativi figurano la mostra personale di Angelo Dozio “Palmyra”, presentata nel 2017 presso il Padiglione della Repubblica Araba Siriana alla 57ª Biennale di Venezia, e diverse collaborazioni con gli Istituti Italiani di Cultura: la personale “Fluid Memories” (2019) di Marco Angelini presso Apteka Sztuki Gallery in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia; “La memoria delle forme” (2019) personale dello stesso artista al Palais des Rais – Bastion 23, realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia ad Algeri; la personale “Rhizomes” (2023) sempre di Marco Angelini presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia; e la personale di Andrea Pinchi “Il mito del sogno quotidiano” (2024) presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene.

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