Ammettiamolo, le classifiche ci affliggono fin dai tempi delle medie, da quando si giudicava dal più bello al più cesso della classe. Solitamente prendendo delle cantonate micidiali, facendo vincere la compagna con le tettone o quello con la pettinatura alla Backstreet Boys, che oggi, a rivederli, ci ricordano quanto la vecchiaia possa essere crudele.
Comunque, a noi dell’arte contemporanea piacciono un casino. Si classifica l’artista più bravo, lo stand più bello della fiera e soprattutto il personaggio che conta di più nel sistema dell’arte.
In un ambiente di autocelebrazione, dove non si esprime un vero giudizio critico dal ’62 e ci si spertica in complimenti per cose brutte al di là di ogni ragionevole dubbio, l’unico rigurgito di giudizio lo si applica per stilare la lista dei cento che contano.
Resta poi da capire chi giudica i giudicati. Perché anche i compilatori di queste classifiche meriterebbero una classifica, magari non di potere, ma di competenza o autorevolezza. Si creerebbe così un cortocircuito sublime in cui magari non entrano nemmeno in classifica quelli che fanno le classifiche.
Queste liste sfiorano comunque il drammatico. Tanti dei personaggi inseriti sono per tutti presenze assodate, i pochi addetti ai lavori che con ‘sto lavoro ci campano; altri, invece, hanno la stessa presenza degli scomparsi di Chi l’ha visto?.
Detto questo, dopo la loro assegnazione si consumano tragedie inimmaginabili: chi, dall’altra parte dell’oceano, maschera con ironia una rosicata eccellente, chi si incazza per i dati riportati, chi sfrutta la lista come Tinder per esibire la foto dell’82 con i capelli.
Detto questo, loro ci sono e io no. Mai stata. Ma io attendo il mio momento di gloria. Non dispero. Vincerò. Punterò tutto sulla lista del «chi te se incula». In quella voglio almeno comparire tra le prime trenta, come a Miss Italia.




