A Trecastelli, nelle colline marchigiane, il nuovo capitolo di Temporary Studios trasforma un enorme calco in vetroresina in un’opera che sembra raccontare qualcosa che è già accaduto. Ma forse non è ancora successo niente.
Ci sono artisti che incontri una volta e poi, ogni tanto, tornano a comparire sulla tua strada. Andrea Nacciarriti per me è uno di questi. La prima volta, se non sbaglio, fu ormai una decina di anni fa, quando partecipò al Pomilio Blumm Prize, il progetto televisivo di Sky Arte che conducevo. Era un programma dedicato all’arte contemporanea e, diciamolo, non fu esattamente un trionfo di ascolti: la televisione generalista continua ad avere qualche difficoltà quando deve chiedere al pubblico di fermarsi davanti a un’opera invece che davanti a una storia già confezionata. Andrea, però, è rimasto. E non soltanto nella memoria.
Nacciarriti è nato nel 1976 a Ostra Vetere, nell’Anconetano, e oggi vive e lavora a Senigallia. La sua ricerca parte da un rapporto molto fisico con i luoghi: architettura, paesaggio, storia, società, cronaca. Le sue opere sono spesso interventi site-specific nei quali lo spazio non fa semplicemente da sfondo, ma diventa parte del problema. Lo raccontano bene lavori realizzati nel corso degli anni in Italia e all’estero, dalle esperienze al MACRO e al PAC fino ai progetti internazionali e alle residenze di New York, Pechino, Finlandia e Marocco.
E qui c’è un’altra linea che mi porta ad Andrea. Ostra Vetere e Trecastelli appartengono a quelle colline marchigiane che conosco bene: un paesaggio ordinato, coltivato, apparentemente quieto, dove la terra continua a essere una presenza concreta nella vita delle comunità, anche mentre il territorio si apre al turismo, alla cultura, a un mondo esterno che arriva e modifica lentamente le cose. È proprio dentro questo paesaggio che Nacciarriti colloca il quarto episodio di Temporary Studios.

A prima vista sembra quasi una barca smontata, oppure il calco di qualcosa di gigantesco che non riusciamo più a riconoscere. In realtà è un doppio stampo in vetroresina lungo 24,05 metri, largo 8,35 e alto 5,23, appoggiato su una struttura di acciaio corroso. Non è un rudere e non è una rovina: è uno stampo. E uno stampo ha una caratteristica curiosa: non racconta necessariamente ciò che è stato, ma ciò che avrebbe potuto essere prodotto. Non conserva una traccia del passato; prepara un oggetto futuro.
È qui che il lavoro diventa particolarmente interessante. L’opera è stata rilevata, misurata, orientata, fotografata e persino collocata con precisione attraverso le coordinate che ne costituiscono il titolo: [33T UJ 44869 41369]. L’apertura è stata dichiarata il 23 agosto 2026 alle 06:21, esattamente all’ora astronomica dell’alba. Tutto sembra dunque avere una precisione quasi burocratica. Eppure, proprio questa precisione produce un vuoto: possiamo verificare praticamente ogni dato, tranne l’evento che quei dati dovrebbero documentare.

È una delle trappole più eleganti del lavoro di Nacciarriti. La macchina documentaria, quella che normalmente serve a dimostrare che qualcosa è accaduto, qui continua a funzionare anche quando non riesce più a dimostrare l’accaduto. Coordinate, fotografie, misure, comunicati, orari, metadati: tutto è lì. Manca soltanto la certezza di ciò che è successo.
Non è un caso che Nacciarriti abbia scelto da tempo di lavorare sul confine tra realtà e rappresentazione, spesso sottraendo agli oggetti la loro funzione originaria o mettendo in crisi il modo abituale con cui interpretiamo un luogo. La stessa idea di Temporary Studios nasce da questa tensione: spazi temporaneamente trasformati in opere e opere che sembrano interrogare la funzione stessa dello spazio che le ospita.

E allora, guardando questa enorme forma nel paesaggio marchigiano, penso che la domanda non sia tanto “che cosa rappresenta?”. Forse è: che cosa sta aspettando?
È una domanda molto contemporanea, perché viviamo in un tempo nel quale anche la realtà ha bisogno di essere documentata per essere considerata reale. Nacciarriti prende questo meccanismo e lo porta all’estremo, senza urlare, senza spiegare troppo, lasciando che sia l’opera stessa a produrre il cortocircuito.

Mi piace ritrovare Andrea proprio qui, nelle sue Marche, dentro un progetto così rigoroso e insieme così misterioso. È l’ennesima conferma di una ricerca che non ha mai avuto bisogno di effetti speciali per essere radicale. Una ricerca fatta di attenzione, di precisione, di intelligenza ma anche, cosa oggi tutt’altro che scontata, di cuore.
Bravo Andrea. E auguri per questo nuovo lavoro.




