Vendite capolavoro

del

Ci sono alcune cessioni di quadri o sculture che sono esse stesse vere e proprie opere d’arte. E anche se un’opera si dovrebbe ammirare per la sua tecnica, la composizione o lo stile, e analizzarla nel suo contesto storico e culturale, a volte vale la pena conoscere anche la vicenda della sua vendita o acquisizione. Una delle mie compravendite preferite in assoluto è sempre stata quella che riguarda il Tondo Doni di Michelangelo Buonarroti, commissionato all’artista da Agnolo Doni, facoltoso mercante fiorentino, che si era fatto da sè (sottolineiamo), che nel 1504 aveva sposato Maddalena Strozzi e che, giusto per non sbagliar niente in fatto di scelte artistiche, commissionò anche a Raffaello il suo ritratto e quello della moglie.

Del resto Giorgio Vasari scrisse che il Doni “si dilettava di avere cose belle, così d’antichi come di moderni artefici” e giustamente volle per la sua collezione anche qualcosa del grandissimo Michelangelo nazionale. Il dipinto scelto fu una Sacra Famiglia racchiusa in un tondo dove un’inedita muscolosa Maria, seduta in primo piano, è girata per prendere il bambino dal vecchio marito Giuseppe che glielo porge alle sue spalle, mentre il piccolo Gesù gioca – o forse tira – i capelli alla madre.

Dietro di loro si scorgono diversi gruppi di ignudi ritti, a sedere o appoggiati alle rocce (insieme a un lago, un prato e alle montagne) che fanno sì che questo quadro sia indicato come l’inizio del manierismo. Terminato il lavoro, Michelangelo mandò un garzone per portarlo all’acquirente, chiedendo 70 scudi come pagamento. Al Doni parve però strano spender così tanto per un’opera d’arte e di scudi ne diede 40 solamente.

Quando il garzone recapitò a Michelangelo la somma ricevuta, il pittore adirato la rifiutò deciso e mandò a dire al Doni che, vista la sua poca fede, la pittura gli sarebbe costata ormai il doppio della cifra pattuita o che, viceversa, l’avrebbe rivoluta. Agnolo Doni, a cui la Sacra Famiglia piaceva davvero, pagò alla fine i 140 ducati della nuova richiesta e si tenne, giustamente, l’opera che ha segnato un’epoca.

Edouard Manet, Un mazzo di asparagi, 1880, olio su tela, 16,5×21,5 cm

Esattamente all’opposto, e molto più elegante, fu invece la trattativa che coinvolse Edourd Manet e Charles Ephrussi, al quale l’artista vendette, al prezzo di ottocento franchi, un’opera intitolata Un mazzo di asparagi. Si tratta di un olio su tela di piccole dimensioni, 16,5 per 21,5 centimetri, realizzato nel 1880, tre anni prima della morte dell’artista.

Dipinto su sfondo nero per dare ai turioni ancor più risalto, adagiato su un letto di cicorie di un bel verde intenso, il mazzo di asparagi bianchi con punte violacee è meravigliosamente eseguito sullo stile delle nature morte olandesi del XVII secolo ed è tenuto insieme da due nastri dorati che a qualcuno ricordano le fedi nuzialiChearles Ephrussi era un collezionista d’arte russo naturalizzato francese e, a differenza del Doni, era un uomo così brillante che, una volta ricevuta l’opera, pagò all’artista addirittura mille franchi anziché gli ottocento richiesti.

Edouard Manet, L’asparago, 1880, olio su tela, 16,9×21,9 cm

Manet dipinse allora un altro asparago bianco, appoggiato su un ripiano di un colore simile al soggetto, e lo inviò all’Ephrussi accompagnandolo a un biglietto con scritto: “ne mancava uno al vostro mazzo” dando origine a un bellissimo ringraziamento e a un imperdibile aneddoto. Del resto “questa non è una natura morta come le altre, è morta, sì, ma al contempo vivace” scrisse Georges Bataille, acutamente.

Caspar David Friedrich, La luna dietro le nuvole sulla riva del mare, 1836, olio su tela, 134×169 cm

E di tutt’altro tipo fu invece la vendita di un quadro di Caspar David Friedrich dal titolo “La luna dietro le nuvole sulla riva del mare“, che fu uno degli ultimi oli su tela del romantico maestro tedesco e che, come quasi sempre, rappresenta un paesaggio nordico dall’ampio significato simbolico. In una lettera del 26 novembre 1837 Carl Gustav Carus, fisiologo e pittore, amico di Goethe e uomo dai molti interessi tra la medicina e la legislazione, nonché compagno di lavoro di Caspar per quanto riguardava la pittura ad olio per circa un triennio, propose alla Galleria di Dresda di acquistare il dipinto che era stato esposto l’anno precedente alla mostra dell’Accademia, sostenendo che si trattasse dell’ultima opera del pittore, eseguita poco prima di morire. L’invito fu però respinto e l’opera fu acquisita dal Sächsische Kunstverein e divenne proprietà dell’archeologo Theodor Chalybäus di Dresda solo in seguito a un fortunatissimo… sorteggio.

Jonathan Monk, F.I.N.G.E.R.S., 2015, marmo di Carrara, 53x54x181 cm, 51×52 x153 cm, 45x48x 121 cm

Mentre, per quanto mi riguarda, la trattativa più divertente e insperata della mia modesta carriera fu con un acquirente italiano interessato a tre sculture di marmo di Jonathan Monk, esposte a Milano in un’ampia sede. L’opera era la continuazione della scultura L.O.V.E. di Maurizio Cattelan, composta da tre dita mozzate di una mano e dal dito medio intatto, esposte in piazza Affari, di fronte al Palazzo della Borsa.

Il significato del lavoro è sempre stato ambiguo e non si è mai davvero capito se sia un gesto ostile verso la Borsa o se sia la Borsa a porgerlo ai risparmiatori, pieni di speranza e vanagloriosi. Per risolvere l’enigma Monk aveva realizzato la continuazione di mignolo, anulare e indice, eseguendoli con lo stesso tipo di marmo, la stessa dimensione e lo stesso tipo di taglio, così da lasciar intendere che appartenessero alla scultura di Cattelan e che la mano fosse stata progettata aperta come a voler a compiere un gesto di saluto, decisamente diverso da quello previsto da Maurizio. L’idea piacque molto al curioso compratore che però non accettò la somma richiesta, proponendone un’altra di gran lunga ridotta.

Io mandai comunque un messaggio a Jonathan, portandogli timoroso l’offerta e lui, che non ne fu certo entusiasta, compresa la mia insistenza, da bravo inglese dotato di sense of humour e appassionato di Premier League, ovvero di calcio, mi rispose che quel giorno ci sarebbe stata la partita del fortissimo club dell’Arsenal contro il suo amato (ma decisamente inferiore) Leicester e che solo in caso di una loro insperata vittoria avrebbe, suo malgrado, accettato la proposta. Il Leicester City, che navigava in bassa classifica, soffrì tutta la partita ma dieci minuti prima della fine il bomber Jamie Vardy, che si stava riprendendo da un infortunio ed era appena entrato in campo, segnò un gol insperato, il Leicester vinse e io chiusi quella vendita, trionfante.

Nicola Mafessoni
Nicola Mafessoni
Nicola Mafessoni si occupa d'arte come mercante e organizzatore di mostre, scrittore e lettore, soprattutto.

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