Esporre al Museo Carlo Zauli significa confrontarsi con una delle eredità più importanti della ceramica contemporanea italiana. Non solo perché Carlo Zauli è stato uno dei grandi innovatori del linguaggio plastico del Novecento, capace di trasformare la ceramica in scultura pura, ma perché il museo nato nel suo storico studio-bottega è oggi un luogo di ricerca, sperimentazione e dialogo tra generazioni artistiche.
In questo spazio carico di memoria e materia arriva la ricerca di Shilha Cintelli, artista toscana nata a Empoli, formatasi tra arte e restauro, che nella sua pratica intreccia ceramica, filosofia, simbolismo e installazione. Il suo lavoro si muove tra artigianalità e pensiero, tra gesto manuale e dimensione concettuale, trasformando la materia in esperienza sensibile e quasi rituale. Con Alchimie in Ceramica, la mostra ospitata dal museo fino al 24 maggio 2026, Cintelli costruisce un dialogo diretto con l’eredità zauliana, confrontandosi con il celebre “Bianco Zauli” e con l’idea stessa della trasformazione come processo aperto.
Le abbiamo chiesto cosa significhi, oggi, entrare in relazione con un’eredità così forte e cosa accada quando la ceramica smette di essere soltanto materia per diventare linguaggio, esperienza e possibilità di trasformazione.
Giacomo Nicolella Maschietti: Esporre al Museo Carlo Zauli significa inevitabilmente entrare in dialogo con una storia molto densa della ceramica. Ti sei sentita più in continuità o in attrito con questa eredità?
Shilha Cintelli: Quando Matteo Zauli mi ha invitata ad esporre qua al Museo Carlo Zauli, mi sono sentita sin da subito estremamente onorata nel poter presentare i miei lavori in questo luogo simbolo della ceramica a livello internazionale proprio nell’anno del centenario di nascita di Carlo Zauli.
Lui stesso che aveva immaginato questo museo come un centro di ricerca e sperimentazione dei nuovi linguaggi nell’idea di poter accogliere giovani e artisti di tutto il mondo, lasciando così spazio alla continuità.
Ed è proprio in quest’ottica, che ho voluto rendere omaggio a Carlo Zauli e al suo “Bianco Zauli” con un lavoro nato appositamente per la mostra e pensato anche come premessa dell’installazione principale. Un’ opera che potesse raccontare questo dialogo tra eredità e continuità.
“Il tutto è più della somma delle sue parti” rappresenta esattamente questo: due linguaggi apparentemente diversi che idealmente dialogano, dove la scultura cubica “Primario Esploso” di Zauli non visibile più da tanto tempo, incontra i miei tre elementi cubici, andando a formare le quattro fasi alchemiche e concepite come una sorta di opera unica.
GNM: Alchimie in Ceramica richiama subito un’idea di trasformazione profonda. Quanto, nel tuo lavoro, la ceramica è ancora materia e quanto diventa invece pensiero, dispositivo quasi filosofico?
SC: L’opera diventa nella mia pratica artistica, una sorta di dispositivo per cercare tracce della nostra esistenza e per indagare ciò che sembra appartenere soltanto all’individuo, ma che in realtà trova spazio per un pensiero condiviso che sembra estendersi al di fuori di sé, avvicinando mondi apparentemente lontani.
Esploro così molti aspetti che rispondono ad un interesse per le analogie dei fatti rilevanti del proprio percorso di vita e a quelli appartenenti all’universo collettivo.
Una trasformazione profonda che proprio la ceramica – materiale alchemico per eccellenza – mi ha dato la possibilità di poter far emergere. Una ricerca che tenta di restituire un senso d’appartenenza comune, in una dimensione scultorea ed installativa, che accoglie geometrie perfette ed elementi naturali attraverso aspetti filosofici e poetici.
GNM: L’installazione parte da un riferimento forte come “l’uomo è ciò che mangia” di Ludwig Feuerbach. Se dovessi tradurre questa intuizione nel linguaggio della tua mostra: cosa “assimila” oggi lo spettatore entrando nello spazio?
SC: È un invito al viaggio quello che compie lo spettatore entrando nel mio spazio, un invito a soffermarsi e ad interagire con tempi e modalità diverse: l’opera si attiva con lo spettatore stesso che ne entra in relazione ed assimila ciò che è pronto a riceve in quell’esatto momento.
GNM: Hai scelto di intrecciare elementi simbolici come l’Enneagramma con un contributo scientifico sulla percezione del cibo. Non è un rischio, oggi, mettere insieme sistemi di conoscenza così diversi? O è proprio lì che succede qualcosa di interessante?
Grazie per questa tua domanda, perché coglie forse uno dei temi che più mi interessa nella dimensione di ricerca. La mia formazione da restauratrice mi ha permesso di conoscere così tanti materiali da capirne anche il loro potenziale e quindi anche quanto potessi spingermi oltre.
Un approccio che mi ha permesso di sperimentare anche la ceramica stessa in maniera non convenzionale e di mettere così anche insieme sistemi di conoscenza diversi. Perché è proprio lì che succede qualcosa di inaspettato, qualcosa di interessante, che si sottrae al controllo e lascia spazio all’inatteso. Ed è soltanto accettando il rischio che si può riuscire ad ottenere tutto questo.
GNM: Il dialogo con l’opera di Zauli e la costruzione delle quattro fasi alchemiche suggeriscono una tensione verso un processo, più che verso un risultato. Ti interessa di più ciò che l’opera è o ciò che l’opera fa accadere—anche nello spettatore?
SC: Nella mia ricerca sono interessata più al processo che al risultato finale di un lavoro, sia nella fase di realizzazione che nel momento in cui lo spettatore interagisce con le mie opere e sia a ciò che l’opera fa accadere nello spazio che anche nello spettatore stesso.








