Tra memoria fiorentina, pittura, viaggi interiori e collectible design, uno dei protagonisti della nuova scena italiana racconta perché un tavolo può emozionare quanto un quadro.
C’è chi progetta un mobile partendo da un brief e chi, invece, costruisce un oggetto come se stesse dipingendo un ricordo. Filippo Carandini appartiene decisamente alla seconda categoria.
Nato a Firenze, formatosi nelle belle arti e oggi rappresentato dalla galleria Nilufar di Milano, ha sviluppato un linguaggio personale in cui bronzo, legno, vetro e superfici laccate diventano strumenti narrativi più che semplici materiali. Le sue opere sfuggono alle definizioni: non sono soltanto design, né soltanto arte, ma oggetti capaci di evocare emozioni, nostalgie e desideri.
In questa nuova puntata di Citofonare Nicolella, Carandini racconta il rapporto con Firenze, il peso della pittura, la libertà del collectible design e quel sottile meccanismo che trasforma un oggetto in un colpo di fulmine.

Giacomo Nicolella Maschietti: Partiamo dalle origini. Sei fiorentino, ma lavori in un contesto internazionale molto spinto. Quanto resta della Firenze che hai dentro quando progetti un oggetto oggi a Milano o per Nilufar?
Filippo Carandini: In una parola, tantissimo. Per quanto mai direttamente visibile, la ricerca di una proporzione “assoluta”, di un equilibrio, che sia cromatico o formale e di una eleganza che risulti plausibile in qualsiasi contesto è sicuramente una conseguenza dell’essere nato e cresciuto in una città come Firenze. Che del resto è anche un peso enorme, perché come avevo letto una volta riguardo proprio al David di Michelangelo, rappresentando l’ideale umano di virtù al contempo rappresenta necessariamente anche quanto uno sia lontano da queste.
Da Firenze sono dovuto (voluto) andare via per potermi liberare da questo enorme giudice che è la città, per poi negli anni ritrovarne una traccia dentro di me.

GNM: Nei tuoi lavori la pittura sembra non essere una superficie, ma una struttura che costruisce l’oggetto. Ti senti più un designer o un pittore che ha deciso di uscire dalla tela?
FC: Non sono sicuramente un designer, non ho una formazione come tale e l’oggetto che creo per me è sempre un pretesto, una scusa per poter rappresentare un qualcos’altro. Ho una formazione nelle belle arti ed il motivo per il quale mi trovo molto bene nel creare oggetti di arredamento è proprio perché ho una sana distanza dall’argomento, il che mi consente di muovermi piuttosto liberamente.
Direi che ho trovato un modo per schivare la soggezione data dalla tela bianca, un tavolo è sicuramente meno impegnativo in quanto da ultimo sarà appunto un tavolo, un quadro richiede ben altro.
Ma faccio fatica ad usare etichette, sia al positivo che al negativo, sicuramente passo la maggior parte del mio tempo a dipingere ma non sono sicuro di essere un pittore per questo motivo, per quanto se mi si definisce designer tendo a sentirmi soffocare perché sono a malapena in grado di eseguire un disegno tecnico decente. Penso di trovarmi in una via di mezzo e che, grazie a una gallerista come Nina Yashar, il mio lavoro abbia potuto trovare un suo posto.

GNM: Bronzo, legno, vetro, smalti, superfici laccate: i materiali nei tuoi pezzi non sono mai neutri, ma quasi narrativi. Come scegli un materiale? È una decisione tecnica o una questione emotiva?
FC: La domanda contiene una risposta migliore di quella che avrei potuto dare io stesso, è assolutamente una questione emotiva! Sono ricordi, tentativi di evocare un mondo interiore, mi aiutano nella narrazione.
La lucentezza dice una cosa marcatamente diversa dall’opacità, il bronzo si impone diversamente dal legno, certe texture chiedono di essere guardate mentre altre sono funzionali per spostarsi da un “luogo” dell’oggetto ad un altro. Ovviamente la narrazione della quale parlo è estremamente emotiva, non sto cercando di dire una cosa traducibile in parole, ma piuttosto di evocare un qualcosa che non conosco fino a che non lo vedo.

GNM: Hai raccontato spesso un immaginario legato ai viaggi e a un’estetica che passa anche dalla Russia e dall’Asia. Quanto contano davvero i luoghi nel tuo processo creativo, e quanto invece è una geografia mentale?
FC: Credo che le due geografie si intreccino spesso. La geografia fisica che cerco, quindi il desiderio di partire per un determinato luogo, è spinto da una geografia interiore appunto, nella quale emerge il bisogno di certi linguaggi e atmosfere.
Il caso di alcuni oggetti, realizzati di recente, che si potrebbero definire influenzati da viaggi in nord Africa è puntuale, prima ho disegnato i pezzi perché mi sentivo attratto da quella estetica e poi ho fatto il viaggio reale. Mi serve sempre una certa distanza dal soggetto, inteso come ispirazione.
Mi è più facile far emergere la “thailanditudine” di un oggetto sull’onda di una nostalgia piuttosto che mentre mi trovo fisicamente nella giungla. In questo modo ne rimane una sorta di distillato, filtrato appunto da me. E alle volte appunto queste nostalgie esistono prima del loro soggetto.

GNM: Lavori con realtà come Nilufar, che costruisce un dialogo continuo tra collectible design e ricerca artistica. Ti senti più vicino al mondo del design o a quello dell’arte contemporanea oggi? O questa distinzione non ha più senso?
FC: A livello personale penso molto poco a dove mi trovi tra questi mondi. Certo è che sono mondi tangibilmente diversi, determinati da un contesto, un prezzo e una narrativa che ne sanciscono i confini.
Passato un certo punto vedo una grande arbitrarietà nel definire quello che oggi è arte, design o altro. I musei sono pieni di operazioni finanziarie e di marketing, certi pezzi di design sono spesso definiti “capolavori”. Di una cosa sono abbastanza certo, questa situazione è creata da una sorta di smarrimento nel quale versa il mondo dell’arte contemporanea piuttosto che da un tentativo di alzare la cresta da parte del mondo del design.
Se non si fosse creato un vuoto nell’arte una sedia resterebbe una sedia, tutt’al più una bellissima sedia! Ma siccome è molto difficile giustificare oggi cosa sia arte e cosa no, è sicuramente più comprensibile “misurare” un oggetto comune e dire che, dato l’archetipo del tavolo che tutti conosciamo, questo determinato oggetto x se ne stacca in misura tale ed è eseguito con materiali, precisioni, ispirazioni tali che lo elevano quasi fuori dalla sua categoria di arredamento e, mantenendo anche se per poco la sua funzionalità di superficie piana a circa 70 cm da terra, lo spostano su una fascia di prezzo che rivaleggia direttamente con l’arte, si crea una domanda, attorno a questa offerta, ed abbiamo il collectible.
Che peraltro è un settore divertentissimo, perché il fatto che non sia strettamente necessario ridurre i costi di produzione all’osso, proprio perché non si ha la necessità di produzioni di massa consente una libertà creativa infinitamente maggiore rispetto al mondo delle aziende di settore che piuttosto partono da un price point e lavorano all’inverso.

GNM: Se dovessi descrivere un tuo oggetto ideale non ancora realizzato, senza limiti di materiale o funzione, cosa sarebbe e che emozione dovrebbe generare in chi lo guarda?
FC: Un irresistibile desiderio di possesso! Questa è una emozione molto affascinante per me perché bypassa completamente la razionalità, assomiglia ad un colpo di fulmine.
Realmente, come scrivevo prima, una superficie piana a 70 cm da terra ha già assolto la sua funzione di tavolo, qualsiasi cosa che va oltre a questo in termini di estetica (assicuratane la funzionalità) è un tentativo di far innamorare. Non c’è oggettivamente bisogno di altre forme, ma c’è bisogno di questa sensazione, adoriamo innamorarci, e questa è una bellissima motivazione per continuare a creare.
Quale oggetto nello specifico non saprei – spesso, non sempre, ma il più delle volte, se un oggetto passa la mia selezione, cioè se io per primo provo quella curiosità e attrazione nei suoi confronti, lo mostro alla galleria. Poi da li, come appunto per tutto, subentrano i gusti personali, quindi può suscitare emozioni diverse, a volte addirittura più forti delle mie!




