Dalla conservazione alla scultura, dal bronzo alle resine: il percorso dell’artista e designer italiana nasce dall’incontro tra materia, viaggio e culture lontane. Al centro, l’idea di un oggetto capace di superare la propria funzione per diventare memoria, esperienza e connessione.
Ci sono oggetti che occupano uno spazio e oggetti che, in qualche modo, lo raccontano. È in questa seconda categoria che si colloca la ricerca di Roberta Verteramo, artista e designer italiana che da anni lavora sul confine, sempre più sottile, tra arte e funzione.
Il suo percorso nasce dalla scultura, ma passa attraverso il restauro e la conservazione. Dopo gli studi all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e all’Università Politecnica delle Belle Arti di Valencia, Verteramo fonda e dirige per cinque anni il laboratorio di restauro del design alla Triennale di Milano. È un’esperienza che le permette di entrare in contatto con figure come Gaetano Pesce, Alessandro Mendini, Tomás Maldonado, Frank Gehry e Italo Rota. Sono incontri che contribuiscono a spingerla verso una ricerca autonoma.
«Mi affascinava l’idea che un’opera potesse avere anche una funzione pratica», racconta. Un principio che rimane alla base del suo lavoro: la superficie può diventare pittura, la forma scultura, la funzione il naturale completamento dell’opera.
La materia è il suo campo di sperimentazione. Resine, polveri metalliche, acciaio e soprattutto bronzo vengono utilizzati non soltanto per costruire una forma, ma per lasciare emergere un gesto. Le tracce della lavorazione, le parti levigate, quelle volutamente ruvide, diventano parte integrante dell’opera. Una grammatica fatta di contrasti, nella quale la mano dell’artista rimane visibile.

Anche il passato da restauratrice ritorna in questa attenzione per la superficie e per la storia degli oggetti. «Passavo le ore a contemplare un’opera, immaginando le storie che poteva aver vissuto o chiedendomi a quale evento appartenessero i suoi graffi». Da qui deriva una convinzione precisa: un oggetto non è veramente concluso quando esce dalle mani dell’artista. Lo diventa anche attraverso chi lo possiede, lo tocca, lo utilizza e lo modifica nel tempo.
Il viaggio ha poi allargato questa ricerca. Nel 2014 Verteramo si trasferisce a Londra, dove approfondisce la sperimentazione sui materiali e lavora nel mondo del lusso. Ma è soprattutto l’esperienza in Tanzania, dove vive per tre anni a stretto contatto con le comunità locali e trascorre anche un periodo con una famiglia Masai, a modificare profondamente il suo sguardo.
«È cambiato il mio paradigma interiore», racconta. La relazione con la natura, il valore del rito, la dimensione comunitaria e il rapporto con le culture indigene diventano così parte di un nuovo vocabolario. Un processo che prosegue in Messico, dove viene invitata a insegnare all’università e approfondisce ulteriormente il rapporto tra identità, territorio e tradizione.
Dal 2023 questa esperienza confluisce negli «Oggetti-Mondo»: opere che non vogliono rappresentare semplicemente un luogo, ma raccogliere incontri, ricordi, culture e sensazioni. «Quello che ho portato a casa non sono solo ricordi, ma un vero e proprio modo di osservare la vita», spiega l’artista. L’ambizione è creare oggetti la cui provenienza non sia immediatamente decifrabile, perché appartengono idealmente a un patrimonio comune.
È una prospettiva evidente in due delle collezioni più rappresentative della sua ricerca, Selene e Rhizoma. La prima guarda verso il cielo e nasce dalla fascinazione per la superficie lunare, trasformata in una texture metallica che avvolge lo specchio. Selene Mirror diventa così una soglia tra immagine individuale e dimensione cosmica.

Limited edition of 25
Rhizoma guarda invece alla terra. Il tronco in bronzo del coffee table richiama le ramificazioni sotterranee e le connessioni invisibili che uniscono organismi apparentemente lontani. Il piano in resina introduce una materia più fluida e mutevole. Due elementi diversi che convivono in un oggetto multifunzionale, nel quale la componente scultorea non cancella quella d’uso.
È proprio questa ambivalenza a interessare Verteramo: progettare oggetti che non debbano scegliere tra essere opere e svolgere una funzione. «L’opera non è finita fin quando qualcuno non la usa».
Oggi la ricerca dell’artista prosegue anche attraverso il confronto con gallerie e realtà internazionali. La collaborazione con 88 Gallery di Londra l’ha portata nei circuiti di Masterpiece e PAD London e Paris, mentre in Italia lavora con BABS e Robertaebasta. Parallelamente ha sviluppato collaborazioni con realtà come Sanlorenzo Yachts, Bluegame, Baglietto, Visionnaire Home Philosophy e Alessi.
Al centro rimane però la materia. E il gesto umano che la trasforma. Per Verteramo è proprio l’irripetibilità della mano a dare senso all’unicità di un’opera e, anche nel caso delle edizioni limitate, a restituire a ogni pezzo una propria identità.

La direzione più recente sembra andare verso forme progressivamente più essenziali, riducendo il volume organico senza rinunciare al segno. È una ricerca di sintesi. «L’eleganza e la bellezza nascono proprio da questo: dalla capacità di raggiungere una sintesi perfetta».
Forse è qui che gli oggetti di Roberta Verteramo trovano la loro definizione più precisa: non semplici elementi d’arredo, non soltanto sculture, ma frammenti di un mondo che continua a viaggiare.




