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Breve storia del Collezionismo (p. 2): l’era moderna

del

Nato come esperienza eminentemente privata, il collezionismo nel corso dei secoli scopre il suo lato “pubblico” gettando le basi di alcuni dei musei più importanti presenti in tutto il Mondo. A clero e nobiltà, si affianca ora la borghesia che diventa, in breve tempo, la nuova protagonista di un collezionismo internazionale sempre più in equilibrio tra dimensione privata e realtà pubblica. Dal Settecento la nostra Breve storia del Collezionismo, attraversa tutto l’Ottocento e il XX secolo fino ad arrivare a nostri giorni e ad un collezionare che a tratti collide pericolosamente con il mondo della finanza.

 

XVIII secolo: le collezioni si aprono al pubblico

 

Nel XVIII secolo in Europa e anche in Italia con l’affermarsi del concetto di bene artistico inteso come patrimonio di pubblico godimento, molte collezioni divennero accessibili a tutti. Il godimento privato ed esclusivo legato al collezionista fu sempre più superato sia con esposizioni temporanee di prestigiose collezioni, sia con l’acquisizione di alcune di queste da parte di istituzioni pubbliche o con la loro trasformazione in fondazioni.

Ci fu un vero e proprio “effetto domino” e la trasformazione delle raccolte principesche in musei rivolti alla “pubblica utilità” si espanse in tutta l’Europa. Questo tuttavia non frenò le iniziative del collezionismo privato, che in quel momento era particolarmente florido a Roma grazie ai cardinali che erano tra i più vivaci collezionisti dell’epoca.

 

XIX secolo: il secolo della borghesia

 

Giungiamo così sino all’Ottocento, epoca più vicina a noi in cui si da avvio a quello che possiamo considerare il collezionismo moderno. Si tratta del secolo della borghesia, in cui il collezionista è un “segugio” in cerca di occasioni. Il collezionismo per i cittadini divenne così segno di buon gusto, l’elemento caratterizzante dei ricchi industriali dell’epoca, che oltre che riempire le proprio  case di opere d’arte altro non facevano che sostenere la causa degli artisti del momento, in questo caso gli Impressionisti; è così che il collezionismo va ad assumere comportamenti ambivalenti, presenti tutt’oggi.

Honore Daumier, The Print Collectors c.1860-63
Honore Daumier, The Print Collectors, c.1860-63

«Il collezionismo non contribuisce soltanto alla fondazione o all’arricchimento delle istituzioni pubbliche, esercita un’azione profonda sulla gerarchia dei valori e influisce così sulle fluttuazioni del mercato, cioè sul posto del collezionista in questo ambito. Inoltre costituisce in una società collettivista una delle ultime individualità, la cui attrazione è proporzionale alla sua autorità; la sua singolarità, dal punto di vista sociale, lo mantiene lontano da ogni dipendenza, lo isola, lo protegge lo ripara» [P. Cabanne, Le roman des grands collectionneurs, Plon, Paris 1961].

 

Dal XX secolo agli anni 2000

 

Quello che si delineò nei primi decenni del ventesimo secolo è un collezionismo rivolto più al presente che al passato, alla condivisione di una ricerca artistica in atto, mentre del passato, il collezionista andò a ricercare quei pezzi che potessero legittimare il presente stesso; collezionare, dunque, divenne  una pratica ben precisa, in quanto il collettore non andava più alla ricerca di occasioni ma bensì  di quegli oggetti che potessero consolidare il percorso creato e la logica delle altre opere. Un collezionismo in evoluzione come l’arte di quei tempi: ad ogni nuova tendenza, la precedente passava in cantina.

Oggigiorno molte importanti collezioni private sono ormai divenute accessibili al grande pubblico, entrando a far parte delle pubbliche istituzioni attraverso donazioni: la volontà di mostrare al mondo il proprio “lavoro” di ricerca è sempre stata presente in tutti i collezionisti di ogni epoca, come abbiamo potuto osservare; ma proprio in questo ambito non possiamo più solo menzionare singoli cittadini spinti dalla volontà di accumulare presente e passato della storia dell’uomo. E’ sempre più comune trovare banche, aziende ed industrie che decidono di investire parte dei loro ricavi per puntare sull’arte, un bene rifugio, anche attraverso la creazione di fondazioni che hanno così il compito di gestire e mantenere il patrimonio artistico della collezione, anche attraverso l’attività espositiva permanente e temporanea e la promozione di iniziative culturali.

Una vista della collezione d'arte della Deutsche Bank
Una vista della collezione d’arte della Deutsche Bank. Courtesy: Deutsche Bank

Appare chiaro che collezionare arte è solo una delle tante tipologia che sono state vagliate nel corso dei secoli da chi ci ha preceduto e da chi ancora lo pratica, anche se oggi sembra essere la modalità che più coinvolge ed esercita fascino a livello mondiale, senza fare distinzione tra uomo, donna, cultura ed età: il collezionismo si manifesta sotto le spoglie di una curiosità travolgente, un impeto esibizionista e un implacabile desiderio di possesso; rappresenta un modo per poter controllare il tempo che passa, e in qualche modo custodirlo per sempre. Un modo come acutamente osservò Walter Benjamin di rinascere e riprovare l’emozione della scoperta ogni volta acquistato un nuovo bene: sia esso un francobollo, una cartolina, un libro e un oggetto d’arte.

«Non esagero: per l’autentico bibliomane l’acquisto di un vecchio libro significa la rinascita. E appunto in ciò che sta l’aspetto infantile che, nel collezionista, si compenetra con quello del vegliardo. I bambini, infatti, dispongono della capacità di rinnovare l’esistenza come di una prassi centuplice e mai in imbarazzo. Per loro il collezionare è uno tra i tanti metodi di rinnovamento» [W. Benjamin, Tolgo la mia biblioteca dalle casse, in Opere complete, vol.IV, Einaudi, Torino 2002].

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