Tra archetipi, rituali e interior design, la curatrice e artista che vive tra Firenze e la Costa Azzurra immagina spazi come dispositivi di trasformazione, in bilico fra arte, alchimia e percezione del tempo.
C’è chi progetta case e chi costruisce atmosfere. E poi c’è chi immagina lo spazio come un dispositivo narrativo, quasi iniziatico, capace di modificare anche impercettibilmente il modo in cui abitiamo noi stessi.
A 38 anni, Valentina Guidi Ottobri si muove lungo un territorio difficile da classificare: tra arte, interior design, simbolismo e ritualità. Vive tra Firenze, sua città natale, e la Costa Azzurra, lavora con archetipi, tarocchi, feng shui e numerologia come strumenti di lettura dello spazio e, più che arredare ambienti, sembra orchestrare stati di presenza.
Il suo ultimo progetto, Architypes – The Initiatic Womb, presentato durante il Salone del Mobile 2026, trasformava il Fuorisalone in un piccolo teatro dell’inconscio dedicato agli archetipi e agli arcani maggiori, dove il visitatore era chiamato a entrare in scena più che a osservare.
Pochi giorni fa ha festeggiato il compleanno partecipando con amici alla tradizionale Festa dei Serpari di Cocullo, antico rito abruzzese dedicato a San Domenico in cui sacro, paganesimo e serpenti convivono da secoli; un dettaglio biografico che, in fondo, racconta molto del suo immaginario.
L’abbiamo incontrata per voi.
Giacomo Nicolella Maschietti: Con Architypes – The Initiatic Womb, il tuo ultimo progetto per il Fuorisalone a Milano, costruisci un ambiente che non si limita a essere attraversato, ma che sembra chiedere al visitatore di mettersi in gioco, quasi di esporsi. Cosa accade davvero a chi entra? Qual è il tipo di trasformazione — anche minima, anche invisibile — che ti interessa innescare? E tu, all’interno di questo dispositivo, sei più guida, regista o parte del processo?
Valentina Guidi Ottobri:Con Architypes, The Initiatic Womb non mi interessa tanto cosa “vede” il visitatore, ma cosa è disposto a lasciare accadere. E’ un cabaret animico dove il visitatore entra in un portale iniziatico e si fa parte della scena.
Ho curato questa esibizione in tutti i dettagli assieme allo studio gg-loop in modo che potesse essere immersiva. Lo spazio non offre risposte ma genera delle domande astraendoci dal tempo e la dimensione caotica del presente. Ogni Atto performativo che abbiamo messo in moto richiede presenza, disponibilità, una certa vulnerabilità.
Chi entra, se si concede, attraversa un micro-slittamento percettivo magari impercettibile, ma reale che riguarda il modo in cui abita il proprio corpo e il proprio tempo. La trasformazione che mi interessa è minima, quasi silenziosa: un rallentamento, un ascolto più sottile, una sospensione del giudizio.
In questo senso non mi sento né guida né regista in senso tradizionale. Direi piuttosto che costruisco le condizioni perché qualcosa possa accadere. Poi anch’io, inevitabilmente, faccio parte del processo: lo spazio agisce su chi lo attraversa, ma anche su chi lo genera. Io performavo come The Dreamer-il sognatore facendo una parte del mio rituale medicina di trasformazione con gli arcani maggiori e il tamburo shamanico, cantavo: Florecerà. Si pianta un seme nella terra e poi si attende che l’acqua lo nutra e il padre sole che donerà la forza e il silenzio per far si che possa nascere un fiore.
GNM: Il tuo lavoro attinge a sistemi simbolici molto antichi — archetipi, elementi, segni zodiacali — trattandoli come strumenti progettuali. Come eviti che restino un linguaggio evocativo e li trasformi invece in qualcosa di concreto, leggibile e vissuto nello spazio? E quanto, in questo processo, accetti di perdere il controllo a favore di ciò che accade tra le persone e l’ambiente?
VGO: Il mio lavoro con i sistemi simbolici è molto vicino, per certi aspetti, agli atti psicomagici di Alejandro Jodorowsky: non come citazione diretta, ma come approccio. L’idea che il simbolo, quando è incarnato in un gesto o in uno spazio, possa agire a un livello non solo razionale ma profondo, quasi inconscio.
In questo senso gli archetipi, gli elementi, i sistemi simbolici diventano un linguaggio narrativo unico, veri e propri strumenti operativi, non decorativi. Credo che le persone abbiano bisogno di simboli, di figure archetipiche, di presenze quasi mitiche per potersi orientare dentro il proprio racconto della loro storia personale. Non perché offrano risposte, ma perché aprono narrazioni.
È lo stesso principio che ritroviamo nel Viaggio dell’eroe: un attraversamento fatto di prove, incontri, trasformazioni. Quando uno spazio riesce ad attivare questo tipo di dinamica, anche in forma minima, permette a chi lo vive di entrare in contatto con la propria storia e, in qualche modo, di riscriverla. Per questo cerco di tradurre gli archetipi in esperienze concrete: sequenze, simboli, materiali, relazioni tra corpi. Non è rappresentazione, è attivazione. E in questo processo accetto che una parte mi sfugga: perché è proprio nell’incontro tra spazio e persona che il simbolo prende vita, e diventa qualcosa di unico, ogni volta diverso.
GNM: Parli spesso di rallentare, di abitare il tempo in modo più consapevole, di “vivere nelle pieghe della vita”, per citare Gilles Deleuze. Nel contesto iper-accelerato del Salone, questa posizione suona quasi controcorrente. È una scelta etica, una postura progettuale o una necessità personale? E cosa significa, concretamente, rallentare oggi senza trasformarlo in un lusso per pochi?
VGO: Rallentare, per me, è insieme una scelta etica, progettuale e personale. Non riesco a separarle. In un contesto come il Salone, dove tutto è accelerato e orientato alla spettacolarizzazione perchè non fare un piccolo spettacolo vero sotto ad una bella tenda di velluto rosso che ci faccia lasciare il cellulare e la fretta per farsi incantare ed irretire da ciò che abbiamo davanti agli occhi?
Sì credo che ciò che abbiamo fatto con Giacomo Garziano, fondatore di gg-loop sia stato rivoluzionario ma nello stesso tempo anche molto semplice e pieno di errori che poi è ciò che ha reso tutto così reale e carismatico. Introdurre una frizione temporale è quasi un atto necessario. Rallentare non significa sottrarsi, ma cambiare qualità di presenza. Non è un lusso se diventa una pratica accessibile, anche minima: prendersi il tempo di percepire, di sostare, di non reagire immediatamente. Nei miei progetti cerco di creare spazi che rendano possibile questo, senza imporlo.
GNM: Le tue case sono molto riconoscibili, ma non sono mai semplicemente “stile”: sembrano piuttosto il risultato di un processo di ascolto profondo. Come nasce davvero un progetto con te? Qual è il momento in cui capisci di aver intercettato qualcosa di autentico del tuo cliente — e come lo traduci in spazio senza tradirlo?
VGO: Ogni progetto nasce da un processo di ascolto che va oltre le parole. C’è una fase iniziale in cui raccolgo molto: storie, abitudini, desideri espliciti e impliciti. Ma il momento chiave arriva quando emerge qualcosa che non era stato detto chiaramente, un bisogno più profondo.
Quando intercetto quel punto, il progetto inizia a prendere forma quasi naturalmente. La traduzione in spazio richiede rigore: bisogna essere fedeli a quell’intuizione senza cadere nell’interpretazione arbitraria. È un equilibrio delicato tra empatia e distanza. In questo processo mi affido anche a strumenti che mi aiutano a leggere in modo più stratificato la persona che ho davanti: la numerologia, il feng shui e i tarocchi. Non come elementi decorativi o suggestivi, ma come chiavi di accesso per comprendere quali energie portare in ogni stanza, quali elementi attivare, quali colori utilizzare.
Mi permettono di avvicinarmi alla quintessenza di chi abiterà lo spazio, traducendola in un ambiente che non sia solo coerente esteticamente, ma profondamente risonante. Ognuno di noi è diverso, con esigenze e desideri profondamente specifici. C’è chi è più riflessivo e ha bisogno di uno spazio meditativo che lo ricentri e lo connetta a un piano più sottile; chi è socievole e necessita di ambienti aperti, pensati per accogliere e condividere; chi vive il corpo come pratica quotidiana e ha bisogno di un luogo in cui allenarsi.
Agli sperimentatori propongo a volte un piano quasi alchemico: una pedana davanti allo specchio, oggetti, “pozioni” che attivano ritualità personali. Poi ci sono gli studiosi, o chi lavora al computer, per cui immagino stanze ariose, capaci di sostenere la concentrazione ma anche il respiro. In fondo, il progetto è sempre questo: creare uno spazio che permetta a ciascuno di riconoscersi e, allo stesso tempo, di evolvere.
GNM: Ti definisci una curatrice, ma il tuo lavoro sembra muoversi tra design, intuizione, relazione e una forma di sensibilità che sfugge alle categorie tradizionali. Ti senti mai fraintesa? E quanto è importante, per te, che il tuo lavoro venga compreso fino in fondo — oppure no?
VGO: Prima di qualsiasi cosa sono un’artista. Lo sono sempre stata. Ho sempre dipinto, creato con la testa e con le mani. Ho una capacità profondamente visionaria: immagino e poi costruisco, do forma. Da sempre. Eppure, definirmi artista non è qualcosa che ho fatto con leggerezza. Forse per rispetto verso chi vive l’arte come una pratica totalizzante, quotidiana, quasi necessaria persone che dedicano ogni minuto a produrre, sperimentare, accumulare tracce del proprio passaggio in laboratori pieni di opere.
Io, in confronto, mi sono spesso sentita più una “mercenaria”: creo quando mi viene data la possibilità di farlo, quando esiste uno spazio, un contesto, una richiesta. Non so ancora come evolverà questa parte del mio percorso, ma sento chiaramente il desiderio di avere più tempo per entrare in contatto con una dimensione più libera, più incarnata, più sperimentale.
L’ho percepito con forza, ad esempio, nella mia ultima performance in cui incarnavo “il sognatore”: ho visto persone piangere davanti a me. E in quel momento era evidente che non si trattava semplicemente di uno spettacolo, ma di un vero e proprio rituale trasformativo. Perché, in fondo, tutti noi attraversiamo continue trasformazioni: indossiamo maschere, nomi, ruoli per definirci, ma nessuna di queste forme è definitiva. Siamo, come scrive Luigi Pirandello in Uno, nessuno e centomila, molteplici. E forse il punto non è rispondere alle aspettative degli altri, ma non tradire le nostre. Non perdere il contatto con ciò che, dentro, chiede di essere vissuto e portato alla luce.
GNM: Al di là dei progetti, delle performance e dei clienti internazionali: quando sei sola, lontana da tutto questo, cosa ti riporta a te stessa? C’è un gesto, un luogo o un momento in cui senti di non dover “attivare” nulla, ma semplicemente essere?
VGO: Quando sono sola, torno a pratiche molto semplici. Amo la vita quotidiana, essenziale: andare dal panettiere, scambiare due parole con il barista, perdermi tra i banchi del mercato a scegliere la frutta. Sono gesti minimi, ma mi riportano a una dimensione concreta, radicata, dove non devo costruire nulla.
In una lettura più simbolica, in quella che viene chiamata astrologia primordiale, il mio animale guida è il serpente a sonagli una creatura che ciclicamente cambia pelle e che ha bisogno di lunghi momenti di riposo e silenzio per rigenerarsi. È un’immagine che sento molto vicina: il bisogno di ritirarmi, di stare, di non produrre.
Quando torno a casa, spesso resto a letto, continuo a lavorare dal computer oppure mi immergo nei film che amo. Il cinema è una presenza importante: da Bernardo Bertolucci a Woody Allen, da Pedro Almodóvar a David Lynch, fino a Alejandro Jodorowsky o Christopher Nolan. Sono molto legata anche al cinema italiano contemporaneo, in particolare a Matteo Garrone e Paolo Sorrentino.
In questi momenti di quiete è come se entrassi in una sorta di “cesta”: uno spazio sospeso, protetto, in cui non devo attivare nulla ma posso semplicemente assorbire, osservare, lasciare che le immagini lavorino dentro di me. È una fase necessaria, quasi invisibile, in cui qualcosa si prepara. Come stare in un video proiettore che, nel buio, mi ricarica e mi ispira per il mio prossimo spettacolo.










