Con “Sosta Temporanea” The Others 2026 trasforma il concetto di passaggio in una chiave di lettura dell’arte contemporanea, interrogando il rapporto tra luoghi, relazioni e possibilità di valorizzazione cultuale.
Abbiamo quindi chiesto a Lorenzo Bruni, direttore artistico di The Others di aiutarci a comprendere più nel dettaglio il significato dell’edizione 2026. L’attuale momento di mercato rende sempre più necessario per le fiere proporre modelli differenti, capaci di confrontarsi con il contesto in cui si svolgono e con un collezionismo non legato esclusivamente alla logica dell’investimento finanziario o alla possibilità di realizzare grandi collezioni da rendere fruibili al pubblico.
Nello specifico, infatti, il mercato dell’arte non risulta essere in crisi: è piuttosto il modello di espansione degli ultimi vent’anni a mostrare i propri limiti, soprattutto in termini di costi e sostenibilità per le gallerie. In questo scenario, la differenza non sta nella visibilità di una fiera, ma nella sua capacità di creare relazioni tra ricerca artistica, mercato e territorio, coinvolgendo non soltanto i collezionisti affermati, ma anche un pubblico curioso, senza subordinare ogni incontro alle aspettative di un investimento immediato. Una prospettiva sempre più necessaria, che tuttavia non coincide necessariamente con il concetto di indipendenza.
Il titolo dell’edizione 2026, Sosta Temporanea, nasce dalla scelta della nuova sede, un parcheggio coperto di Torino, di fronte alla Fondazione Merz e vicino alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. The Others, infatti, per sua natura è una fiera itinerante con l’intento di invitare i cittadini a riscoprire luoghi dimenticati o rimasti ai margini della vita culturale.
Un parcheggio, luogo di transito e sosta, può quindi trasformarsi in uno spazio di incontro e produzione culturale. La manifestazione chiede quindi agli artisti di confrontarsi con questa condizione, anziché limitarsi a occupare uno stand, e al pubblico di modificare le proprie abitudini percettive.
Proseguendo nella sua analisi, Bruni evidenzia come “Il nostro obiettivo, infatti, è fare in modo che la visibilità dei quattro giorni di fiera si traduca in opportunità nei mesi e negli anni successivi. Per questo vogliamo che gli espositori non incontrino soltanto curatori e collezionisti, ma si confrontino anche tra loro, condividendo esperienze e sviluppando possibili collaborazioni. Nelle fiere tradizionali questa dimensione rischia di passare in secondo piano, perché le gallerie tendono a percepirsi soprattutto come concorrenti. Anche i costi di partecipazione contenuti favoriscono la presenza di realtà differenti e la costruzione di relazioni durature.“
In estrema sintesi secondo Bruni, “il senso di una sosta temporanea è proprio questo: fermarsi per creare le condizioni affinché qualcosa possa proseguire altrove.”
Giovani collezionisti, social media e dimensione digitale: le sfide future secondo gli espositori
La visita a The Others è stata anche l’occasione per approfondire il rapporto delle gallerie con i giovani collezionisti e i social media.
Partendo dalla Galleria d’arte Crumb, la quale in occasione della manifestazione presenta la ricerca pittorica di Paola Adamo, incentrata su stazioni e luoghi di transito trasformati in spazi mentali, sospesi tra attesa, memoria e percezione.
La pittura dell’artista dialoga con il concetto di nonluogo di Marc Augé e con quello di eterotopia di Michel Foucault, restituendo profondità a spazi quotidiani spesso attraversati senza essere realmente osservati. La pittura diventa così uno strumento per interrogare il rapporto tra luoghi, tempo ed esperienza individuale.
Questa capacità di proporre nuove chiavi di lettura è centrale anche nel rapporto con le giovani generazioni di collezionisti. Per la galleria in questione, infatti, l’accessibilità economica può rappresentare un primo punto d’ingresso nel mercato, ma non esaurisce le ragioni di un acquisto. Nel caso di Paola Adamo, collezionare significa anche avvicinarsi a una riflessione sui luoghi che abitiamo e attraversiamo, scoprendo nelle immagini familiari significati inattesi.
L’occasione della manifestazione è utile anche per comprendere il pensiero di Sofia Bonacchi (Street Levels Gallery) sul rapporto tra arte e social media. In particolare, dalle sue parole emerge come gli stessi rappresentino una vetrina sul mondo esterno, estremamente utili per ampliare le proprie conoscenze in campo artistico. Per una galleria indipendente sono una possibilità concreta di raggiungere persone anche molto distanti geograficamente e mantenere con loro un contatto nel tempo. Tuttavia, sono uno strumento più efficace nella fase di scoperta di un artista rispetto alla vendita in senso stretto. L’opera d’arte infatti necessita di essere valutata anche in altre modalità rispetto a quelle di uno schermo luminoso valorizzando elementi quali le dimensioni, la materia, le variazioni cromatiche, il rapporto con lo spazio; sono tutti aspetti che possono cambiare profondamente la percezione del manufatto artistico.
Con riferimento alla digitalizzazione, non si può ignorare che sta trasformando il modo in cui incontriamo e scegliamo l’arte, e credo che molte delle sue conseguenze siano ancora da comprendere. Le possibilità sono ampie, così come le insidie; per questo motivo, è fondamentale il lavoro di mediazione della galleria, che deve saper usare questi strumenti mantenendo cura e attenzione verso gli artisti, le opere e le persone.
Da ultimo abbiamo chiesto una riflessione sulle tendenze dei giovani al collezionismo: secondo Bonacchi, infatti, per le nuove generazioni, avvicinarsi al collezionismo significa andare oltre la semplice ricerca di un’opera a un prezzo accessibile. Il costo più contenuto può sicuramente rappresentare una porta d’ingresso, ma sono soprattutto i linguaggi, le storie e i valori espressi dagli artisti a orientare le scelte. Acquistare diventa così anche un atto di sostegno a una ricerca artistica in cui ci si riconosce. In questa prospettiva, rendere il collezionismo più accessibile non significa soltanto contenere i prezzi, ma anche spiegare come si forma il valore di un’opera, favorendo una maggiore consapevolezza e un rapporto più diretto con gli altri operatori del mercato come gli artisti e le gallerie.








