Sulla soglia tra biologia, memoria e trasformazione, “Low Tide” porta alla Sofy Gallery di New York un corpus di opere inedite nate durante la malattia. La vulnerabilità non come resa, ma come condizione per immaginare una nuova forma di resistenza.
C’è un momento in cui il mare si ritira e ciò che sembrava custodito dall’acqua rimane esposto. Non è necessariamente una perdita: può essere un’occasione per vedere quello che, fino a un istante prima, restava nascosto. È da questa immagine che prende forma Low Tide, la mostra personale di Maria D. Rapicavoli, a cura di Mariacristina Ferraioli, che inaugura il 29 ottobre alla Sofy Gallery di New York. Ma la bassa marea evocata dall’artista siciliana, che vive e lavora nella metropoli americana, non riguarda soltanto il paesaggio costiero di Rockaway Beach, dove ha raccolto parte dei materiali utilizzati nel progetto. È anche una condizione del corpo, della memoria e dell’esistenza: il momento in cui le protezioni vengono meno e diventa necessario imparare a stare dentro la propria fragilità.
La mostra nasce a un anno dalla diagnosi di tumore ovarico e dalla scoperta di una mutazione ereditaria del gene BRCA2. Un dato biografico che sarebbe riduttivo trasformare nella chiave esclusiva di lettura del lavoro, ma che non può essere separato dalla sua genesi. Rapicavoli non si limita a raccontare una vicenda personale: ne attraversa le implicazioni biologiche, simboliche e temporali, facendo della pratica artistica uno spazio nel quale l’esperienza individuale incontra interrogativi universali. Che cosa ereditiamo, oltre ai tratti somatici? Quanto di ciò che siamo era già scritto prima di noi? E come cambia la percezione della vita quando il corpo smette di essere un territorio dato per scontato?
Al centro del percorso c’è un’opera composta da centinaia di mute di granchio raccolte sulla spiaggia. Per crescere, il crostaceo deve abbandonare il proprio esoscheletro e attraversare una fase in cui è particolarmente esposto, in attesa che la nuova corazza si indurisca. L’immagine si carica di ulteriori risonanze: cancer in latino, karkinos in greco, rimandano tanto al granchio quanto alla terminologia della malattia. Il mito del crostaceo inviato da Era contro Eracle, poi trasformato in costellazione, aggiunge un’altra stratificazione. Non si tratta di cercare nella malattia una giustificazione mitologica, ma di interrogare il modo in cui gli esseri umani provano a dare forma a ciò che li mette in crisi.
Nelle grandi tele di due metri per due, Rapicavoli dipinge le proprie cellule alterate prima della chemioterapia. La gouache sulla tela grezza trasforma immagini biologiche in paesaggi interiori, sospesi tra astrazione e materia vivente. Le dimensioni richiamano la lunghezza del DNA contenuto in una singola cellula se completamente disteso: una misura quasi inconcepibile, come il rapporto tra l’infinitamente piccolo e le conseguenze immense che può produrre. Una scultura in porcellana, riportando la formula matematica che descrive l’armonica delle maree, mette in relazione le forze gravitazionali dei corpi celesti con il movimento dei fluidi corporei.
C’è poi la storia di Rosalie, una donna sconosciuta le cui ceneri, conservate in un’urna funeraria ritrovata sulla spiaggia, entrano casualmente nel campo d’esperienza dell’artista. Due traiettorie umane si sfiorano attraverso il mare, senza che sia necessario conoscerne ogni dettaglio per avvertire la prossimità tra memoria e perdita. Due fotografie analogiche dall’archivio di Rapicavoli riportano infine a un tempo precedente alla malattia, facendo della memoria non un rifugio nostalgico, ma una parte attiva della trasformazione.
Dalla ricerca sui traumi transgenerazionali, sulla scienza e sull’astronomia che attraversa il suo lavoro precedente, l’artista approda così a un’indagine sull’eredità biologica. Low Tide non offre consolazioni facili e non trasforma la sofferenza in una storia esemplare. Piuttosto, suggerisce che la vulnerabilità non sia il contrario della forza, ma una delle condizioni attraverso cui essa può prendere forma. Come il granchio che abbandona il proprio involucro, non si torna necessariamente alla forma precedente: si può diventare altro. E, qualche volta, è proprio da ciò che il mare lascia scoperto che comincia una nuova possibilità di vita.





