Marta Perego intreccia classici e nuove uscite, filosofia e psicologia, per riscoprire nella cultura uno strumento di adattamento.
Conosco Marta Perego da qualche anno, diciamo una ventina. Non potevo non aprire questa nostra rubrica dedicata alle interviste se non con lei, che è stata collega ed amica. Dividevamo la scrivania in redazione a Class Life: chiusure lunghe il venerdì sera (era un settimanale), lanci dell’ultimo minuto e quella sensazione di novità che solo il giornalismo sa dare.
Una volta, ricordo sarà stato il 2008/2009, siamo andati alla vecchia FNAC di via Torino a Milano, per intervistare Alda Merini. La poetessa era in forma, e come ricorderete anche una formidabile tabagista. Non voleva smettere di fumare anche all’interno della libreria durante la presentazione. Le intimarono di non poter procedere, e lei di andarsene. Alla fine, Alda, la vinse lei: fumò cinque sigarette durante la presentazione del suo libro. Era una strafottenza necessaria, di chi non ha nulla da perdere e vuole godere di ogni minuto che resta.
In ogni modo, le strade mie e di Marta dopo quella esperienza editoriale si sono differenziate. Ha scelto di affondare – con coraggio e coerenza – nel territorio che le apparteneva da sempre: i libri, il cinema, la parola scritta come strumento per capire il mondo. Oggi li racconta in televisione e, soprattutto, attraverso il progetto Flâneuse, una newsletter intelligente e accessibile che intreccia classici e novità editoriali, filosofia e psicologia, memoria e presente. Vi consiglio di iscrivervi perché ne vale la pena.
La sua idea è semplice e radicale insieme: gli autori che hanno scritto i grandi classici – menti acute, spesso ferite, sempre lucidissime – hanno attraversato crisi, fratture, trasformazioni non così lontane dalle nostre. Non viviamo le stesse vite, certo. Ma esistono consonanze profonde, “eterni ritorni” che rendono quelle pagine ancora necessarie. Leggerle significa allenarsi a comprendere meglio ciò che siamo.
Per questo abbiamo voluto incontrarla su Collezione da Tiffany. Anche se non parla direttamente di arte visiva, il suo lavoro allarga il perimetro della nostra riflessione: perché la cultura, in un tempo attraversato da incertezze e tensioni, resta uno degli strumenti più solidi di adattamento e consapevolezza. E forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno di sguardi capaci di tenere insieme passato e presente senza semplificare né consolarsi troppo in fretta.
G.N.M: Cara Marta, abbiamo condiviso per anni il banco in redazione, tra chiusure notturne e caffè salvifici. In quel periodo eri già profondamente immersa nella letteratura del Novecento. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che i libri non sarebbero stati solo il tuo mestiere, ma la tua forma di resistenza personale?
M.P.: Di solito ci si rende conto delle cose che ti fanno rimanere a galla quando tutto attorno tende ad affondare. Ho sempre letto molto e faccio parte di una generazione – che è la tua- che non è vissuta immersa tra Booktoker sorridenti e pieni di followers. Essere lettori e intellettuali non aveva nulla di “figo” una volta uscito dalle aule del Liceo Classico, con La nausea di Sartre sotto il braccio. Me lo sono sempre tenuta per me, provando anche a percorrere altre strade – dalla conduzione dei tg a svariati programmi tv. Poi ad un certo punto tutti i piani che avevo fatto sulla mia vita adulta sono crollati e, prima di trovarmi un “lavoro vero” mi sono detta: perché non provare a tornare all’unica cosa che mi piace e che conosco davvero? Era il 2020, stavamo tutti chiusi in casa, non avevo né alternative né nulla da perdere e quindi ho iniziato a raccontare la mia passione per la lettura sui social, raccontando anche quanto quella passione mi stesse in qualche modo salvando la vita. E mi sono accorta di non essere l’unica…

G.N.M: Hai scritto molto sul potere “salvifico” della letteratura. È una parola forte. Cosa salva davvero un libro: dalla solitudine, dal dolore, dall’irrilevanza? E c’è un’autrice – penso a Virginia Woolf o ad Alda Merini – che ti ha salvata in un momento preciso della tua vita?
M.P.: I romanzi non sono manuali di autoaiuto, non sono stati scritti con il preciso intento di salvare i lettori. Semmai sono stati scritti per salvare chi li ha creati.
Mi sono accorta che molte delle autrici e degli autori che amo di più – Virginia Woolf, Merini, Cesare Pavese, Charlotte Bronte, Alba De Cespedes, Fausta Cialente, Kafka… – hanno usato il romanzo e le storie per andare alla ricerca di un senso (della vita, della morte, del fallimento, dell’amore). E quel senso che loro cercavano cento, duecento, cinquant’anni fa non è molto diverso da quello che ricerchiamo noi ogni giorni nelle varie fasi della nostra esistenza. Mi pare fosse Pietro Citati che diceva “Se vogliamo conoscerci, dobbiamo aprire un libro: là in fondo, nell’angolo più oscuro del capitolo, c’è una frase scritta apposta per noi”. Ed è verissimo, soprattutto quando rileggi lo stesso libro più volte. Per esempio Mrs Dalloway di Virginia Woolf mi ricorda ogni volta che la vita è un gran casino e spesso non soddisfa, ma che accendere l’attenzione sulle piccole cose che abbiamo intorno è una buona via per allenarci alla gioia. Pavese, ne La luna e i falò, fa i conti con i fallimenti quando la vita inizia ad essere adulta per davvero, intorno ai quarant’anni, e ti fa sentire meno sola o solo quando passi le serate a fare la collezione dei tuoi errori. Ti aiuta a provare pietà per te stesso. Alda Merini, che hai citato, insegna che è nostra la responsabilità di trasformare ogni esperienza della nostra vita, anche le più orribili e dolorose, in qualcosa che può renderti se non migliore per lo meno unico.
G.N.M: In un presente attraversato da instabilità sociale e tensioni geopolitiche, la filosofia è ancora uno strumento pratico oppure rischia di restare un lusso per tempi più tranquilli? Come la usi, concretamente, nella tua vita quotidiana?
M.P.: La filosofia è uno strumento utile perché ti aiuta a riflettere sull’atteggiamento da avere nel mondo ed è fondamentale, secondo me, soprattutto nei momenti più complessi e instabili. Se ci pensi, molte scuole filosofiche sono nate proprio nei momenti di crisi, a partire dalla filosofia classica, come lo stoicismo o l’epicureismo. Ma anche l’esistenzialismo di Sartre o De Beauvoir che diventa “filosofia della crisi” nel cuore del Novecento, quando l’Europa raccoglie i cocci della Seconda Guerra Mondiale. Siamo abituati a pensare alla filosofia come a qualcosa che si studia al liceo, sui banchi di scuola, chiusa nelle accademie, invece la filosofia ha molto da dirci nella vita di tutti i giorni. Dalla ricerca di senso, dal valore che diamo alle scelte, ci aiuta a riorientarci quando intorno a noi tutto sembra incerto. Per esempio lo stoicismo è tornato di gran moda perché è una filosofia che offre strumenti anche molto pratici – i famosi “esercizi filosofici”- per coltivare tranquillità e pace interiore quando intorno va tutto a rotoli. La filosofia cambia il mondo? Forse no, però può cambiare il nostro modo di stare nel mondo e io credo sia già moltissimo. E in un presente in cui all’esterno non ci sono più certezze, coltivare una forma di certezza interiore, è un ottimo scudo.
G.N.M: Ti occupi da anni di grandi scrittrici del Novecento. Se dovessi spiegare a una ragazza di vent’anni perché oggi ha ancora bisogno di leggere Woolf, Merini, o le altre voci che ami, cosa le diresti? Cosa hanno capito prima di noi sul mondo che stiamo vivendo?
M.P.: Hanno capito moltissimo, forse proprio perché certe fratture le hanno attraversate prima di noi. E perché, in fondo, noi non siamo cambiati così tanto. Cambiano le epoche, le tecnologie, ma non cambiano la paura di non essere abbastanza, il desiderio di libertà, l’angoscia di non trovare un posto nel mondo, l’ansia verso le pressioni sociali.
A una ragazza di vent’anni direi: leggi i classici perché parlano esattamente di quello che stai vivendo.
Ti faccio degli esempi.
Sylvia Plath, con La campana di vetro, racconta la paura di sentirsi soffocare dentro un’identità che non ti somiglia. È una paura modernissima.
Alba de Céspedes, in Quaderno proibito, ti costringe a chiederti chi sei oltre ai ruoli che ricopri, oltre l’idea di madre, compagna, professionista.
Charlotte Brontë, con Jane Eyre, insegna a non svendere mai la tua dignità pur di essere amata.
Emily Brontë, in Cime tempestose, – oggi tanto in voga…- mostra quanto sia facile confondere la passione con la dipendenza, e quanto possa diventare pericoloso un amore che ti cancella.
Edith Wharton, con L’età dell’innocenza, fa vedere cosa succede quando non si ha il coraggio di rompere gli argini e si resta intrappolati dentro le convenzioni.
E Dino Buzzati, ne Il deserto dei Tartari, ricorda che la vita non aspetta. Restare fermi, rimandare, aspettare il momento perfetto è il modo più sicuro per lasciarsela scivolare via.
G.N.M: Siamo all’inizio del 2026, un anno che si è aperto con molte incognite. Se dovessi consigliarci tre libri – tra classici e uscite recenti – da tenere sul comodino per attraversare questa stagione con più lucidità emotiva, quali sceglieresti e perché?

M.P.: Il primo, tornando allo stoicismo, è il Manuale di Epitteto. È una guida essenziale per allenare lo sguardo: distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non possiamo controllare cambia il modo in cui viviamo le giornate. E fa sempre sentire più leggeri o per lo meno consapevoli. È stato forse il primo Manuale d’autoaiuto della storia e funzionava nel I secolo d.C. come oggi, provare per credere.

Poi Un inverno freddissimo di Fausta Cialente, scrittrice enorme della storia della letteratura italiana troppo spesso dimenticata. È un romanzo che attraversa il gelo, la perdita, lo smarrimento, ma ti ricorda che la primavera può sempre tornare.

Tra le uscite recenti ho amato moltissimo Wellness di Nathan Hill. È un grande romanzo sul mito contemporaneo del benessere, sulle relazioni messe alla prova dal tempo, sull’illusione che esista una formula per sistemare la vita. Ti costringe a guardarti allo specchio e a capire che, ok, non va sempre “tutto bene”, ma c’ è qualcun altro che la vive come te e quindi forse non è tutto da buttare.
Io amo la letteratura perché i romanzi raccontano gli aspetti più oscuri e dolorosi della vita. Dicono la verità: non tutto si sistema, non esiste una formula che garantisca successo e felicità. Però esisti tu, che ogni volta puoi trovare un buon motivo per riprovarci ancora, ad essere felice. A volte però si ha bisogno di una spinta, che funziona di più, io credo, se chi te lo dice scrive anche bene…
Albert Camus diceva “leggere è l’arte di vivere in tempi di catastrofe”. Più chiaro di così?




