Reportage narrativo di un weekend d’arte a Napoli.

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Napoli è sempre stata una città dove le meraviglie vanno scoperte con pazienza. I giapponesi la definirebbero wabi sabi e, a chi viene da fuori, forse piace proprio per questo. Ha il fascino dell’imperfetto, della città precaria eternamente in bilico fra la pazzia e il blues. È preda della storia e dell’antico che resistono al tempo e all’incuria, che in qualche modo riesce ancora ad avere il sopravvento sulla contemporaneità. 

È una città fragile ma incapace di rompersi, di crollare del tutto, perché si mantiene sulla forza di volontà dei suoi abitanti da sempre nettamente divisi fra popolo e borghesia (se queste classificazioni hanno ancora senso di esistere) in un continuo e vicendevole confronto-controllo, ma in qualche modo uniti nel tenere insieme i pezzi di un territorio pieno di contraddizioni ma anche – e soprattutto – pieno di sorprese.

Non vivo più a Napoli dal 1997, anno in cui, in qualche modo, ho deciso che, per diventare ‘grande’, avrei dovuto allontanarmi da ciò che non riuscivo ad ‘aggiustare’. Come tutti quelli che vivono lontano, ovviamente, ogni tanto torno per capire perché me ne sono andato. Ma questo è un altro discorso.

In questi giorni sono tornato perché Andrea [Ingenito, che abbiamo intervistato in occasione della mostra su Chiavacci, ndr] mi ha invitato a raccontare la Napoli Gallery Weekend. Devo dire che l’idea mi ha subito entusiasmato. Ma (mi chiedevo) come fare a restituire le varie sfaccettature di questa iniziativa senza darne una visione parziale – o comunque ‘viziata’ dalle mie idiosincrasie?  Come fare a far parlare tutti, a dare l’idea di questa pluralità di voci che è l’Associazione delle Gallerie napoletane? Forse, semplicemente, ascoltando tutti, facendo parlare i protagonisti, mostrandoli, ascoltare dalla loro voce il perché di questa storia.

È cominciato così un viaggio davvero sorprendente, fatto di una umanità che solo a Napoli puoi trovare e che restituisce la misura di quanta ricchezza ci sia da scoprire dentro i grandi cortili che la città nasconde dietro le facciate imponenti della nobiltà di un tempo.

Sono ‘sbarcato’ a Napoli giovedì sera e, con Chiara (già arrivata in aereo da Milano al mattino), ce ne siamo andati a cena in una piccola osteria nei vicoli fra Piazza dei Martiri e San Pasquale a Chiaia. Il posto si chiama Isso: mi recito a mente i pronomi personali i’, tu, isso, nuie, vuie, lloro per sentirmi un po’ meno traditore di questa lingua che se ne sta dentro al cuore. Era tempo che non mangiavo una buona genovese.

Tornando verso il mio alloggio, percorrendo la Riviera di Chiaia in direzione Mergellina, ripenso a quando Piazza Plebiscito era un grande parcheggio, a quando la Villa Comunale non aveva i cancelli, a quando il 140 non arrivava mai e facevo questa stessa strada, fermata dopo fermata, arrivando a Palazzo Donn’Anna a piedi prima dell’autobus.

È una serata calda, ma la brezza del mare mitiga la temperatura e rende i ricordi leggeri e sfuggenti.

Venerdì. Zona Chiaia

Venerdì mattina facciamo colazione in uno chalet davanti all’acquario. Il Golfo da qui sembra proprio un cratere e quell’azzurro che ne riempie la forma è un solo magma leggero mosso da un lieve vento di levante. Chiara fa il punto della situazione sui nostri appuntamenti. Cominciamo alle 10.30 da Alfonso Artiaco. Ci avviamo verso Piazza dei Martiri.

Le Gallerie di arte contemporanea a Napoli sono un mondo difficilmente accessibile al viandante sprovveduto del turismo di massa che sta soffocando la città. E forse, per certi versi, è una salvezza. Te le devi andare a cercare, a scovare. Individuare portoni, varcarli, cercare nei cortili, fra le scale, dietro porte quasi anonime. E come ogni cosa nascosta che viene cercata e poi trovata, la scoperta e l’ingresso in ognuna di esse è quasi una catarsi.

Alfonso Artiaco. Le distanze dell’informale.

Artiaco è nel grande palazzo a sinistra salendo dalla Riviera di Chiaia. Un luogo storico per l’arte contemporanea napoletana che ha visto avvicendarsi diversi spazi, prima di tutti quello di Lucio Amelio. Ci accoglie la figlia Ilaria e ci invita a guardare la mostra nella grande sala espositiva. Nell’attesa mi incanto a guardare il grande cortile di Palazzo Partanna su cui affaccia la Galleria. Il contrappeso di un vecchio ascensore va sue e giù per la facciata con un moto quasi continuo ma irregolare. Quasi fosse il pendolo verticale di un orologio che segna il tempo a modo suo. E qui, in effetti, il tempo sembra dondolare senza configurazione fra le profondità dei lavori di Adam Pendleton e i segni quasi rupestri di Tapies; come se in questa piccola roccaforte dell’informale impronte, cicatrici, graffi, gesti possano riempire tutto quello spazio che comprende epoche lontane fra loro.

Piazza dei Martiri è inondata dal sole. Abbiamo ancora un po’ di tempo prima del prossimo appuntamento. Proviamo a fare una sorpresa ad Andrea ma è troppo presto, la galleria è ancora chiusa. Ma quello di Andrea, in Vico Santa Maria a Cappella Vecchia non è il solo spazio dedicato all’arte contemporanea. Anche qui siamo in un cortile, questa volta moderno, interno di un complesso di condomini di architetti disinteressati al contesto.

Acappella. L’arte sussurrata.

Corrado Folinea ci accoglie quasi sottovoce. Il suo è un progetto piccolo e delicato, ma consapevole delle sue dimensioni e deciso nel difenderle. Ci racconta di quando ha cominciato nel giardino di casa sua in una piccola casetta di legno, fino ad arrivare qui a Chiaia in questo spazio che è poco più di una stanza ma dove riesce a proporre progetti sempre inediti di artisti emergenti dall’indubbio valore.

Aleggia lo spirito di Borghes fra le opere di Valentina Artone che lavora sull’identità e riflette sul tema del doppio, dell’illusione e del confine labile tra la realtà e la sua rappresentazione. L’immagine allo specchio diviene quasi un’entità autonoma e repressa, forse addirittura pronta a ribellarsi all’autorità del suo creatore fuoriuscendo dal recinto tradizionale del quadro per riprendersi lo spazio che gli è negato.

Usciamo nel sole ormai accecante di Piazza dei Martiri e ci incamminiamo verso l’ascensore di Chiaia che porta a Monte di Dio. Saliamo nel cuore antico di Napoli.

Casa di Marino. Dove l’arte vive il quotidiano.

Montedidio per me è un lungo racconto, un boomerang di legno lanciato di nascosto sui tetti, una malinconia che scagli lontano e ti ritorna indietro: o la prendi con decisione o la scansi del tutto, se no te la prendi diritta in faccia. Montedidio è un diario scritto in italiano su un rotolo di carta da imballaggio perché l’italiano è la lingua del futuro e dei pensieri di chi nasce qui. Ma quella della realtà, dei sentimenti, dell’immediatezza resta il napoletano che sentiamo nell’aria urlato tutto intorno.

Umberto di Marino sta sulla salita, vicino a Palazzo Serra di Cassano. Ci troviamo davanti ad un enorme portale di piperno con le bugne acuminate a forma di diamante che ricordano quelle enigmatiche della Chiesa del Gesù. Saliamo le scale ed entriamo in un luogo in cui si respira vita quotidiana, casa, familiarità. La galleria e l’abitazione non hanno soluzione di continuità e le opere di Guendalina Cerruti e Isadora Neves Marques sembrano essere parte integrante di un dialogo domestico che si svolge luminoso e caldo come la luce che invade ogni spazio. Le pitture rupestri di Isadora sono frammenti di poesia erotica che viene raccontata a memoria dall’artista, quasi come fossero delle arcaiche instantanee che ci raccontano di una sessualità libera e senza tempo.

In casa c’è anche Guendalina che ci guida personalmente alla scoperta del suo lavoro che indaga le psicosi condivise della società individualista: lo fa in maniera apparentemente giocosa e leggera ma è il gioco drammatico della resistenza all’omologazione. La certezza è che un giorno da queste gabbie centinaia di farfalle si libereranno e porteranno al mondo un nuovo messaggio di colorata speranza.

Mentre Chiara intervista Enzo, mi soffermo in cucina con Umberto e con sua moglie con i quali ci lanciamo in una lunga chiacchierata sull’overturism e sull’identità di Napoli che rischia di perdersi fra l’odore di fritto e la massa indistinta di persone che alla città non lascia nient’altro che una fugace presenza.

Ma quando dalla splendida terrazza dell’appartamento Umberto ci invita a guardare verso il basso scopriamo che il vicolo è costellato da una cortina di panni sospesi che si muovono morbidi e incuranti di quello che succede sotto. E penso che Montedidio forse è ancora al sicuro, fra le sue ossa e le sue ceneri vulcaniche. Sopra di qua non c’è altra città da aggiungere, solo il cielo.

Andrea Nuovo Home Gallery. Un giardino nascosto.

Andrea Nuovo è quasi di fronte a Umberto di Marino e anche la sua è una casa-galleria. Attraversiamo la strada, mangiamo una pizzetta a volo in un minuscolo bar sulla strada, dopodiché ci infiliamo in un altro cortile. In fondo sulla sinistra scoviamo una splendida porta in stile Liberty alla quale suoniamo il campanello.

Ci accolgono Fernanda Garcia Marino e Edoardo Aruta che ci raccontano il percorso che si compone di lavori che partono dalla scultura fino a diventare installazione pura. La galleria è un meraviglioso spazio su due livelli che si aprono su un meraviglioso e segreto giardino e le opere di Edoardo sembrano quasi dei ‘reperti’ appoggiati in un’archeologia temporanea. Anche Edoardo ‘gioca’ con la letteratura e parte da Orwell, dalla rivolta ormai compiuta in seguito alla quale si impone il “quattro gambe = buono”. Edoardo racconta di sogni e utopie, di mutazioni e riflessioni sui fenomeni collettivi, immagini tridimensionali, di enorme profondità, che definiscono – e, in qualche modo dissezionano – le sfaccettature delle varie umanità che ci circondano.

Sulla strada di ritorno verso Chiaia, scendendo per via Monte di Dio penso ad Erri de Luca che diceva che  da sopra Montedidio con un salto state già in cielo. Probabilmente ce ne vorranno ancora un po’ di salti, ma mi viene in mente che Umberto di Marino e Andrea Nuovo sono le due gallerie più in alto di Napoli e che quando sogni di volare non porti peso.

Gallerie Riunite. La forza dello stare insieme.

Il progetto di Annamaria De Fanis, Rosa Francesca Masturzo e Piero Renna è innanzitutto volontà di lavorare insieme. Ed è un lavoro di ricerca e di scouting che, dopo tanti anni, fanno sempre con grande entusiasmo. Si percepisce, è nell’aria del loro spazio, lo si vede nel loro modo di rapportarsi. Global Folklore è una mostra di tre artisti formatisi all’Accademia di Venezia con lo stesso insegnante di pittura ed è divertente confrontare le differenti strade che hanno intrapreso.

Rovers Malaj, di origine albanese, ci racconta filtrati da evanescenti campiture rosa, lo spettacolo dell’arte: uno show dai pochi delicati colori, piccole storie quasi oniriche avvolte in un velo di invenzione che ci riporta ad un continuo altrove da qui.

Eliel David Martínez porta con sé le suggestioni del Messico – suo luogo d’origine – ma le mescola con i colori veneziani, creando impasti liquidi e sfuggenti, immagini tra memoria e presente. Le sue figure sono al limite fra la realtà e l’astrazione in una continua festa sudamericana filtrata dai toni lagunari.

Francesco Onda fa quasi da trait d’union fra i due. Si immerge in scene veloci di cui cattura dei frames. I corpi, per quanto presenti non sono i protagonisti della scena, la sua non è una riflessione sulla figura umana quanto piuttosto sulla liquidità del momento. Centrale è la velocità del movimento, il gesto che diventa aria in un’estetica cinematografica che si muove sui confini del fermo immagine.

Ci fermiamo a chiacchierare con Annamaria, Rosa e Piero a margine dell’intervista nel salottino allestito nel cortile antistante la galleria. Intalliarsi è una parola che ho sempre amato particolarmente: significa perdersi in chiacchiere, oziare o gingillarsi, lasciando passare il tempo senza una vera ragione. Ma intalliarsi non è mai una “perdita di tempo”, perché serve a conoscersi, a scoprirsi, a fare amicizia o semplicemente ad avere un attimo di consapevole far niente. Ci abbandoniamo così per un po’ al dondolio di questa parola raccontandoci reciprocamente il mondo da cui proveniamo, le ragioni delle nostre scelte professionali, le nostre visioni di questo mondo dell’arte contemporanea a cui tutti apparteniamo e della città di Napoli che appartiene un po’ a tutti.

Chiaia ormai è diventata il cuore pulsante dell’arte contemporanea a Napoli. Lucio Amelio era qui e sembra che tutti stiano tornando qui. Passiamo per Largo Ferrandina davanti alla monumentale villa di don García de Toledo e scendiamo per San Pasquale.

Quando ero piccolo e giravo per Napoli con mio nonno, c’erano una serie di ‘edifici’ che ogni tanto incontravamo che mi sembravano particolarmente magici e misteriosi ed esercitavano su di me un fascino incredibile. La chiesa anglicana era uno di quelli. Ritrovandolo mi è sembrato che, solo lì, il tempo fosse come immobile a quarantacinque anni fa. Più o meno alla stessa epoca in cui aveva appena aperto lo Studio Trisorio un po’ più avanti, scendendo, sulla destra.

Studio Trisorio. L’ambiguità dell’apparenza.

Mentre aspettiamo Laura Trisorio abbiamo il tempo di guardare la mostra. Alfredo Maiorino espone cinquanta delle sue scatole pittoriche. Ogni box nasconde una forma, in un susseguirsi di ambiguità fra il definito e l’indefinito, fra ciò che dentro è geometrico, puro, in qualche modo risolto e ciò che invece ci sembra dall’esterno filtrato dal vetro opalino: qualcosa di vago e incerto di cui facciamo fatica a stabilite i limiti, la dimensione, la posizione nello spazio. Tutto appare e scompare. Ogni opera ci invita a fare uno sforzo di indagine visiva che non trova però soluzione a cercare una messa a fuoco che è impossibile da trovare. Davanti alle opere di Maiorino sembra di rimanere sospesi e fragili in un mondo dove la geometria non è più certezza ma sfumatura di colore senza dimensione, pure intuizioni.

Laura ce le racconta sulla porta della galleria e guardandole ad una ad una restituiscono quasi un senso di riposo visivo dopo esserci riempiti gli occhi di abbondanza e pienezza per le vie della città. Qui si respira l’identità e l’eredità di un luogo che ha letteralmente educato lo sguardo contemporaneo con una ricerca sempre raffinata e coerente. Una galleria che ha saputo sempre rinnovarsi senza mai perdere di vista il proprio percorso.

Laura deve scappare al San Carlo. Noi verso l’ultimo appuntamento del giorno. 

Andrea Ingenito. Un piccolo spazio per un grande artista.

Quando torniamo da Andrea vediamo seduto sul divano bianco David Bowes. Andrea ci presenta e subito scopriamo una persona delicata e lieve, dalla sensibilità rara. David parla l’italiano, sottovoce, lentamente. Ci racconta di quando è venuto per la prima volta a Napoli nel 1986 invitato da Lucio Amelio in occasione di Terrae Motus a Ercolano. Gli aveva chiesto se poteva stare un po’ in città e Amelio gli ha trovato posto presso una famiglia di amici che abitavano a Posillipo. La mostra che c’è in galleria comprende opere ‘storiche’ della fine degli anni ’80 e opere più recenti. È la seconda volta che David espone qui con Andrea ed è sempre bello vedere il rapporto che si crea fra un gallerista ed un artista. La sua pittura ha un vocabolario del tutto libero da qualsiasi condizionamento estetico o ideologico. È quello di un artista che ha viaggiato nei meandri della storia dell’arte e, ad ogni tappa, si è portato dietro un pezzettino che ha poi riutilizzato a modo suo. Ma quello che forse lega tutti i suoi lavori è un senso di profonda armonia, quasi orientale capace di creare un equilibrio costante fra figure e paesaggi fantastici in un percorso favoloso e sognante.

Alla chiusura ce ne andiamo a cena tutti insieme in una piccola trattoria di fianco alla galleria. David ci racconta con naturalezza dei suoi incontri, dei luoghi in cui ha vissuto, quasi fosse normale aver avuto a che fare nella vita con artisti come Jean Michel Basquiat, George Condo Keith Haring o aver vissuto a New York, a Roma o a Monaco. Passeggiamo insieme fino al suo alloggio. La sua figura elegante si perde nella notte leggera e dolce come il suo modo di essere uomo e artista di un tempo che forse non tornerà ma, di cui, non sembra avere nostalgia.

Sabato. Extra Chiaia

Sabato, di buon mattino, partiamo alla volta delle Gallerie che sono ‘fuori Chiaia’. Da Piazza dei Martiri dove ormai facciamo base grazia alla disponibilità di Andrea, decidiamo di andare a piedi verso il centro storico. Attraversare la città in questo modo ci consente di coglierne gli umori, di vivere il rapporto con lo spazio, con le distanze, di capire meglio dove stiamo andando.

Via Chiaia, Piazza Plebiscito, Galleria Umberto, Piazza Municipio, via Medina, via Monteoliveto, Calata Trinità Maggiore. Prima di Piazza del Gesù a sinistra c’è Palazzo Degas – Palazzo del Gas com’è popolarmente detto. Edgar è stato qui ospite del nonno Renè, proprietario del palazzo durante i suoi lunghi soggiorni napoletani,

Galerie Gisella Capitain. Succursale meridionale.

Oggi la galleria d’arte contemporanea di Colonia, Gisela Capitain, utilizza gli spazi di questo Palazzo per il suo progetto espositivo itinerante intitolato “Zweigstelle Capitain”. Doveva essere un evento temporaneo ma per qualche motivo è ancora qui.

Questo posto è la perfetta incarnazione del wabi-sabi napoletano o della bellezza di invecchiare ed essere imperfetti. Enormi stanze con ricordi di affreschi e decorazioni. Mura scrostate e restaurate. Volte che ricordano i fati di un tempo. Pavimenti maiolicati e consumati. Tutto evoca più di quello che dice in un’estetica del consunto che fa da cornice all’estremamente contemporaneo dell’arte di Martin Kippemberg. L’esposizione esplora il profondo legame dell’artista con l’Italia, presentando una selezione di opere ironiche e ibride che in qualche modo mettono in discussione l’identità artistica rifiutando il concetto di autore tradizionale e decostruendo la propria figura attraverso diverse strategie concettuali: non c’è stile, non c’è segno, la vita privata e la produzione si sovrappongono, si mischiano, tutto è sempre “fuori posizione”.

La strada per arrivare da Tiziana di Caro da Palazzo Degas sarebbe anche breve se non fosse per la fiumana di gente che si muove come un treno di mattoni spinto a mano da un portantino svogliato. Cerchiamo di districarci da questa rete umana a maglie strette ma non si riesce proprio ad avanzare. È come se questa ferita che attraversa il cuore della città, che la spacca in due parti come taglio netto, si fosse riempita di un brulicare di globuli estranei che ne impediscono lo scorrere del sangue e l’ingresso dell’aria. La massa informe di turisti è un tampone che nasconde le piccole meraviglie delle stratificazioni greco romane, ne impedisce la comprensione dell’impianto, nega la vista alla bellezza di Parthenope, preoccupata solo di vendersi al migliore offerente.

Galleria Tiziana di Caro. Espressionismo napoletano.

Tiziana sta in mezzo alla storia ed è l’unica rimasta qui, fra il Nilo, il Cristo Velato e San Domenico Maggiore. Nella confusione della piazzetta il portone di Palazzo de Sangro quasi non si vede. Anche – dopo essere passati sotto la bassa volta con affrescato  l’imponente stemma di famiglia – si apre davanti qui un magnifico cortile settecentesco. L’ingresso della Galleria è quasi nascosto in un angolo. Suoniamo e saliamo la stretta scala che ci porta al piano nobile dell’edificio. Tiziana ci accoglie con calore e ci guida fra le grandi stanze che accolgono l’esposizione delle opere di Luca Gioacchino Di Bernardo, napoletano, classe 91.

L’universo di Luca è un sottobosco popolato di figure misteriose, in trasformazione, dove il confine fra l’essere umano e l’essere animale non esiste ma dove non si capisce chi dei due è a mutare. Il tratto, soprattutto quello delle Ossessioni è sottile, veloce, a volte quasi tagliente e porta con sé evocazioni espressioniste, dove la trasgressione è istinto e desiderio di libertà.   

Con Tiziana ricordiamo di quando a Piazzetta Nilo c’era Tatoo Records, storico negozio di dischi, punto di riferimento per generazioni di napoletani: ormai braccati da panini e spritz non gli è rimasta altra scelta che la chiusura. Il fascino e della difficoltà allo stesso tempo di lavorare in piano centro storico. La logistica è complessa e l’interazione con la macchina del turismo non sempre facile ma calare l’arte contemporanea in questo concentrato di storia secolare e di meraviglie senza tempo ha il sapore dell’armonia e del contrasto, affascinante cortocircuito estetico di forme di espressione che possono e devono convivere e contaminarsi sempre.

Continuiamo con difficoltà a percorrere il decumano fino a via Duomo. Anziché scendere per Forcella proviamo con via dei Tribunali nella speranza che sia un po’ più percorribile. Castel Capuano ci appare in tutta la sua sobria magnificenza con la sua torre decentrata e l’enorme aquila bicipite che ci ricorda l’idea che i reali di Spagna avevano della potenza del proprio regno, sul quale non tramontava mai il sole.

Passiamo a sinistra, verso Piazza Enrico de Nicola dove, sulla cornice di stucco di un portone malandato ancora campeggia in bassorilievo la scritta LANIFICIO. È uno degli ultimi esempi di archeologia industriale che possiamo trovare nel centro storico di Napoli. All’interno è quasi un dedalo di cortili, corridoi, scale, parcheggi e strutture che lasciano immaginare le attività che venivano svolte in questo luogo.

Galleria Solito. La fabbrica delle idee.

Ogni spazio a Napoli è in qualche modo un ‘recupero’ ma la Galleria di Luigi Solito è la più lontana da Chiaia e l’unica che si è stabilita in un vero e proprio spazio industriale. Cerchiamo la scala B, saliamo al primo piano. Gli spazi hanno il fascino innegabile di un luogo che è archivio vivente delle vite, dei sacrifici e dell’ingegno delle comunità che li hanno vissuti.

Luigi ci racconta che ha ripensato la linea curatoriale della Galleria con Massimiliano Scuderi coinvolgendo proprio tutto il complesso dell’ex Lanificio e creando un progetto che restituisce uno scambio effettivo con il quartiere.

Massimiliano ci fa notare che tutta la mostra allestita per la Napoli Art Weekend è giocata su un gap interpretativo, quasi un fraintendimento estetico fra ciò che è il lavoro sul linguaggio di  Francesco João e la ricerca di Salvatore Emblema che lavora sull’idea di natura e di paesaggio.

Dal punto di vista formale i lavori sembrano quasi apparentarsi ma mantengono comunque una loro forte autonomia. Emblema va già oltre il quadro. Ma le opere João diventano vere e proprie strutture, quasi scultura a forma di pittura. La relazione fra l’artista e lo spettatore viene continuamente messa in discussione fino all’estremo di una scultura utilizzabile come panca che ridefinisce definitivamente la modalità di contemplazione dell’opera.

Perché è necessario.

Quello che le gallerie d’arte napoletane sono riuscite a realizzare è un esempio virtuoso di visionarietà imprenditoriale da un lato e di forza (oserei dire sforzo) culturale dall’altro. Si parla sempre tanto di fare rete ma quasi mai si riesce effettivamente a creare sinergie che abbiamo una ricaduta reale sul territorio e sull’immaginario culturale che dal territorio deve alimentarsi.

Credo che la Napoli Art Weekend 2026 abbia dimostrato che fare impresa e fare cultura oggi possano essere due facce della stessa medaglia e che fare le cose insieme e a beneficio della collettività e non solo del singolo crei una energia e dei risultati difficilmente raggiungibili ‘in solitaria’.

L’accoglienza e l’entusiasmo che abbiamo trovato in questi giorni nelle Gallerie napoletane è stata un’esperienza davvero rara e che forse solo questa città può dare. Città che ha bisogno di slanci come questi che riescono a dare alla qualità del lavoro e alla capacità di raccontarlo e valorizzarlo l’attenzione che merita a livello nazionale e internazionale.

È necessario continuare su questa strada e far crescere e consolidare questa manifestazione e l’associazione delle Gallerie napoletane ancora di più. Perché la forza dell’arte contemporanea è la forza delle persone che la fanno.

Gino Fienga
Gino Fienga
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