Biagio Caldarelli, l’arte di perdersi per ritrovarsi

del

Alla Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari, Paola Marino ricostruisce il percorso di un artista irregolare, visionario e ancora da riscoprire. Oltre 160 opere raccontano una ricerca che attraversa la storia dell’arte senza chiedere permesso.

Ci sono artisti che passano la vita a cercare una strada e altri che, per fortuna, non si accontentano di trovarne una. Biagio Caldarelli apparteneva alla seconda categoria. Pugliese, curioso per vocazione e allergico alle frontiere disciplinari, ha attraversato la storia dell’arte come si attraversa una città sconosciuta: imboccando vicoli laterali, seguendo indicazioni improbabili, lasciandosi distrarre da una coincidenza. Non per smarrirsi, ma per scoprire che la meta, qualche volta, è soltanto un pretesto.

Errare è umano, il titolo della retrospettiva aperta fino al 10 gennaio 2027 alla Pinacoteca Corrado Giaquinto di Bari, contiene già una dichiarazione di poetica. Tratto da una sua opera, è insieme un gioco linguistico e un programma intellettuale: errare come sbagliare, certo, ma anche come vagare, esplorare, attraversare territori senza riconoscere alle mappe il diritto di stabilire in anticipo dove si debba arrivare.

Curata da Paola Marino, con un progetto della Galleria Valentina Bonomo, la mostra riunisce oltre 160 opere in un percorso che attraversa le diverse stagioni della ricerca di Caldarelli, nato a Bari nel 1951 e scomparso nel 1999, a soli quarantasette anni. È una retrospettiva attesa da oltre vent’anni, che restituisce finalmente ampiezza e complessità a un artista il cui lavoro merita un posto più riconoscibile nella storia dell’arte italiana del secondo Novecento.

Il merito di Paola Marino è soprattutto quello di non trasformare questa riscoperta in una pratica di archeologia artistica. Caldarelli non viene isolato nel recinto rassicurante della sua biografia né ricondotto a una definizione stilistica che ne semplifichi le contraddizioni. Al contrario, la mostra ne restituisce il nomadismo culturale, la capacità di assorbire linguaggi e riferimenti, di farli collidere e ripartire. Un artista pugliese, profondamente radicato nel proprio territorio e tuttavia tutt’altro che provinciale, capace di muoversi in una geografia intellettuale che comprende Alberto Savinio, Marcel Duchamp, Sol LeWitt, Pino Pascali e Alighiero Boetti.

Biagio Caldarelli Passaggio di consegna

È proprio nel rapporto con quest’ultimo che si incontra uno degli episodi più interessanti del percorso. Il legame tra Boetti e Caldarelli nasce nella Galleria Marilena Bonomo di Bari, luogo decisivo per l’apertura dell’arte italiana alle ricerche internazionali. Nel 1984 la galleria presenta i lavori dei due artisti insieme a quelli di Enzo Cucchi. Da quell’ambiente di scambio e sperimentazione prende forma una relazione artistica che supera la semplice influenza e si traduce in un vero esercizio di complicità.

I sedici accordi a tre mani, realizzati attraverso un dispositivo di collaborazione fondato sull’attesa e sulla sorpresa, ne sono una testimonianza eloquente. Otto fogli per ciascun artista, lavorati separatamente e poi ricongiunti: nessuno conosce in anticipo l’intervento dell’altro. Il risultato non è la fusione delle individualità, ma il loro incontro attraverso la differenza. Un piccolo manifesto di fiducia reciproca, oltre che un gioco raffinato tra ordine e caso, scrittura e immagine.

È una chiave utile per leggere l’intera ricerca di Caldarelli. Nelle sue opere la storia dell’arte non è un repertorio di modelli da venerare né una sequenza di maestri da citare per ottenere una patente di legittimità. È piuttosto un deposito vivo di immagini e idee, da smontare e ricombinare. Da Savinio arriva il gusto per il perturbante e per le associazioni inattese; da Duchamp, il gioco come strumento capace di sabotare le letture univoche; da LeWitt, la geometria come manifestazione di un pensiero; da Pascali, il rapporto con la natura, il mare e una memoria mediterranea che diventa immaginario.

Caldarelli non si limita a raccogliere queste eredità: le mette in circolo, le deforma, le porta altrove. Mappe, carte nautiche, costellazioni, figure, giochi di parole e rebus convivono senza gerarchie. Il suo è un universo nel quale l’ironia non alleggerisce il pensiero, ma lo rende più mobile; dove l’enigma non è un ostacolo alla comprensione, bensì un invito a partecipare.

La mostra trova un ulteriore punto di forza nei cortocircuiti interni alla stessa Pinacoteca. Il dialogo con il pugliese Francesco Netti, attraverso la comune fascinazione per il fregio antico della Tomba delle Danzatrici di Ruvo di Puglia, mette in relazione epoche e sensibilità lontane. Quello con Giovanni Bellini, attraverso il San Pietro Martire conservato nella collezione del museo, riporta invece la ricerca di Caldarelli dentro una storia dell’arte che non procede per compartimenti stagni, ma per ritorni, deviazioni e improvvise illuminazioni.

In un sistema che spesso misura il valore di un artista sulla base della sua presenza nelle gallerie giuste, nelle collezioni giuste e nelle narrazioni più fortunate, Errare è umano ricorda quanto sia necessario tornare alle opere. Non per aggiungere un nome a un elenco, ma per capire che cosa quel nome abbia da dire, quali relazioni abbia saputo costruire e quali possibilità continui ad aprire.

La retrospettiva barese non pretende di chiudere il discorso su Caldarelli. Fa qualcosa di più utile: lo riapre. E nel farlo dimostra il valore di una curatela capace di restituire visibilità senza semplificare, di costruire un percorso leggibile senza addomesticare le eccentricità dell’artista. A Paola Marino va riconosciuto proprio questo lavoro: aver restituito a un autore ancora da approfondire la dimensione di una ricerca libera, articolata e sorprendentemente attuale.

Perché errare, in fondo, non è sempre un errore. Nell’arte, qualche volta, è il solo modo per non arrivare troppo presto a una conclusione.

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