Materia, visione e scala: nel laboratorio-showroom di via Padova prende forma un linguaggio unico, dove artigianato e immaginario si fondono e la “Sassona” per il Fuori Salone 2026 diventa manifesto di un talento puro.
C’è un punto a Milano, tra Loreto e via Padova, dove i confini si fanno porosi: tra casa e officina, tra arte e design, tra idea e materia. È qui che Niccolò Spirito, anima di Bracciodiferro, ha costruito il suo mondo. Un grande laboratorio abitato, vissuto, trasformato continuamente, dove si lavorano senza timore materiali complessi come bronzo e ferro, e dove ogni oggetto nasce da un confronto diretto, fisico, quasi necessario con la materia.
Spirito è prima di tutto un artigiano nel senso più alto del termine: uno che domina i materiali, che li conosce, li forza e li ascolta. Ma ridurlo a questo sarebbe limitante. Il suo lavoro vive, infatti, in una tensione costante tra funzione e visione, tra progetto industriale e gesto artistico. Non è un caso che negli ultimi anni abbia collaborato con realtà del design come Seletti, mantenendo però una forte identità autoriale, capace di sconfinare spesso in territori più concettuali.
Il suo spazio – metà casa, metà showroom – è anche luogo di incontro, di eventi, di scambio. Un ambiente che riflette perfettamente la sua poetica: fluida, concreta, mai ingabbiata. Ed è proprio da qui che nasce uno dei progetti più interessanti presentati durante il Fuorisalone 2026: la Sassona, imponente reinterpretazione della lampada Sasso di Luigi Caccia Dominioni. Una versione fuori scala, quasi provocatoria, che ribalta il senso originario dell’oggetto e lo trasforma in una presenza dominante nello spazio. Sarà visibile in piazzale Bacone per tutta la durata della settimana del design: un passaggio obbligato per chi vuole capire davvero dove sta andando oggi il linguaggio del progetto.
Spirito è uno di quei talenti rari, difficili da incasellare. E forse è proprio questa la sua forza: muoversi continuamente tra mondi, senza mai scegliere definitivamente da che parte stare.
Percorso tra arte e design
Giacomo Nicolella Maschietti: Il tuo lavoro sembra muoversi costantemente in equilibrio tra arte e design: quando progetti, parti da un’esigenza funzionale o da un’urgenza espressiva più vicina all’arte?
Niccolò Spirito: Non so se riesco a separare davvero le due cose. Spesso tutto nasce da una necessità molto semplice: vedere nel mondo reale qualcosa che per molto tempo ho avuto solo nella testa. Poi nel processo entrano sia la funzione sia la tensione espressiva. Mi interessa proprio quel punto di equilibrio in cui un oggetto risponde a un’esigenza concreta ma riesce anche a portarsi dietro un immaginario, una presenza, quasi un carattere.
Lampada Sassona / Salone 2026
GNM: Per il Salone del Mobile 2026 presenti la lampada Sassona, una reinterpretazione della Sasso di Luigi Caccia Dominioni: come hai lavorato su questo dialogo con un’icona del design e cosa hai voluto trasformare o preservare?
NS: La Sassona è prima di tutto un omaggio a un gigante come Luigi Caccia Dominioni. Ho voluto preservarne la forza della forma, il segno riconoscibile, ma trasformare tutto il resto, spostando il progetto in un altro territorio. Caccia Dominioni diceva: “Mi sono sempre appassionato agli spazi piccoli e ho dato l’anima per farli sembrare più grandi”. In questo caso mi interessava quasi compiere il gesto opposto: prendere un oggetto nato per adattarsi allo spazio e trasformarlo in una presenza capace di dominarlo, alterandone proporzioni e percezione.
Pezzi iconici
GNM: Se dovessi raccontare il tuo lavoro attraverso alcuni pezzi degli ultimi anni, quali sceglieresti e perché li consideri rappresentativi del tuo linguaggio?
NS: Tra i pezzi che sceglierei c’è sicuramente il lampadario Supernova Cloud, perché rappresenta bene il mio linguaggio. Riunisce diverse lavorazioni, combinando complessità tecnica e ricerca formale, ma allo stesso tempo si adatta con facilità allo spazio in cui viene inserito. Lo considero rappresentativo anche perché nel 2023 è stato presentato all’asta ‘21st Century Architecture & Design’ di de PURY, ottenendo così un riconoscimento internazionale. Soprattutto, è uno dei progetti tramite cui sento di aver raggiunto uno sviluppo più completo e articolato.
Manualità e identità creativa
GNM: La tua dimensione di casa-bottega, dove realizzi tutto con le mani, è quasi una dichiarazione di poetica: da dove nasce questa esigenza così forte di fare, costruire, plasmare direttamente la materia?
NS: Nasce da molto lontano: ho sempre smontato e rimontato tutto. Per me il lavoro manuale, che si tratti di costruire un pezzo oppure di preparare una lasagna, ha qualcosa di profondamente appagante. È un modo per entrare in relazione diretta con la materia, per capire davvero le cose. La soddisfazione di vedere nascere qualcosa dal nulla, con le proprie mani, resta impareggiabile. Ed è anche una parte essenziale della mia identità creativa.
Nel tempo questa attitudine è diventata sempre più parte della mia quotidianità: vivo in un luogo in cui gli spazi sono fluidi, dove casa e laboratorio coincidono e si contaminano continuamente. I confini si sfumano in una dimensione di “fare creativo” che attraversa tutto, non a caso ti facevo l’esempio del cibo.
Chiusa leggera (drink)
GNM: Chiudiamo con una nota personale: qual è il tuo drink preferito?
NS: Non sono un grande bevitore di drink… Preferisco le birrette, o un buon Nebbiolo, che mi rappresenta di più.








