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Diario newyorkese 2.7: a proposito di Anish Kapoor

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Dopo una lunga gestazione e continui ritardi nella realizzazione, culminati nello stop imposto dalla pandemia, la prima opera pubblica newyorkese di Anish Kapoor è stata infine completata al56 di Leonard Street a Tribeca, alla base del caratteristico grattacielo di Herzog & de Meuron Jenga.

La scultura, in acciaio inossidabile lucidato a specchio, ricorda molto il celebrato Cloud Gate del Millenium Park di Chicago e appare come un morbido cuscino su cui poggia un angolo di quest’edificio dall’aspetto inconfondibile, costruito su moduli rettangolari disposti uno sopra l’altro “a sbalzo”, donde il suo nome (Jenga — letteralmente: “costruisci!” in lingua swahili — è un gioco da tavolo in cui i partecipanti, dopo aver eretto una torre con blocchi di legno, devono a turno sottrarne uno dalla costruzione riposizionandolo poi sulla sua sommità, evitando di far crollare la torre per non perdere).

Il Jenga con la nuova scultura di Anish Kapoor

Poco prima dell’interruzione dei lavori per l’installazione della scultura, la Lisson Gallery — che rappresenta l’artista fin dal 1982 — aveva dedicato a Kapoor una doppia esposizione nelle sue due sedi newyorkesi alla fine del 2019: erano state presentate grandi sculture in acciaio inossidabile e una serie di dischi concavi colorati, dagli effetti cangianti. La doppia mostra — la prima di Kapoor con la Lisson a New York — coincideva con la grande personale presentata dall’artista anglo-indiano al Central Academy of Fine Arts Museum and Taimiao Art Museum of the Imperial Ancestral Temple, all’interno della Città Proibita a Pechino, prima esposizione museale dell’artista in Cina.

Nel 2022, poi, c’è stata la grande mostra alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, caratterizzata da una serie di sculture realizzate con «il materiale più nero dell’universo», il Vantablack, pigmento prodotto dalla società inglese Surrey NanoSystems (e usato anche per verniciare i velivoli Stealth) di cui nel 2016 Kapoor ha acquistato i diritti esclusivi di utilizzazione in ambito artistico, suscitando anche polemiche da parte di suoi colleghi. (Per la cronaca, nel 2019 è stato sviluppato dal MIT di Boston un materiale dieci volte più scuro, chiamato Blackest Black).

Superfici specchianti concave o convesse; doppie riflessioni che cambiano o capovolgono l’immagine a seconda della distanza da cui si guarda (uno splendido esempio: il Senza titolo del 2007 in granito nero alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia); la coniugazione di opposti apparentemente inconciliabili nelle forme o nel colore (una sua serie porta il titolo White Dark); l’uso di pigmenti allo stato puro o di particolari impasti che manipolano i normali assorbimento o riflessione della luce, con l’effetto di colori impalpabili o cangianti a seconda dei casi — Kapoor gioca con la percezione ottica e fenomenologica tout court dello spettatore (si ricordi il caso del turista italiano precipitato nell’opera Descent into Limbo esposta al Museu Serralves di Porto nell’agosto del 2018: in questo caso il nero profondo con cui era dipinto l’effettivo tunnel assorbiva così tanto le radiazioni luminose da annullare la percezione tridimensionale del “buco”, che poteva così apparire come una semplice macchia dipinta sul pavimento).

Anish Kapoor, Cloud Gate, 2006

Le opere di Kapoor vanno appunto sperimentate (magari non in maniera così estrema!): sono un’esperienza sensoriale non riproducibile — fortunatamente — con nessun medium. C’è forse anche una conscia dimensione del gioco, ma la poetica di Kapoor, indagando sulla dialettica di spazi intro- ed estroversi in geometrie non euclidee, su «ciò che scompare alla vista e conduce verso l’ignoto, si propone di cogliere il sottile nesso barocco tra spazio esterno e spazio interno (…). Impegnato a indagare l’intreccio tra pulsioni opposte — spirito e materia, fisico e metafisico, immobilità e mobilità, organico e astratto — ritiene che solo nella dualità viva l’energia dell’immagine» (Vincenzo Trione).

Non fa eccezione questa nuova opera monumentale — alta quasi sei metri e lunga quattordici e mezzo, per un peso di quaranta tonnellate — dell’artista anglo-indiano: la sua collocazione all’incrocio di Leonard Street con Church Street riflette e distorce l’animazione del cuore di Tribeca, il quartiere del centro di Manhattan che, dopo un momento di grande fulgore negli anni Novanta e una perdita di vitalità negli anni Duemila — in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001: il World Trade Center non è lontano — sta ora riprendendo lustro tra le zone trendy di New York (il Jenga, completato nel 2017, ne è un esempio).

La scultura non ha ancora un nome ufficiale; al momento è stata soprannominata Mini-Bean (“Minifagiolo”), riprendendo il soprannome del “fratello maggiore” Cloud Gate di Chicago. Con gran fastidio di Kapoor, a quanto pare.

Sandro Naglia
Sandro Naglia
Nato nel 1965, Sandro Naglia è musicista di professione e collezionista d’arte con un interesse spiccato per gli astrattisti italiani nati nei primi decenni del Novecento e per quelle correnti in qualche modo legate al Pop in senso lato (Scuola di Piazza del Popolo, Nouveau Réalisme ecc.).

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