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Napoli cava. Carlo di Borbone e l’archeologia

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Per il diciottenne don Carlo, reduce dal vaiolo, passare dal clima padano di Parma a quello mediterraneo di Napoli doveva essere un toccasana. Figlio di don Filippo, re di Spagna, e di donna Elisabetta, il giovane principe si era visto assegnato due anni prima, nel 1732, il titolo ducale emiliano.

Sua madre era l’ultima esponente della grandiosa casata Farnese che aveva dato all’Italia condottieri, mecenati e un papa committente del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. Tipica figura matronale settecentesca, Elisabetta sognava per il figlio un regno molto più grande e una corte ben più prestigiosa.

L’occasione buona si era presentata in quel 1734, quando la morte del re di Polonia aveva scatenato un’assurda concatenazione di diatribe ereditarie che distrasse per un po’ le corti europee, permettendo agli spagnoli di puntare all’Italia meridionale, loro storica proprietà passata in mano agli austriaci.

Da duecento anni Napoli era terra di conquista per le potenze straniere e merce di scambio tra le famiglie reali europee. Pur essendo una delle città più popolose del continente, il suo rango era ridotto a quello di sede di viceré stranieri, prima spagnoli e poi, appunto, austriaci.

Il 10 maggio 1734, il giovane Carlo entrava a Napoli dopo aver percorso la penisola italiana alla testa di migliaia di caballeros, sfilando sotto l’arcata di Porta Capuana, ingresso orientale della città edificato due secoli prima da Don Ferrante, l’ultimo grande sovrano ad aver effettivamente risieduto in città.

Carlo arrivò a Napoli per restarvi, insomma. A dimostrazione di ciò, il giovane re portava in dote da Parma una grande parte della collezione artistica di famiglia, una delle più prestigiose in Italia, che originariamente aveva sede nel Palazzo Farnese a Roma, oggi ambasciata di Francia, e che da lì era stata a sua volta trasferita alla Pilotta dal duca Ranuccio, suo illustre antenato.

A coronamento della nuova sede di Capodimonte era stato messo il vigoroso Ercole, scultura antica che con i suoi volumi da marmoreo culturista divenne il simbolo del rinnovato potere della famiglia materna.

Con Carlo, Napoli poté sognare di diventare capitale al pari di Roma e, soprattutto, di Madrid, città del padre da cui, significativamente, il giovane re cercò di emancipare sé e il proprio regno.

Carlo aprì strade e piazze, fece erigere le regge di Portici, Capodimonte e Caserta, commissionò un grande ospedale per i senzatetto, inaugurò un nuovo teatro.

Anni prima, nel 1709, nel sobborgo di Resìna un contadino, scavando un pozzo, si era imbattuto in pezzi di marmo pregiato. Il parigino duca d’Elbeuf aveva intuito che potesse trattarsi dell’antica città di Ercolano e aveva commissionato campagne di scavo per abbellire con i reperti antichi la propria villa.

Gli scavi si moltiplicarono. Nel 1738 si allargarono alla vicina Portici e nel 1748 a Pompei. Il terreno ai piedi del Vesuvio è composto di tufo, una pietra porosa ma resistente, elargita dal vulcano durante le sue eruzioni. Con le mine si spaccava la terra, poi si scavavano cunicoli per raccogliere i reperti più pregiati. L’intento era evidentemente più il lucro che l’archeologia.

Il re in persona ne era il primo committente e ciò che si riteneva avesse più valore era destinato alle collezioni reali di Portici e Capodimonte. Quando a scavare erano i privati cittadini, però, i reperti finivano spesso venduti come souvenir ai facoltosi touristi europei.

Un’emorragia che dissanguava Napoli spargendone il tesoro in giro per l’Europa. Una situazione di anarchia alla quale il re, pressato da funzionari e intellettuali, decise di rispondere con un primo dispaccio promanato il 24 luglio del 1755: “Il Re ha deliberato a sì fatto male si ponghi una volta rimedio, acciò che questo Regno non vada sempre più impoverendosi di ciò che abbonda, per farsene abbondanti l’altre Provincie d’Europa, che ne sono povere da loro stesse”.

A queste righe seguirono due Prammatiche nel settembre dello stesso anno, ossia due liste con le tipologie di reperti per cui erano indicati il valore e le eventuali, dure, sanzioni da applicare a ricettatori e ladri.

L’istituita Accademia Ercolanese aveva il compito di pubblicare un vasto catalogo degli oggetti reperiti, fossero anche utensili di mero interesse documentale e storico: un nuovo approccio, decisamente più archeologico e moderno.

Negli anni a seguire, si progredì verso scavi più approfonditi, abbandonando la prassi dei cunicoli e rimuovendo il terreno integralmente. Fu così che le città di Ercolano e Pompei, furono riportate alla luce.

Sotto Napoli la terra è cava, così piena di cunicoli naturali e artificiali che ci si domanda che tipo di incantesimo non la faccia sprofondare. Uno zoccolo di terra tufacea sul cui lido, dice la leggenda, il mare depose il corpo della sirena Partenope.

Gli scavi della linea metropolitana collinare, ad esempio, non furono semplici. Ci vollero vent’anni per aprire, nel 1993, la prima breve tratta su al Vomero. Scavando in basso, vicino alla marina, il tufo testimoniava la stratificazioni archeologica, dalla città greca di Nea Polis fino alle fondamenta angioine del castello.

Il progetto di musealizzazione della stazione Municipio-Porto, già parzialmente visibile al pubblico e che si completerà con il parco archeologico attorno al Mastio, sarà sicuramente un valore aggiunto per la città.

Nel 1759, intanto, il re di Spagna Fernando, fratellastro di Carlo, morì. Il re di Napoli si trovò tra le mani una delle corone più prestigiose d’Europa. Il 7 ottobre di quell’anno si recò al porto per imbarcarsi sul galeone che lo avrebbe portato per sempre via da Napoli. Aveva deciso di separare le due corone e di abdicare in favore del figlio.

La vulgata vuole che, prima di imbarcarsi, si sfilasse dal dito un anello con una gemma proveniente dagli scavi di Pompei. Un gesto interpretabile, forse, come volontà di non privare Napoli di una parte del suo tesoro. Non prima, però, di aver riempito una fialetta con un po’ del sangue di san Gennaro.

Francesco Niboli
Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.

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