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Una riflessione attorno l’Ecce Homo di Antonello

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È sufficiente una breve ricognizione web, si indicizza una indagine su qualsiasi motore di ricerca con le seguenti parole: Ecce Homo Antonello. Improvvisamente davanti ai nostri occhi sboccia una feconda fioritura di articoli, blog, post social che trattano della notizia più interessante della settimana, legata al mercato dell’arte internazionale: il Ministero della Cultura ha formalizzato l’acquisto della piccola tavola opistografa di Antonello da Messina prevista in vendita da Sotheby’s nell’asta Master Paintings del 5 febbraio.

La cronaca di un’acquisizione internazionale

L’opera, stimata 10-15 milioni di dollari, è stata spuntata dallo Stato italiano per 14,9 milioni, l’equivalente di circa 12,6 milioni di euro. In una recente intervista rilasciata a Finestre sull’arte, Fabrizio Moretti, celebre antiquario e collezionista, ha spiegato i dettagli di questa trattativa avvenuta fuori asta e il suo ruolo da tramite tra il collezionista cileno proprietario del dipinto, Sotheby’s e il MiC. Un affare complesso, articolato e di sicuro impatto e per la mediaticità del fatto e per il profondo valore istituzionale che riveste la vicenda. Sappiamo difatti che l’intervento ministeriale ha permesso il ritiro della piccola tavola dall’asta a poche ore d’inizio della seduta newyorkese dedicata agli old masters, asta che si annunciava di grande successo e che confermiamo esser stata all’altezza delle aspettative con ottimi risultati per quasi tutti i lotti offerti.

Il dibattito sulla priorità delle risorse

Quello che però oggi emerge con forza analizzando il tanto che si è detto e scritto su questa vicenda è l’inquietudine, soprattutto e giustamente, di una quota non trascurabile di persone che si sono posti la seguente domanda: ma perché il ministero deve spendere tutti questi soldi per un altro quadro da esporre in un museo quando sono ormai cronici da anni i problemi strutturali legati al settore dei beni culturali in Italia tra sottodimensionamento del personale e carenza di fondi per l’ordinario funzionamento della complessa macchina ministeriale? Non è trascurabile questo dubbio che sorge. Prima di tutto in quanto per principio di accountability le istituzioni sono tenute a spiegare il perché di certe scelte di investimento di risorse pubbliche e, secondariamente, in quanto i beni culturali, essendo beni meritori, necessitano di supporto statale a patto però che il valore di meritorietà sia profuso e accolto tra i cittadini stessi.

L’ontologia del Museo: oltre la conservazione

È dunque in capo agli attori sociali fungere da mediatori di questo valore. Già Pierre Bourdieu nel suo celebre libro L’Amour de l’art : les musées d’art européens et leur public introduceva il tema del ruolo dei musei quali strumenti di democratizzazione culturale per un progressivo avvicinamento delle persone a quel capitale di cui loro stesse devono essere parte attiva. Uno stato, allora, che decide di investire un’ingente somma in questo senso, per arricchire il proprio patrimonio storico artistico museale, deve inevitabilmente pensare all’incremento, in termini di valori culturali, che la propria scelta comporta sulla collettività.

L’Ecce Homo di Antonello è indubbiamente una gemma rara della storia dell’arte moderna. Rappresenta emblematicamente lo spirito devozionale privato di un rinnovato modello di uomo protorinascimentale che in questo esile e sparuto Cristo coronato di spine vive intensamente la propria devotio, all’interno delle mura domestiche, al riparo dalle solennità pubbliche. Non si può di certo misurare la grandiosità di questa tempera su tavola in relazione alla sua scenografica maestosità. Non urla, non grida, non esalta come un’imponente pala d’altare. Sussurra sommessamente e chiede un avvicinamento ponderato. Il dialogo che deve essere instaurato non può che prevedere una narrazione dell’intimità spirituale umano-opera d’arte. In questo senso l’acquisto del ministero ha una portata d’incremento culturale, per l’unicità di dialoghi che questa tavoletta può suscitare. Oltretutto possiamo considerare ancora più italiana la sua storia di riemersione critica visto che fu proprio Federico Zeri a presentarla pubblicamente con la corretta assegnazione al maestro siciliano.

Meriterebbe inoltre una breve disamina il ruolo dei musei nella loro ontologica missione. L’International Council of Museums (ICOM) definisce il museo, nella sua ultima accezione, come “un’istituzione permanente senza scopo di lucro e al servizio della società, che compie ricerche, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale, materiale e immateriale”; inoltre il nostro Codice dei Beni Culturali, riferimento normativo nazionale, all’articolo 101 si esprime in questi termini “si intende per ‘museo’, una struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio”.

Destinazione Napoli: un ritorno a casa critico

Numerose sono le tangenze sia perché il codice nasce sotto certe sensibilità vissute dal secondo dopoguerra in poi grazie proprio a organismi internazionali come ICOM che hanno chiarito l’essenza stesse del museo sia perché i punti chiave della missione museale non possono che essere quelli che, nella loro essenzialità, ci sono stati presentati. È una situazione inevitabile nella sua esistenzialità. Il carattere della permanenza dell’istituzione come fondamenta di una struttura socio-culturale; la cultura del servizio, in quanto il museo non è un mero contenitore di oggetti o testimonianze, ma un centro di produzione di un servizio culturale che come tale deve essere rivolto al proprio pubblico attuale e potenziale; la multidimensionalità dell’attività che concerne, nella sua scientificità, studio, catalogazione, ordinazione, tutela, valorizzazione e acquisto dei beni culturali.

Il museo quindi è parte attiva di questo sistema del mercato dell’arte in quanto per sua natura deve porsi il quesito del merito dell’acquisto. Non in ottica campanilista e autoreferenziale di accumulo di capitale (e da qui la tendenza all’immediata valorizzazione monetaria dei beni culturali) ma in quanto organo che si interroga sulla propria missione, su ciò che può risultare meritevole per il proprio pubblico, su ciò che permette una migliore comprensione del valore che il visitatore può percepire visitando i suoi spazi. Non cadiamo dunque nella tentazione di vedere l’acquisto dell’Antonello come una dimostrazione di forza di uno stato che cerca di “riportare a casa” i capolavori tanto mistificati dalla propaganda. Vediamo l’acquisto per quello che effettivamente può e deve essere: un’opportunità irripetibile di arricchimento culturale tramite la sapiente mediazione del nostro sistema museale nazionale. Cogliamo dunque la possibilità di apprendimento che questo tassello della storia dell’arte può generare una volta inserito nel contesto che meglio lo valorizza. Impossibile non pensare a Napoli, a Capodimonte, dove Antonello in dialogo con Colantonio potrà certamente illuminare la complessità culturale dell’Italia nel Quattrocento, di una Napoli rinascimentale in cui si crea quel miracolo che solo l’arte può rendere palpabile: l’incontro di diverse culture artistiche che generano innovazione, sperimentazione, novità di sguardi con cui leggere il mondo.

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