Didier Claes, antiquario belga di seconda generazione e conoscitore dell’arte africana, rinuncia quest’anno al BRAFA per portare a Bruxelles 265 opere che attraversano tradizioni, spiritualità e linguaggi contemporanei. Una mostra che rimette il continente al centro del racconto.
Ci sono collezioni che raccontano una storia e mostre che provano a correggerla. Africa Legacy – Berceau de l’Art, all’Espace Vanderborght di Bruxelles fino al 1° novembre, appartiene alla seconda categoria. Non perché pretenda di riscrivere da sola la storia dell’arte, ma perché prova a rimettere al centro della scena un continente troppo spesso relegato ai margini del racconto occidentale. A farlo è Didier Claes, antiquario di seconda generazione, tra i maggiori specialisti europei dell’arte africana classica, che per questo progetto ha scelto di rinunciare alla consueta presenza al BRAFA, la grande fiera brussellese di cui è stato vicepresidente dal 2012 al 2025. Una scelta che dice molto sulle sue priorità: qualche volta, anziché occupare uno stand, conviene costruire un’intera storia.
Nato a Kinshasa, Claes conosce da vicino un mercato nel quale l’occhio non basta e l’intuizione, da sola, rischia di fare danni. La sua famiglia, originaria della Repubblica del Congo, commercia da generazioni manufatti che appartengono a tradizioni artistiche e rituali estremamente diverse. Parlare genericamente di arte africana è infatti una scorciatoia linguistica, utile per le etichette ma assai meno per la conoscenza: dietro quella definizione si nascondono popoli, culture, culti e sistemi simbolici che richiedono studio, comparazione e una buona dose di umiltà. Un oggetto non è soltanto una forma da contemplare, ma il residuo materiale di un universo di significati.
C’è poi la questione del tempo. Molti di questi manufatti sono realizzati in legno, materiale fragile per definizione, esposto all’umidità, agli insetti e al deterioramento. Che siano arrivati fino a noi è già, in molti casi, una storia nella storia. Le datazioni più antiche richiedono cautela e competenza: la sopravvivenza di un’opera non è un dettaglio tecnico, ma parte della sua eccezionalità. È anche per questo che il mercato dell’arte africana classica non può essere affrontato con le categorie sbrigative di chi scambia l’esotismo per conoscenza.


Con 165 opere classiche e circa cento contemporanee, Africa Legacy mette in dialogo questo patrimonio con le ricerche degli artisti di oggi. Il percorso attraversa sculture e testimonianze delle culture dell’Africa centrale e occidentale, per poi aprirsi a pittura, fotografia e scultura contemporanee, in un confronto che evita di trasformare il passato in un reperto immobile e il presente in una semplice appendice. Tra le immagini esposte compare anche uno scatto di Muhammad Ali e George Foreman in Africa, legato al celebre incontro di Kinshasa del 1974: un frammento di storia sportiva e mediatica che restituisce al continente anche il ruolo di protagonista della propria narrazione.
Il precedente è Utotombo, la mostra presentata nel 1988 al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles. Quasi quarant’anni dopo, Claes riparte da lì, ma con uno sguardo più ampio e un’ambizione precisa: riconoscere all’Africa un posto essenziale nella storia universale dell’arte, senza pretendere di esaurirne la complessità in un’unica esposizione. Il punto, in fondo, è proprio questo: l’Africa non ha bisogno di essere inventata come culla dell’arte. Ha bisogno che si smetta di considerarla una stanza separata della casa occidentale.


E forse la vera eredità di Africa Legacy sta qui: nel ricordarci che la storia dell’arte non è un salotto con pochi posti assegnati una volta per tutte. È una casa molto più grande, nella quale dobbiamo ancora imparare a riconoscere parecchi dei suoi abitanti.





