Parigi, la rivoluzione fuori. I milioni dentro.

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Tra proteste di piazza, barricate e vendite milionarie, Parigi si conferma la capitale mondiale dell’arte contemporanea. Da Art Basel alle fiere indipendenti, dalle grandi aste ai musei, cronaca dell’anteprima in cui il mercato festeggia mentre la città ribolle.

A Parigi, questa settimana, ci si sente come Maria Antonietta alla vigilia della ghigliottina. «Se non hanno pane, che mangino brioche»: la battuta, peraltro apocrifa, sovviene mentre fuori monta la protesta ma il mondo dell’arte si entusiasma ai vernissage. Sabato 17 ottobre sono scese in piazza in tutta la Francia fiumane di studenti e cittadini contro la vita cara e le scuole in affanno. La giornata è finita in saccheggi, un record di fermi a Parigi, migliaia di negozi danneggiati nel Paese, e come vediamo in molte altre città d’Euripa.

Tuttavia martedì, sotto un cielo grigio e un freddo già invernale, la serra monumentale di avenue Winston-Churchill ha aperto ai primi invitati della quinta Art Basel Paris, la prima diretta da Karim Crippa, classe 1991. Barriere anti-ariete, vigilanza costante, coprifuoco, non hanno scoraggiato il Grand Palais con 211 gallerie da 41 nazioni, 12 stand condivisi (un record), una trentina di debuttanti e Premise, il settore curatoriale aperto anche a lavori anteriori al 1900.

Il Louvre, bloccato lunedì dagli studenti, ha riaperto; gli americani, che qualche disdetta aveva fatto temere assenti, ci sono. Il pubblico entra da venerdì 23 a domenica 25, biglietto intero, 47 euro. È bastato il pomeriggio dell’Avant Première di ieri perché il tabellone cominciasse a riempirsi.

Art Basel Paris 2026_Courtesy of Art Basel

Hauser & Wirth ha venduto Rokokotisch di Richter (1965) e Der Hirte di Baselitz (stesso anno) intorno ai 10 milioni di dollari ciascuno, poi un Condo a 2,9 milioni, un Fontana a 1,7 milioni di euro e un Guston a 1,5 milioni di dollari. White Cube ha chiuso 16 transazioni, Thaddaeus Ropac ne ha contate quindici, con quattro Picasso a prezzo riservato; Gagosian ha ceduto un de Kooning del 1987 a otto cifre. Per la maggior parte dei galleristi, però, il bottino è stato di una o due cessioni a testa ma le ore erano quattro.

Non risulta ancora un acquirente per il Modigliani Nu étendu (Lolotte), 1917, proposto da Pace, Di Donna e Schrader a oltre 100 milioni di dollari, né per la River III di Joan Mitchell da Van de Weghe (14,5 milioni), un Basquiat del 1982 (11) e i Corks di Jeff Koons (circa 4,5). Da Sprüth Magers è in trattativa un Salvo del 1991; da Karsten Greve c’è, a 3,3 milioni di euro, una meravigliosa Natura morta del 1947 di Giorgio Morandi, unica ad aver figurato in entrambe le sue maggiori retrospettive, a Bruxelles e alla Galleria Nazionale di Roma.

Mai 36 Galerie porta una serie inedita di Jacopo Benassi, Une féroce délicatesse, e Raffaella Cortese presenta, fra gli altri, un bellissimo CIEL (2026) di Marcello Maloberti nel Public Program: una scritta al neon sospesa a venti metri d’altezza sulla prestigiosa avenue capovolta come se fosse rivolta al cielo anziché ai passanti. È solo la preview, e sono tutti contenti.

Sotheby’s, da Monet ai milioni di rue de Rivoli

Claude Monet, Iris, 1924-25 (est. €22-30 million)_Sotheby’s

Sul fronte delle aste, siamo passati da Sotheby’s che si muove su due tavoli. Il primo si chiama Chez Sotheby’s: un appartamento di rue de Rivoli affacciato sulle Tuileries, visitabile fino al 24 su prenotazione, con la sala da pranzo disegnata da Tarek Shamma, la cucina di Erika Blu e i cocktail di Colin Field, già barman del Ritz. Alle pareti quasi 150 milioni di dollari di opere in cessione riservata, la selling exhibition più ambiziosa mai presentata in Europa,  Matisse, Warhol, Bacon e diciotto Calder, con le gouache appese vicino al banco.

Il secondo tavolo è in rue du Faubourg Saint-Honoré, dove fino al 22 si visita La Collection Schlumberger. Le Temps retrouvé: ventotto lotti impressionisti e moderni riuniti in oltre quarant’anni da Jeanne Schlumberger (1889-1983) con l’aiuto della mercante Katia Granoff, una raccolta quasi mai prestata a una mostra, stimata oltre 40 milioni di euro.

Il capofila è Iris di Monet (1924-25), 22-30 milioni, la stima più alta mai assegnata in Francia a un dipinto all’incanto secondo Sotheby’s; con lui un Saule pleureur a 9-12 milioni. Poi tre tele di Cézanne nate per il Jas de Bouffan e classificate tesori nazionali, una Valse di Camille Claudel (400-600mila euro) e tre Moreau. Il martello cala giovedì 22 alle 18; in programma anche Modernités e Surrealism and Its Legacy. 

L’altra Parigi, fra ricerca e nuove geografie

PIEDRAS, Buenos Aires is presenting Carrie Bencardino. Courtesy of the artist and the gallery. © Holly Fogg_Paris Internationale

Intorno alla fiera principale, la settimana impazza di appuntamenti, da Asia Now alla Monnai a AKAA, Also Known as Africa, al Carreau du Temple. Il calendario era però cominciato già lunedì 19, con le fiere collaterali e le loro opere emergenti. In testa Paris Internationale, che alla dodicesima edizione torna alla sua vocazione di ricerca, con una scala volutamente più raccolta e una sede nuova, al 187-189 di quai de Valmy, sul Canal Saint-Martin. Ospita una sessantina fra gallerie e spazi non profit da 19 Paesi, giovani e affermati mescolati senza sezioni, a ingresso gratuito.

Il capitolo coreano si chiama NEXT KOREA: GALLERIES, prima collaborazione con la Korea Arts Management Service: sette gallerie emergenti (APOproject, CAPTION, IAH, INGAHEE, RANEE SEOUL, sangheeut e WWNN) e sedici autori sotto il titolo Second Nature, a cura di Oriane Durand e Jiwon Yu. Dalla Spagna arrivano Bombon Projects da Barcellona, Cibrián da San Sebastián ed El Apartamento, con sedi fra L’Avana, Madrid e Miami. Fra le presenze italiane o con base in Italia, Ciaccia Levi, Gregor Staiger, Clima, Fonti, Gian Marco Casini e Martina Simeti, che reca un progetto di Costanza Candeloro sul linguaggio come arma di contestazione. All’ingresso, l’installazione di Ayman Zedani. 

Per l’universo collectibles ricorre anche Design Miami, al suo quarto giro parigino, sempre nell’amatissimo Hôtel de Maisons, dimora settecentesca che fu dei Pozzo di Borgo e di Karl Lagerfeld, con una trentina di nomi fra salotti, cortile e prato, dove sono montate una casa prefabbricata di Jean Prouvé del 1944 e le altalene di bronzo di Irene Cattaneo.

Mitterrand porta le scimmie dei Lalanne, debutta Giobagnara con Curated Forms, mobili e specchi in marqueterie di pelle firmati da Martino Gamper e Gary Hume; fra gli italiani Nilufar, Rossella Colombari e Volumnia, nata nel 2018 in un’ex chiesa di Piacenza per volontà di Enrica De Micheli, con uno stand costruito intorno a una casa di Michele De Lucchi.

Da segnalare OFFSCREEN, al quinto capitolo,: una mostra-mercato nomade, ideata nel 2022 da Julien Frydman e dedicata solo all’immagine, fissa o in movimento. Niente box, l’edificio storico diventa la rassegna. Dopo il Grand Garage Haussmann e l’Hôtel Salomon de Rothschild, è la cappella seicentesca della Salpêtrière a ospitarla per il secondo anno consecutivo, con 29 artisti presentati da altrettanti dealer e un ospite d’onore, stavolta Ana Mendieta con sei film nella cupola. Completa il programma Acquisitions and Discoveries, cui partecipano Pinault Collection e Whitney

I musei, una città intera in mostra

Ibrahim Mahama, Parliament of Ghosts, 2025 © Ibrahim Mahama. Photo © Ernest Sackitey, courtesy Red Clay

Fuori dai padiglioni, i grandi musei non si risparmiano. Alla Fondation Cartier (dal 22 a fine febbraio, nocturne il 23) Ibrahim Mahama occupa l’intero stabile di Jean Nouvel con nove ospiti, fra cui il collettivo Postbox Ghana fondato dalla milanese Manuela Nebuloni: un’aula parlamentare di sgabelli ashanti dove ci si siede davvero e una fabbrica ghanese di bottiglie smontata in Africa e rimontata con i materiali originali. Il Palais de Tokyo, apre sette nuovi percorsi e ospita Ali Cherri: La Sentinelle, con Éric Cantona, segue un soldato nel giorno della festa nazionale e si espande in set, sculture e un monumento che disinnesca l’eroismo.

La città, intanto, è un unico museo. Cézanne et nous, circa 180 opere, resta fino al 17 gennaio; Remember Me, alla Bourse de Commerce, allinea oltre 700 immagini per due secoli di fotografia; Gustave Fayet alla Fondation Louis Vuitton ne schiera 250. Kerry James Marshall esordisce in Francia con una monografica al Musée d’Art moderne, l’Orangerie ricorda a un secolo dalla morte l’autore delle Ninfee, Jenny Holzer proietta testi sulla facciata di Orsay e davanti alla Tour Eiffel stanno tre corpi femminili di Tracey Emin. Ai Beaux-Arts, fino al 18 dicembre, Gina Pane con A Hot Afternoon (1977); nella chiesetta della scuola, fino al 25, Küba di Kutluğ Ataman, quaranta televisori in mezzo a poltrone spaiate. 

A tratti sembra un Trianon blindato, sugli Champs-Élysées, accanto agli stendardi della fiera, qualcuno ha scritto «1789», e per sabato 24 è annunciato l’atto II dei gilet gialli, con i militari a presidiare i punti fissi. Il verdetto sui conti arriverà a luci spente. Ma al netto dell’indubbia bellezza in cui siamo immersi, delle opere straordinarie e dell’energia che attraversa la città, qualche domanda dovremo pur porcela anche noi, su quanto accade fuori da questo mondo e sulla distanza sempre più evidente che ce ne separa. 

Valentina Casacchia
Valentina Casacchia
Valentina Casacchia è storica dell’arte e si occupa dei progetti culturali di Fornasetti a Milano, lavorando sulla valorizzazione del patrimonio e sui progetti espositivi. Ha maturato un’esperienza internazionale nella gestione di collezioni d’arte pubbliche e private tra Roma, Parigi e New York, collaborando con realtà come la Fondazione Cerere, il Solomon R. Guggenheim Museum, la Callimanopulos Collection e Mutualart. Scrive di arte per alcune testate di settore, con un’attenzione particolare alle collezioni e ai loro contesti.

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