Alla fine penso proprio che Margaret Wolfe Hungerford1 abbia ragione: “La bellezza è nell’occhio di chi guarda”. Si può trovare piacere e rilassarsi davanti a un paesaggio di luoghi lontani, oppure davanti a una natura morta dai colori così tenui da farti quasi percepire quanti sguardi si siano già soffermati su quella tela.
Oppure si può scegliere una stampa di un’opera famosa che mai potrai avere così vicino da poterla quasi toccare, ma che arreda la tua casa o il tuo ambiente di lavoro in una maniera così audace da farti stare bene ogni volta che la guardi. Alla fine, una parte del collezionismo è proprio questa: il gusto di possedere qualcosa che ci piace. L’atto stesso di averlo ci fa stare bene. Il gesto di mostrarlo ci permette di viverlo nel quotidiano, con l’illusione che quella sensazione di benessere possa durare nel tempo.
Condividere con gli altri, possibilmente con i più sensibili e attenti, le proprie sensazioni è un altro aspetto del collezionismo. E poi, diciamolo, una collezione può anche raccontare qualcosa di noi, del nostro gusto, delle nostre passioni, persino del nostro status.
Il fascino delle tavole originali nasce, sicuramente dal piacere estetico o dall’eventuale valore economico di possedere qualcosa di bello e di valore, ma anche da un altro elemento, più profondo e personale: la nostalgia. Si spiega anche così la tendenza di un’intera generazione a voler possedere i “pezzi fisici” dei propri miti, Batman, Ironman, Paperino, Dylan Dog o Corto Maltese, quasi per portare nella propria vita quel senso di sicurezza, meraviglia e spensieratezza
È quel desiderio profondo di possedere un oggetto legato a un ricordo felice, a un personaggio, a una storia, a un periodo della tua vita che ha reso quella tavola improvvisamente diversa da tutte le altre. E allora, alla fine, che cos’è una tavola originale?
È un pezzo unico e irripetibile, realizzato a mano da un disegnatore per creare una specifica pagina di un fumetto, un’illustrazione o una copertina. A differenza del fumetto stampato, che viene riprodotto in migliaia o milioni di copie per il pubblico, la tavola originale è il “pezzo madre” che è servito come base per la riproduzione della pagina. Ed è proprio qui che inizia a vedersi parte del suo fascino.
Su una tavola originale possono essere ancora visibili i segni della matita dell’autore, le cancellature, le correzioni con il bianchetto, le velature d’inchiostro, le sbavature, le modifiche, le indicazioni tecniche o le note a margine scritte dall’autore, dal colorista o da chi ha lavorato alla realizzazione della pagina. Spesso ha anche dimensioni fisiche maggiori rispetto alla pagina del fumetto stampato che siamo abituati a leggere. Questo permette di vedere ancora meglio alcuni dettagli del disegno che la stampa, necessariamente, ci fa perdere.

Poi c’è un particolare non secondario: quella tavola non è nata per essere appesa ad una parete.
Non nasce come nasce un dipinto su tela, pensato fin dall’inizio come opera da osservare autonomamente. Il disegnatore la sviluppa per rispondere a una richiesta, per trasformare in immagini una storia scritta o raccontata, per costruire una sequenza narrativa. È su carta. È parte di un insieme. Non è necessariamente pensata per essere guardata da sola, ma insieme agli altri fogli che, se sfogliati tutti nell’ordine giusto, raccontano una vicenda.
Eppure, che male c’è se a un certo punto prendi quel foglio in mano, guardi da vicino il segno della matita cancellato dall’artista, segui con gli occhi le linee della china e immagini il disegno che prende forma? È quasi come stare dietro le quinte. Come avere la possibilità di vedere non soltanto il risultato finale, ma una traccia del processo che lo ha prodotto.
Come essere un passo più vicino all’autore che ha creato quella tavola e, attraverso quelle immagini, ha dato forma a una storia che magari ti ha emozionato anni prima. Ed è proprio qui che, secondo me, nasce una domanda interessante: ma allora che differenza c’è tra un disegnatore e un artista?
La differenza non è necessariamente legata alla bravura tecnica, al supporto sul quale viene sviluppato il lavoro o ai materiali utilizzati. Per molto tempo, però, siamo stati abituati a considerare queste figure come appartenenti a mondi distinti. Il disegnatore può essere immaginato come un artigiano di altissimo livello, qualcuno che padroneggia una tecnica e la utilizza per dare forma a un’idea, spesso anche altrui. Traduce in immagini un testo, una sceneggiatura o un progetto specifico: le vignette di un fumetto, il design di un personaggio, un’illustrazione editoriale o pubblicitaria. Lavora frequentemente su commissione e deve confrontarsi con scadenze, formati, gabbie grafiche, indicazioni editoriali e, nel caso del fumetto, con le esigenze dello sceneggiatore e della storia da raccontare. Il suo focus è la narrazione visiva, attraverso il proprio stile oppure attraverso uno stile richiesto dal progetto.
L’artista, invece, viene generalmente associato a una maggiore libertà rispetto al soggetto, al linguaggio e alle modalità attraverso cui esprimere una propria visione. L’opera può nascere dal desiderio di comunicare un’emozione, un concetto, una riflessione o semplicemente una particolare visione del mondo. Non deve necessariamente raccontare una storia in modo sequenziale, come accade in un fumetto, ma può cercare di suscitare una reazione, una domanda, un’emozione. Se non lavora su commissione, l’artista può scegliere autonomamente soggetto, stile, tecnica e supporto, concentrandosi maggiormente sull’impatto emotivo e concettuale dell’opera e sull’originalità della propria visione.
Ma oggi questa distinzione così netta è sempre più difficile da sostenere. I confini tra fumetto, illustrazione e arte si sono progressivamente sfumati e, soprattutto, è cambiato il modo in cui guardiamo a queste opere. Le tavole originali sono un esempio perfetto di questo cambiamento. Nascono dal lavoro di un disegnatore per la realizzazione di un prodotto editoriale e commerciale, ma quando vengono separate dal fumetto stampato possono assumere una nuova autonomia.
Non sono più soltanto uno strumento necessario alla produzione di un albo. Diventano oggetti che possono essere osservati, conservati, esposti e, naturalmente, collezionati. E così un disegnatore di fumetti può essere riconosciuto anche come artista, non necessariamente perché abbia smesso di essere un disegnatore, ma perché il suo lavoro ha acquisito una propria identità e un proprio riconoscimento al di fuori della funzione originaria per cui era stato creato.
Questo accade ancora di più quando lo stile dell’autore è così riconoscibile da diventare parte dell’immaginario collettivo, quando la sua produzione influenza altri artisti e la cultura visiva del proprio tempo, oppure quando l’autore stesso controlla una parte più ampia del processo creativo, come accade nel caso di molti graphic novelist che scrivono e disegnano le proprie opere. La tavola, quindi, può continuare a essere contemporaneamente una pagina di fumetto, un documento del processo creativo, un oggetto di memoria e un’opera da collezione.
E forse è proprio questa sua ambiguità a renderla così interessante.
Ma queste tavole originali possono diventare parte della mia collezione? Oppure posso trasformare questo mio interesse in una vera e propria collezione? Certo che Sì. Collezionare significa anche desiderare l’arte nel proprio quotidiano, in qualsiasi sua forma. In questo caso, attraverso le tavole originali.
Una collezione, alla fine, non parla soltanto degli oggetti che contiene, ma parla anche del collezionista. Probabilmente molto più di quanto immaginiamo. E ricordiamoci che una collezione non si misura necessariamente dal numero di opere che possiede. Ciò che ti rende collezionista, anche con un solo pezzo, è soprattutto l’attitudine. Se compri una tavola originale semplicemente perché ti piace, la metti su una parete per arredare una stanza e la storia finisce lì, sei un possessore.
Se invece inizi a studiare quella tavola, ne cerchi la storia, vuoi sapere chi l’ha disegnata, a quale fumetto appartiene, come è stata realizzata, la conservi con cura quasi maniacale e, soprattutto, inizi già a sognare quale potrebbe essere il prossimo pezzo da affiancarle per creare un discorso visivo, allora sei un collezionista. Anche se la tua collezione, al momento, conta un solo elemento.
Quella singola tavola può avere un significato così forte da bastare da sola. Oppure può essere il primo passo verso una raccolta più grande, costruita nel tempo. Ma ciò che distingue una collezione da un semplice accumulo è proprio il filo conduttore che unisce ricerca, conoscenza e scelte personali.
A questo punto arriva inevitabilmente la domanda: “Mi piace, la voglio, quanto vale?”
La risposta, ahimè, non la troviamo attraverso una formula precisa come può accadere, almeno in alcuni casi, nella valutazione di un’opera d’arte contemporanea. Non esiste un coefficiente dell’artista da inserire in una formula e da cui far uscire magicamente il prezzo della nostra tavola. Autore, personaggio rappresentato e storia editoriale fanno parte di questa particolare equazione. A questi elementi bisogna aggiungere la qualità artistica dell’opera, il contenuto, la rarità e, soprattutto, i risultati ottenuti da altre tavole realmente confrontabili sul mercato.
Le dimensioni, invece, incidono certamente sulla presenza scenica della tavola, ma non possono essere considerate come un parametro di valore nello stesso modo in cui spesso vengono considerate per un dipinto. Un grande formato può valorizzare il segno, i dettagli e la composizione, rendendo la tavola particolarmente spettacolare da esporre. Ma una tavola più piccola può sviluppare una composizione perfettamente risolta, avere una scena fondamentale o contenere un’immagine talmente rappresentativa dell’autore da risultare molto più interessante per un collezionista.
Insomma, più grande non significa automaticamente più preziosa.
Nelle tavole originali, la qualità artistica, che diventa uno degli aghi della bilancia nel momento in cui vogliamo ragionare sul valore, non è data semplicemente dalla qualità del segno, dal livello di finitura o dalla spettacolarità della tavola. È soprattutto nella capacità dell’autore di utilizzare consapevolmente il proprio linguaggio che possiamo riconoscere la qualità di un’opera. Una tavola può essere tecnicamente impeccabile e non essere necessariamente una grande tavola. Al contrario, può avere cancellature, correzioni, imperfezioni o parti apparentemente meno rifinite e riuscire comunque a esprimere perfettamente lo stile, la forza narrativa e la personalità del suo autore.
La qualità artistica, naturalmente, non può essere trasformata direttamente in una cifra, ma può essere la base della valutazione da cui partire. Prima di chiederti quanto sia riconosciuto ciò che hai davanti, cerca di capire quanto sia riuscito.
Un altro parametro fondamentale per attribuire un valore a una tavola originale è capire che tipo di tavola stiamo guardando e quale funzione aveva. È una copertina, dove in una sola immagine l’autore deve riuscire a sviluppare l’identità dell’albo e attirare l’attenzione del lettore? È una splash page, costruita principalmente sull’impatto visivo di una singola scena, spesso con un’immagine particolarmente potente? Oppure è una pagina sequenziale, nella quale sono il ritmo, l’azione, la costruzione delle vignette e i passaggi narrativi a fare la differenza?
Queste tipologie legate alla funzione non costituiscono però una vera e propria scala di valori. Una copertina non è automaticamente più importante di una pagina interna, così come una splash page non è necessariamente più interessante di una pagina sequenziale. Conta molto anche come quella tavola è stata sviluppata. Una pagina con un personaggio secondario può essere straordinaria dal punto di vista artistico, mentre una scena apparentemente più semplice può diventare particolarmente desiderabile perché contiene il protagonista in un momento iconico della storia.
Ed eccoci quindi alla domanda che probabilmente hai già in testa. Ma quindi quanto vale una tavola originale?
100 €? Sì.
1.000 €? Anche.
10.000 €? Probabilmente.
E la cifra potrebbe tranquillamente continuare a salire.
Non perché esista una cifra arbitraria assegnata alla tavola, ma perché il valore nasce dall’incrocio di diversi elementi: autore, importanza della tavola, personaggi presenti, storia editoriale, qualità artistica, rarità, provenienza, condizioni di conservazione e domanda del mercato. A questo punto bisogna cercare opere realmente confrontabili. Il confronto più interessante si può avere rapportando tavole dello stesso autore, possibilmente appartenenti alla stessa serie, allo stesso ciclo narrativo o a periodi produttivi comparabili. Se questi parametri non sono disponibili, la ricerca può essere ampliata a lavori simili per tecnica, formato, periodo e funzione editoriale.
Per questo, più che cercare il prezzo, è utile cercare un intervallo di valore. Non otterrai mai una cifra esatta e incontestabile, ma una fascia di riferimento sulla quale iniziare a ragionare, documentarsi e, eventualmente, impostare una trattativa. Questa è la parte documentabile del valore, poi c’è tutto il resto.
C’è il valore che quella tavola ha per chi la vende. C’è il ricordo legato a quel personaggio, a quella storia, a quell’autore, che ti spine a comprarla. C’è il piacere di averla finalmente trovata dopo averla cercata per anni. C’è la soddisfazione di poterla acquistare a un prezzo che ritieni giusto. E c’è anche quella piccola, irrazionale componente che porta un collezionista a guardare una tavola e pensare: “Questa deve essere mia.”
Ed è una componente che accompagnerà sempre sia il momento dell’acquisto sia, eventualmente, quello della vendita. Perché una tavola originale può avere un valore sul mercato, ma non è detto che quel valore coincida con quello che rappresenta per chi la possiede. Ed è forse proprio qui che il collezionismo diventa interessante. Perché se fosse soltanto una questione di prezzo, basterebbe consultare un catalogo, confrontare qualche risultato d’asta e scegliere l’investimento migliore, ma non è così.
Una collezione nasce spesso da qualcosa di molto meno razionale: da un’immagine che ci ha colpito, da una storia che ci è rimasta addosso, da un personaggio che abbiamo amato, dalla voglia di possedere un frammento fisico di qualcosa che fino a quel momento era esistito soltanto nella nostra memoria.
Il mercato può solo dirci quanto una tavola è stata pagata. La nostra collezione può raccontarci perché abbiamo deciso di comprarla. E forse, alla fine, è proprio questa la differenza tra possedere una tavola originale e collezionarla.
- L’espressione, nella sua forma moderna (“Beauty is in the eye of the beholder”), è stata resa celebre dalla scrittrice irlandese Margaret Wolfe Hungerford nel suo romanzo Molly Bawn del 1878. ↩︎






