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Contesti di guerra: sciacalli in azione

del

-Stuff happens!-

Così risponde Donald Rumsfeld, segretario alla difesa del governo Bush, ai giornalisti che chiedono conto dei saccheggi fuori controllo incorsi nella Baghdad bombardata dalle forze anglo-statunitensi.

È l’11 aprile del 2003, e da qualche giorno le truppe americane cingono d’assedio la capitale irachena. Due giorni prima, Saddam Hussein e il suo entourage se la sono data a gambe, facendo piombare la città in un cupo vuoto d’ordine pubblico.

L’8 aprile, il direttore del Museo Nazionale, il dottor Donny George Youkhanna – pur essendosi riproposto, assieme al suo staff, di rimanere a guardia del museo quanto più a lungo possibile – aveva deciso di abbandonare l’edificio e mettersi in salvo, dal momento che il quartiere era diventato teatro di scontri e colpi di artiglieria pesante.

Il 12 aprile, gli americani sfondano le ultime resistenze ed entrano in città, sfilando coi carri armati sotto le ciclopiche scimitarre di cemento dell’arco che commemora la vittoria sull’Iran nella guerra del 1989 (vittoria reclamata pure dagli iraniani…).

Le acque si placano e lo staff può tornare al museo, constatando di persona il più amaro degli scenari. Nel breve lasso di tempo della loro assenza, il museo di Baghdad – d’importanza storica unica, e abbiamo tutti memoria scolastica della Mezzaluna fertile come culla della civilizzazione umana – è stato razziato come mai era successo prima dai tempi del mitologico sacco delle truppe mongole di Hulagu Khan, il 13 febbraio del 1257.

Le prime notizie sono di 170 mila pezzi rubati: una cifra spropositata, per fortuna ridimensionata in un secondo momento a 15 mila.

L’indignazione, ovviamente, diventa oggetto di dibattito internazionale. Persino Kofi Annan, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, manifesta pubblicamente il proprio sconforto.

Il presidente di ICOMOS, il tedesco Michael Petzer, non ha peli sulla lingua e punta il dito contro gli Stati Uniti, colpevoli, a suo dire, di non aver saputo proteggere il patrimonio culturale straordinario dell’Iraq. Qualcuno indica come possibili autori dei furti i soldati statunitensi stessi.

In ogni caso, si tratta di un’accusa di grave mala gestione delle operazioni militari e un’onta inaccettabile per gli americani agli occhi del mondo, ancor più perché questi crimini si svolgono in seno a una guerra percepita da molti come inutile e aggressiva, a dir poco. Ci sarebbe molto da dire a riguardo, ma non ci sembra il caso di fare qui i Dominique de VIllepin della situazione.

Citiamo il caso del museo di Baghdad dopo aver letto l’interessante articolo di Sara Stoisa sul manuale di evacuazione in emergenza delle collezioni redatto congiuntamente da Unesco e da ICCROM.

L’attuale situazione bellica in Ucraina – come purtroppo in tante altre zone del mondo ricche di patrimonio culturale -, fa riflettere, per forza di cose, su quali dimensioni possa raggiungere lo sciacallaggio di opere d’arte, e sulle difficoltà concrete di mettere in sicurezza il patrimonio quando la battaglia incombe.

Il tema è stato lambito anche nel G7 svoltosi in Italia nel maggio del 2017: varrebbe attorno agli 8 miliardi di dollari il traffico di opere d’arte rubate, comprese quelle rubate durante le situazioni di conflitto. Una cifra spropositata, come ben comprenderà il lettore di questo blog, molto attento alle questioni economiche e alla legalità nel mercato dell’arte.

È ben noto che questi furti siano commessi o commissionati anche dai gruppi terroristici per finanziare le proprie attività.

Tornando alla storia di Baghdad, bisogna dire che gli Stati Uniti si danno prontamente da fare per riparare quanto più possibile al danno, mobilitando già a partire dal 16 aprile successivo una squadra investigativa coordinata dal colonnello Matthew Bogdanos. Ci sarebbe da scrivere un libro su questo personaggio, se non l’avesse già fatto egli stesso. Newyorkese di origine greca, Bogdanos si laurea in Classical Studies e poi in Laws alla Columbia University, arruolandosi nel frattempo come riservista nel corpo dei marines. Una specie di Rambo ben educato, già salito all’attenzione della cronaca nazionale quando, nel 2001, partecipa in qualità di pubblico ministero al processo contro Sean Combs, produttore hip-hop noto ai più come Puff Daddy accusato di possesso d’arma da fuoco durante una rissa in un locale e del successivo tentativo di depistaggio dell’indagine. Prassi newyorchese.

In un suo ampio articolo del 2006 dal titolo The casualities of war: the truth about the Iraq Museum, – poi diluito nel libro Thieves of Baghdad – Bogdanos ricostruisce le indagini svolte assieme alla sua squadra nei cinque mesi successivi ai fatti: dalla attenta inventariazione di quanto è rimasto nel museo e nei suoi depositi, alle interviste col personale per cercare di comprendere se vi potessero essere complicità interne.

Bogdanos tira le somme e capisce che i furti sono avvenuti in un arco di 36 ore in cui il museo era totalmente incustodito, appena prima, quindi del rientro dello staff.

Le indagini, inoltre, rivelano che la maggior parte degli oggetti rubati si trovavano nei depositi, e che i predoni avevano approfittato anche dei canali umanitari per portare quanto rubato fuori dall’Iraq.

Interessante la strategia adottata da Bogdanos per incentivare la restituzione di quanto più materiale possibile: portate al museo quello che avete e nessuno vi chiederà come ne siete entrati in possesso. Altrimenti veniamo a prendercelo noi.

In questo modo, nel corso dei mesi successivi, il museo si riappropria di circa metà di quanto era stato rubato.

È drammatico, tuttavia, constatare – come ha fatto Sigal Samuel il 18 marzo del 2018 sul The Atlanticquanto sia ancora oggi semplice “in maniera inquietante” reperire sul mercato antichità provenienti dal museo di Baghdad.

Evidentemente, la carenza di mezzi e di tempo ha giocato a sfavore del patrimonio iracheno. Sarà lo stesso per l’Ucraina? Speriamo di no.

Francesco Niboli
Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.

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