Alessandro Corina. Dal campo da calcio al design: la velocità delle idee

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A volte il talento cambia campo, ma non perde velocità.

Prima che il design diventasse il suo linguaggio, Alessandro Corina correva davvero: attaccante rapidissimo, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Schizzo”, ha giocato nelle giovanili dell’Arezzo e Grosseto, arrivando ad avere delle convocazioni tra Serie B e C, arrivando anche a sfiorare la Serie A. Poi un infortunio ha cambiato il corso della sua storia.

La rivincita non è arrivata nello sport, ma nella progettazione. Studiando, ripartendo quasi da zero e costruendo con determinazione una nuova identità professionale, Corina è diventato uno dei designer italiani emergenti più interessanti della sua generazione. Oggi lavora tra prodotto e interior design dal suo studio nel centro storico di Grosseto, collaborando con aziende come Mandelli 1953, Bosa, Alivar, Cava e ottenendo riconoscimenti importanti, come la menzione d’onore all’ADI Compasso d’Oro International Award per la maniglia Câlin.

La sua è una storia di talento che si trasforma, ma anche di radici territoriali e di un’idea di design che dialoga con arte, funzione e cultura.


Giacomo Nicolella Maschietti: Partiamo dal calcio. Qualche tempo fa eri a Milanello con tuo figlio a vedere allenarsi il Milan di Massimiliano Allegri e, a un certo punto, lui ti ha chiamato: “Ciao Schizzo, che bello vederti’’
Per chi non conosce la tua storia sembra un aneddoto curioso, ma racconta molto del tuo passato. Che rapporto hai oggi con quel mondo e con il soprannome che ti accompagnava in campo?

Alessandro Corina: Un rapporto rispettoso e riconoscente per quello che mi ha trasmesso dai 5 ai 20 anni. Il calcio e lo sport sono dei carissimi amici che mi hanno insegnato e accompagnato verso il mondo degli adulti. Trovarsi a 17 anni a ricevere dei consigli da Mister Allegri e a 19 anni da Mister Pioli è stata un’esperienza incredibile e che porto nel mio cuore. 

Spesso li osservavo e cercavo di imparare anche dal loro modo di essere, da un semplice sguardo, dal tono di voce con cui esprimevano la loro visione.

Oggi, visto il loro percorso, capisco il perché di tanto successo: sono sempre stati loro stessi. Incontrare Mister Allegri dopo 20 anni è stato fantastico, è stato come vedere a 40 anni per la seconda volta la Gioconda: la guardi con occhi diversi dalla prima, di quando avevi sedici anni.  

Alessandro Corina e Massimiliano Allegri

GNM: Il calcio professionistico sembrava il tuo destino, il primo contratto da professionista a 19 anni, tre panchine in Serie B, tra cui una panchina al Dall’Ara contro il Bologna e un anti doping insieme ad Adailton e Marazzina  . Poi è arrivato un infortunio che ha cambiato tutto. Quanto è stato difficile accettare quella svolta e trovare la forza per reinventarti completamente nel design?

AC: È stato complesso. C’erano tante persone che facevano il tifo per me, tutti mi facevano sentire importante: poi, un giorno, mentre la vita scorreva in modo fluido, un’auto mi ha sbattuto contro a una velocità supersonica. L’impatto è stato doloroso, sotto tutti i punti di vista.

Dopo qualche mese mi sono ritrovato nella mia camera con gli scarpini slacciati, un BlackBerry che suonava sempre meno e un futuro senza pallone. Non riuscivo più a giocare come prima, ma dentro di me rimaneva  la voglia di emergere, di dare libertà alla mia curiosità e realizzarmi rendendo le persone felici.

Iniziai allora a cercare su google le facoltà universitarie che potevano rispondere alle mie aspettative, e ho cercato fino a quando ho incontrato il significato concettuale della parola Design. Approfondii digitando To Design, progettare, quando mia mamma entrò in camera dicendo: “mi accompagni a scegliere il divano nuovo per casa?”. Ed eccoci qua.

GNM: Nel tuo percorso colpisce la determinazione con cui sei ripartito studiando e costruendo una nuova professione. C’è qualcosa che il calcio ti ha insegnato — disciplina, visione, spirito competitivo — che oggi ritrovi nel tuo modo di progettare?

AC: La tua domanda contiene la risposta. Aggiungerei la fantasia, quel soffio di magia che ti permette di andare oltre, di osare per stupire te stesso e il pubblico, sia per l’estetica che per la funzionalità. Infine, un altro grande insegnamento, è stato quello di giocare/progettare da squadra al fine di valorizzare il campionato per cui stai giocando.

GNM: Uno dei tuoi progetti più noti è la maniglia Câlin, disegnata per Mandelli 1953 e arrivata fino alla menzione d’onore all’ADI Compasso d’Oro International Award ad Osaka.
La maniglia è un oggetto quotidiano, quasi invisibile: come si riesce a trasformare un gesto semplice, come aprire una porta, in un’esperienza di design?

AC: Con la passione, con il coraggio di uscire dalla propria zona di confort per superare i propri limiti, valorizzando il talento insieme alla voglia di progettare mettendo al centro il bene comune. 

Câlin è tutto questo. Da una parte l’Azienda Mandelli 1953 che mi ha fatto sentire subito in una grande famiglia. Dall’altra l’intuizione di progettare un abbraccio semplice, un gesto quotidiano, tra la leva e il cilindro, lasciando lo spazio utile in prossimità della maniglia stessa per il “tappo” di gomma amovibile. Accessorio utile per salvaguardare la bellezza del design stesso e preservare l’ambiente circostante.

Maniglia Câlin, disegnata per Mandelli 1953

GNM: Nel tuo portfolio convivono prodotti, superfici come la collezione Motus, arredi e progetti di interior design. Come definiresti il tuo linguaggio progettuale? E dove si colloca per te il confine tra design, funzione e arte?

AC: Dopo la laurea in design a Firenze nel 2013 e qualche mese trascorso a Londra il mio sogno era quello di creare uno studio con la visione di unire le peculiarità del progettare nei tre settori del design: interior, product e art direction. Sono convinto che pensare e disegnare prodotti sia utile per progettare gli spazi e viceversa, perché entrambi – scambiandosi informazioni utili – possono creare contaminazioni interessanti sia per il mondo dell’interior che per quello del product design.

A tracciare il confine di questo insieme e che racchiude i due concetti è l’arte: l’arte dell’ingegno umano che unisce tutto quello che può illustrare la bellezza.

Il mio linguaggio progettuale può essere sintetizzato come un nuovo sentiero fantastico e pragmatico, dove tutte le strade dei miei progetti portano in una piazza dove al centro c’è la persona.

Alessandro Corina

GNM: Oltre al lavoro internazionale, porti avanti anche Design Funzione Arte, una manifestazione che nel Grossetano mette in dialogo designer, artisti e pensatori per fare cultura sul territorio. In un momento in cui il design è sempre più globale, quanto è importante per te costruire un ecosistema creativo anche a partire dalla provincia?

AC: È importantissimo. Uno dei valori per me più significativi si chiama Riconoscenza. Sono molto legato alla mia città, perché mi ha visto crescere, ed era giusto per me donare un evento aperto a tutti. Proprio da questo desiderio nel 2022 ho creato Design Funzione Arte, un evento/mostra dove l’arte è intesa come ingegno umano per innovare ed evolvere il bene comune. Per me è questa la funzione del design: portare in Maremma tutto quello che vivo nelle mie esperienze, condividendo il percorso con la comunità. A Giugno 2026 la terza edizione vede come protagonista…Ci vediamo li, Giacomo.

Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti
Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista professionista, critico e curatore. Da oltre vent’anni collabora con Class CNBC come esperto di mercato dell’arte. Scrive regolarmente per Collezione da Tiffany, Cottura Creativa, Private e Patrimoni e ha collaborato con Milano Finanza, GQ, Marie Claire Maison e con le principali testate italiane del settore (Flash Art, Artribune, Artslife). Conduce settimanalmente la rubrica culturale Grand Hotel su UP TV, la moving TV delle metropolitane e degli aeroporti italiani. Si occupa di mercato, collezionismo e sistema dell’arte, con particolare attenzione ai rapporti tra patrimonio culturale, istituzioni e contemporaneità.

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