A Milano una grande retrospettiva ripercorre oltre settant’anni di ricerca, dalle origini informali alle ultime dissoluzioni dell’immagine
A Palazzo Reale di Milano, dal 1° luglio al 20 settembre 2026, una grande mostra antologica riporta al centro della scena Mario Raciti (Milano, 1934), tra i protagonisti più appartati ma coerenti della pittura italiana del secondo Novecento. L’esposizione, curata da Luca Pietro Nicoletti, riunisce circa cento opere e attraversa l’intero arco della sua produzione, dal 1952 fino alle ricerche più recenti, restituendo la complessità di un artista che ha fatto della distanza, della soglia e dell’invisibile il cuore del proprio linguaggio.
Raciti appartiene a quella generazione che, nel secondo dopoguerra, ha cercato nuove forme di espressione oltre le categorie dell’Informale storico, senza però rinunciare alla sua energia originaria. La sua pittura si colloca infatti in un territorio intermedio, spesso definito post-informale, in cui il gesto si raffredda e si struttura in visioni sospese, atmosfere rarefatte, apparizioni che sembrano emergere da uno spazio mentale più che fisico. Non è mai una pittura narrativa, ma una pittura di stati: stati emotivi, percettivi, quasi psichici.
La formazione di Raciti avviene a Milano, città decisiva per la sua identità culturale. Laureato in giurisprudenza e inizialmente avviato alla professione legale, nei primi anni Sessanta compie una scelta radicale: abbandona il diritto per dedicarsi completamente alla pittura. È una svolta che non ha nulla di improvvisato. Al contrario, si innesta in un tessuto di relazioni intellettuali che includono figure come il poeta Roberto Sanesi e l’editore Vanni Scheiwiller, protagonisti di una Milano colta e internazionale. Proprio Scheiwiller pubblica nel 1970 la prima monografia dedicata all’artista, mentre il dialogo con Sanesi apre la sua ricerca a una dimensione poetica che resterà strutturale.
La cultura visiva di Raciti si alimenta inoltre di una fitta trama di riferimenti letterari e musicali. Da Rilke a Hölderlin, da Goethe a Musil, la sua pittura sembra attraversata da una tensione filosofica costante verso l’oltre. Parallelamente, la musica di Wagner, Mahler e Schubert contribuisce a costruire una temperatura emotiva fatta di sospensione e drammaticità trattenuta. Ne deriva un linguaggio che non rappresenta il mondo, ma lo evoca come eco, come residuo, come traccia.
A partire dagli anni Settanta, Raciti entra nel circuito della Galleria Morone di Enzo Spadon, insieme ad artisti come Claudio Olivieri, Valentino Vago ed Enrico Della Torre, condividendo una stagione importante della pittura analitica e post-informale italiana. È in questi anni che la sua ricerca si concentra sempre più su immagini liminali: presenze e assenze, forme che emergono e si dissolvono, superfici che sembrano respirare.
Il riconoscimento istituzionale arriva progressivamente, con l’ingresso delle sue opere in collezioni pubbliche e private di primo piano, tra cui le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, il MART di Rovereto e lo CSAC di Parma. Un passaggio decisivo è rappresentato dalla personale al PAC di Milano nel 1988, quando la direttrice Mercedes Garberi acquisisce 36 opere oggi conservate al Museo del Novecento, sancendo un rapporto ormai definitivo tra l’artista e la sua città.
Il percorso della mostra di Palazzo Reale segue questa evoluzione con una struttura cronologica e tematica: dalle prime figurazioni degli anni Sessanta alle atmosfere rarefatte delle Presenze-assenze, dai cicli delle Mitologie e dei Misteri fino alle opere più recenti, in cui la pittura si fa sempre più drammatica e instabile. Nei lavori degli anni Duemila, la figura si frantuma, il segno si apre alla dissoluzione, e il linguaggio pittorico sembra interrogare direttamente l’impossibilità della comunicazione. Anche nei cicli più recenti, come Why o I fiori del profondo, la dimensione simbolica resta centrale, ma si carica di una tensione esistenziale più esplicita.
Raciti si conferma così un pittore dell’interiorità, lontano dalle mode e dalle accelerazioni del sistema dell’arte contemporanea. La sua è una ricerca coerente, quasi meditativa, che attraversa decenni senza mai cedere alla semplificazione. In questo senso, la mostra milanese non è solo una retrospettiva, ma anche un esercizio di lettura critica su una delle declinazioni più riservate e profonde della pittura italiana del secondo Novecento.
Con questa antologica, Palazzo Reale riafferma inoltre il ruolo di Milano come luogo di restituzione storica e di rilettura dei propri protagonisti, all’interno del ciclo dedicato ai “Maestri a Milano”. Raciti vi appare non come figura marginale, ma come tassello fondamentale di una tradizione che unisce ricerca formale, tensione poetica e pensiero visivo.







