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Collezionare è anche emozionarsi

del

Roberto Rumi è un collezionista-agricoltore che vive a Dongo, paesino che si affaccia sul Lago di Como. Impossibile non accennare alla sua attività lavorativa perché è proprio da un recente cambio di destinazione d’uso di alcuni spazi, che prima la sua famiglia dedicava all’allevamento di animali, che Roberto ha ricavato quello che oggi è il RUMI ART SPACE.  

Una vecchia segheria, due stalle e altri spazi nuovi, fatti in stile con il contesto, ospitano da qualche anno una mostra di fine residenza. Da cinque anni, infatti, Roberto ospita giovani artisti, ormai sono già quindici, che hanno prodotto e realizzato opere d’arte poi esposte nel suo spazio. 

Roberto Rumi con Chiara Calore nel suo spazio

Roberto, nelle chiacchierate al telefono, mi ha detto che sin da piccolo in casa sua ha sentito parlare di artisti come Segantini e Giacometti, per via delle loro frequentazioni di luoghi famigliari per i suoi avi come Soglio e la Val Bregaglia. 

Oggi questa sua passione si è consolidata e si esprime nel collezionismo. Roberto possiede più di 70 opere – tra dipinti e sculture – e inoltre organizza delle residenze d’artista. La prima opera che ha acquistato è stata un ritratto dipinto da Rudy Cremonini mentre l’ultima è una delle opere del cinese Zhao Wenliang che è stato in residenza da lui.  Altre artiste e artisti sono Aron Demetz, Nicola Samorì, Paolo Pretolani, Eric Pasino, Agostino Arrivabene, Marta Sesana, Chiara Calore, Jacopo Ginanneschi, Nina Songhori, Filippo Rizzonelli ed Enrico Minguzzi

Roberto Rumi con alcuni artisti a Dongo

Che si tratti di collezionare o invitare artisti, l’unico criterio che segue è il suo gusto, che è anche il filo conduttore che lega le opere esposte. Qualche anno fa Roberto è diventato amico del collezionista e gallerista Remigio David che a Manila è l’anima della galleria Altro Mondo

Con il suo amico ha promosso una mostra collettiva con 31 artisti italiani nelle Filippine. L’ultima mostra organizzata da Roberto nel suo spazio è “DO I BOTHER?”, con le opere di Lorenzo Piazza e Jacopo Zambello e la curatela di Marta Cereda, che sarà visitabile fino al 30 settembre. 

Ma prima di andarci leggete le risposte di Roberto Rumi. 

S.D.: Roberto la tua collezione nasce da amicizie e collaborazioni, con Samorì ad esempio, da rapporti con artisti che vengono in residenza o da altri artisti di cui visiti gli atelier. Da dove nasce questa passione che ti porta ad organizzare residenze, manifestazioni e mostre? 

R.R.: Da ragazzo facevo il pastore in Val Bregaglia, la valle di Giacometti. Mio nonno lo nominava spesso, mentre mia madre mi parlava di Segantini: così è nata la mia curiosità. Anche i miei zii, mentre lavoravano, passavano il tempo a disegnare ritratti e paesaggi e io ero già molto curioso.

L’alpeggio in Val Bregaglia

S.D.: Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Non è così anche per una collezione d’arte e cioè sorprendere? Cosa potrebbe sorprendere in particolare della tua collezione? 

R.R.: Lascio agli altri, a chi viene a vedere le opere, il compito di dire cosa sorprende della mia collezione. Spero che si sorprendano, che si incuriosiscano e che ogni opera faccia nascere un interesse per l’arte.

S.D. “La poesia è poesia quando porta in sé un segreto” disse Ungaretti in un’intervista. Potremmo dire che è così per l’arte in generale e per quella contemporanea in particolare: quali segreti contengono le opere che collezioni? 

R.R. Non so se ci siano segreti, so solo che le mie sono molto diverse rispetto a quelle che si vedono ad Art Basel, per esempio.  Per me l’arte non è mai stata separata dal sacro; anzi, probabilmente è nata per rappresentarlo. Apprezzo gli artisti che infondono nelle loro opere un sentimento mistico, elemento quasi assente ad Art Basel. Il segreto è la connessione con il sacro.

Opera di Wenliang Gabriele Zhao

S.D. “Gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia” si legge nel romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. C’è una storia che vorresti raccontare legata ad un’opera d’arte? 

R.R. Potrei raccontare come sono arrivate in collezione le opere di Nicola Samorì: ogni tanto preparo per lui delle tavole ricavate dai miei tronchi. Alcune, molto particolari e tarlate, sono destinate a Samorì che, più di una volta, in cambio mi ha donato sue opere, visibili sul mio profilo Instagram.

S.D.: Riprendo Thomas Bernhard che in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo, quando leggo un libro ho comunque la sensazione e la convinzione che il libro sia stato scritto solamente per me, se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Come collezionista d’arte hai mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera? Hai commissionato per te? 

R.R.: Non ho ancora mai provato questa sensazione. Invece, a uno degli ultimi artisti in residenza, Jacopo Zambello, ho chiesto di dipingere un soggetto per l’atelier del mio spazio. Quella era la stanza dove mio nonno teneva il mulo, e allora ho ‘commissionato’ un dipinto con quell’animale, anche perché avevo ritrovato una vecchia foto di mio padre su un mulo.E ora è appeso nell’atelier.

S.D.: Alan Bennett nel suo scritto ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che è un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordi? 

R.R.: Si, concordo. Se vado in una galleria o in uno studio d’artista e guardo un’opera che mi emoziona, poi la compro e la porto via.

Alcune sale del RUMI ART SPACE a Dongo

S.D.: Pierre Le-Tan, parlando dei collezionisti che aveva incontrato, come a voler dare un consiglio, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Ti senti di condividere questo consiglio? 

R.R. Lo condivido perché molti artisti a volte hanno un aumento del valore economico ma poi  sono dei bluff.

S.D.: Maurizio Cattelan in un’intervista ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Ti piace pensarti nei panni di un genitore adottivo per un’opera d’arte e forse anche per un artista?

R.R.: Sì, anche perché quando ospito gli artisti in residenza mi piace portarli in giro a visitare le chiese del territorio, i siti con incisioni rupestri e condividere con loro la storia e la cultura dell’Alto Lario, una zona da sempre frequentata da artisti come Sironi, che aveva una casa qui.

S.D.: Raramente c’è un unico motivo che spinge le persone a interessarsi all’acquisto d’arte: me ne potresti dire uno che senti particolarmente tuo? 

R.R.: Io già da bambino raccoglievo i tappi delle bottiglie, poi i minerali, sono sempre stato interessato a collezionare. Mi piace circondarmi di bellezza che, oltre a dare emozione, vivifica l’anima.  

Opera di ARON DEMETZ nella collezione di Roberto Rumi

S.D.: Gertrude Stein diceva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa rinunci o hai rinunciato per un’opera d’arte? 

R.R.: Adesso, con le residenze, la mia collezione sta aumentando. Per i primi lavori che ho acquistato, invece di andare in discoteca o di uscire il sabato sera mettevo da parte i soldi per poi comprare i dipinti.

S.D.: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri da pubblicare nel suo catalogo, un padre o ad una madre che adottano, un custode che mette al riparo: a cosa ti paragoneresti come collezionista? 

R.R.: Mi paragonerei ad un custode. 

S.D.: Mark Rothko ha scritto “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Le opere d’arte fanno compagnia?  

R.R.: Si, ogni opera che ho in casa, ad esempio in camera da letto, è legata a dei ricordi, agli incontri con gli artisti nei loro studi o nelle residenze e quindi ciascuna opera rimanda al ricordo delle persone e in questo senso fanno compagnia.

S.D.: Ci consigli un posto, anche e soprattutto fuori dai soliti giri, che un appassionato di contemporaneo non può non conoscere e frequentare? 

R.R.: Io consiglio l’alto Lario, la Val Bregaglia che è sempre stata frequentata da artisti importanti e il RUMI ART SPACE.

S.D.: Molti collezionisti prima di cominciare ad acquisire si sono messi a studiare. Hai un libro che consiglieresti a chi vuole avvicinarsi all’arte contemporanea? 

R.R.: Io non ho un libro da consigliare ma consiglio di leggerne molti. Uno più ne legge e più potrebbe assaporare meglio un’opera.

Opera di Filippo Rizzonelli

S.D.: Prendo in prestito il titolo del libro del collezionista e scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e ti chiedo: qual è l’opera che ti manca? Magari quella che è andata via per sempre o che ancora deve arrivare…

R.R: C’è sempre un’opera che manca, anche se bisogna accontentarsi e godere di quelle che si hanno… e poi è sempre meglio partire pian piano.

S.D. Alcuni collezionisti utilizzano i social network per condividere le opere d’arte che collezionano o quelle degli artisti che seguono e che magari vorrebbero possedere. Credo che condividere opere e creazioni di artisti sui social sia anche un modo per contaminare il flusso dello scrolling, un modo concreto per far entrare l’arte contemporanea nel quotidiano di altre persone. Concordi? 

R.R.: Anch’io uso i social network e condivido le immagini dei dipinti. Alcune opere viste in foto sembrano migliori dal vivo, mentre altre appaiono meno efficaci. Però, per capire e apprezzare davvero un’opera, bisogna mettersi di fronte ad essa.

S.D.: Elio Fiorucci in un’intervista al Corriere disse che per dormire bene lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa un collezionista prima di addormentarsi? 

R.R.: Non penso sempre alla stessa cosa. Se, in un atelier d’artista, mi capita di vedere un bel quadro, magari mi torna nei pensieri prima di dormire. Le immagini belle mi rimangono impresse per giorni.

Salvatore Ditaranto
Salvatore Ditaranto
Salvatore Ditaranto si occupa di marketing, contenuti e palinsesti televisivi in Rcs. È appassionato di arte, di editoria e di Milano.

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