A Villa Marigola, nell’ambito del Lerici Music Festival, l’artista di Galleria Continua presenta “I miei orizzonti e Tu”: un viaggio tra fotografia, video, installazioni e scultura che invita a rallentare e ad abitare il paesaggio, fuori e dentro di noi.
Ci sono artisti che colpiscono per il talento e altri che conquistano per l’umanità. Giovanni Ozzola appartiene a entrambe le categorie. Ormai da qualche anno capita di incontrarci tra una fiera e una biennale, davanti a un’opera appena installata o durante una cena improvvisata dopo una lunga giornata di lavoro. Ogni volta ritrovo la stessa persona: autentica, gentile, curiosa, lontana da qualsiasi costruzione. Uno di quegli artisti che non hanno bisogno di interpretare un personaggio perché il loro lavoro parla già con una voce fortissima.
La sua è una vita sorprendentemente normale. Pur avendo scelto le Canarie come casa, Giovanni conserva quella semplicità disarmante che emerge anche nei racconti più quotidiani: il figlio che pratica judo, gli spostamenti continui, il desiderio di mantenere un equilibrio tra famiglia e ricerca artistica. Una normalità che contrasta con la dimensione internazionale della sua carriera, costruita con pazienza e senza clamore, grazie anche al rapporto con Galleria Continua, una delle realtà più importanti dell’arte contemporanea.

Chi conosce il suo lavoro sa che ridurre Ozzola alla fotografia sarebbe un errore. La fotografia rappresenta certamente uno dei cardini della sua ricerca, ma è soltanto uno dei linguaggi attraverso cui costruisce un racconto più ampio. Video, installazioni, sculture, incisioni: ogni medium diventa lo strumento più adatto per dare forma a un pensiero. Perché, in fondo, Giovanni non realizza immagini. Racconta storie. E lo fa lasciando sempre uno spazio libero allo spettatore, chiamato a completarle con la propria sensibilità.
Le sue opere non chiedono di essere semplicemente guardate. Domandano tempo. Pretendono silenzio. Invitano ad abbandonare quella frenesia con cui spesso attraversiamo mostre e musei, consumando immagini una dopo l’altra senza davvero soffermarci. Davanti ai lavori di Ozzola accade l’opposto: ci si ferma, si osserva, si ascolta quasi un respiro. È in quel momento che emerge tutta la forza della sua ricerca.
Non è un caso che il mare sia diventato il protagonista della nuova mostra I miei orizzonti e Tu, ospitata a Villa Marigola dal 22 luglio al 2 agosto nell’ambito del Lerici Music Festival, progetto curato da Carlo Orsini in collaborazione con Galleria Continua. Il Golfo dei Poeti diventa il luogo ideale per riflettere su uno dei temi centrali dell’opera dell’artista: l’orizzonte.
Per Ozzola l’orizzonte non è mai soltanto una linea che separa cielo e mare. È un confine mentale, una promessa, una domanda aperta. È il punto in cui ciò che conosciamo incontra ciò che ancora non comprendiamo. Da anni l’artista attraversa deserti, oceani, architetture dimenticate e paesaggi estremi alla ricerca di quella sottile soglia in cui luce, spazio e tempo sembrano fondersi.

La mostra lericina raccoglie fotografie, video, installazioni e sculture in un percorso concepito appositamente per Villa Marigola. Il mare diventa metafora dell’esistenza, dell’incontro con l’altro e della possibilità di trasformazione. Il visitatore attraversa idealmente un viaggio che parte dall’osservazione del paesaggio per arrivare a un territorio più intimo, dove ogni scoperta esterna coincide con una scoperta di sé.
È un progetto che dialoga perfettamente con lo spirito del Lerici Music Festival, sempre più orientato a mettere in relazione arti visive e musica. Non sorprende quindi che l’inaugurazione della mostra sia accompagnata dal concerto Homer’s Odyssey in Jazz del Paul Lay Trio, quasi a suggerire che ogni viaggio, proprio come quello di Ulisse, sia prima di tutto un’esperienza interiore.
Forse è proprio questa la qualità più rara di Giovanni Ozzola. In un’epoca in cui tutto sembra gridare per attirare attenzione, lui continua a sussurrare. E chi decide di fermarsi ad ascoltare scopre che dietro ogni orizzonte si nasconde una storia. E che, spesso, quella storia parla anche di noi.




