Nel sistema del collezionismo contemporaneo, l’acquisizione di un’opera è generalmente il risultato di una scelta consapevole, nella quale si intrecciano preferenze estetiche, valutazioni culturali e considerazioni economiche.
Con EX-VOTO-TOMBOLA, mostra ospitata alla galleria Alfonso Artiaco di Napoli, Thomas Hirschhorn interviene proprio su questo processo, mettendo in discussione una delle prerogative fondamentali del collezionista: la possibilità di individuare e scegliere il pezzo da aggiungere alla propria raccolta.
Affidando l’assegnazione delle opere al sorteggio, l’artista introduce una variabile aleatoria nel processo di acquisizione e interroga il rapporto tra desiderio di possesso, valore economico e libertà di scelta.

La mostra riunisce circa trecento opere della serie POST, realizzate tra il 2025 e il 2026 attraverso l’impiego di materiali eterogenei, tra cui cartone, stampe, pennarelli e nastro adesivo. Disposti gli uni accanto agli altri, senza gerarchie apparenti, i lavori richiamano la configurazione degli ex voto negli spazi di culto, suggerendo una dimensione collettiva che trova corrispondenza nel meccanismo stesso della loro vendita. Le opere sono proposte a un prezzo fisso di 500 euro oltre IVA e assegnate mediante estrazione. Il dispositivo della tombola, che dà il titolo alla mostra, introduce così una componente ludica all’interno della transazione commerciale, trasformando l’acquisizione in un’esperienza scandita dall’attesa e dall’imprevedibilità.
A poco più di un mese dall’apertura e a pochi giorni dalla chiusura, la mostra restituisce già un’indicazione significativa sulla risposta del mercato. Al momento della visita in galleria, circa un centinaio di opere risultavano vendute: un dato che porta la riflessione oltre la dimensione concettuale del progetto e apre una questione più propriamente economica. Fino a che punto l’acquisizione dipende dalla preferenza per un determinato lavoro e quanto, invece, dalla fiducia riposta nell’artista e nel progetto che lo sostiene? La risposta non è riconducibile ad un’unica motivazione.
Indubbiamente, il nome di Thomas Hirschhorn, artista dalla consolidata presenza nel sistema dell’arte contemporanea, contribuisce a rendere attrattiva una formula insolita. A questo si aggiunge la possibilità di avvicinarsi al suo lavoro attraverso una cifra prestabilita, senza dover affrontare la consueta negoziazione legata alla scelta di un’opera specifica.

Nel mercato dell’arte, il prezzo non è soltanto la cifra richiesta per un’opera: contribuisce a collocarla all’interno di un sistema di riconoscimento, nel quale incidono la reputazione dell’artista, il ruolo della galleria, la storia espositiva e la domanda. Stabilire un importo identico per circa trecento lavori significa sospendere, almeno entro i confini della mostra, la possibilità di tradurre le differenze tra le singole opere in una gerarchia economica. La proposta di Hirschhorn agisce dunque su un aspetto preciso: rende prevedibile il costo, ma lascia imprevedibile il risultato. La trasparenza del prezzo convive così con l’incertezza dell’oggetto. È una combinazione che può ridurre alcune delle complessità associate alla scelta, senza eliminare le altre barriere che caratterizzano il collezionismo.
La riflessione sul mercato si amplia considerando l’origine dei POST. Come dichiara l’artista nel testo di presentazione della mostra, alcuni lavori erano già stati pubblicati sul suo account Instagram. Il loro trasferimento in galleria risponde al tentativo, nelle parole di Hirschhorn, di de-digitalizzare le opere e renderle più popolari.
Ma che cosa aggiunge il possesso di un’opera la cui immagine è già accessibile online? La domanda tocca un nodo centrale del collezionismo: il rapporto tra la disponibilità pubblica di un’immagine e il valore attribuito al suo originale.
Se acquistare arte significa anche poter entrare in un sistema spesso percepito come esclusivo, la proposta di Hirschhorn interviene sulle condizioni di questo accesso, democratizzandone i criteri e dimostrando che il valore dell’opera non risiede tanto nell’esercizio di un privilegio selettivo, quanto nella possibilità di ridefinire il rapporto tra riconoscimento simbolico, accessibilità e dinamiche di mercato. Resta da capire se questa apertura possa tradursi in una trasformazione più ampia delle pratiche di mercato o se rimanga circoscritta al dispositivo ideato dall’artista.




