Nata nel 2014 come associazione culturale con il desiderio di portare la cultura contemporanea nella provincia industriale, Atipografia si è trasformata nel 2022 in una vera e propria galleria d’arte a seguito di un profondo restauro architettonico. Guidata da Elena Dal Molin, la galleria mantiene intatta la sua vocazione originale: promuovere un approccio all’arte profondamente filosofico e distante dalle mode del momento. In un’epoca dominata dalla frenesia digitale e dalle immagini “instagrammabili”, Atipografia propone con coraggio un’arte “infotogenica”, fatta di opere lente da realizzare e da guardare, che richiedono la presenza fisica e la contemplazione.
In questa intervista, Elena Dal Molin ci racconta la sua recente trilogia espositiva pensata come un manifesto, le sfide di esporre in un ex spazio industriale che rifugge l’estetica del white cube, e la lucida decisione di rallentare i ritmi forsennati del mercato per restituire all’arte il tempo e lo studio che merita.
Dalla provincia industriale allo spazio galleria
Gino Fienga: Cominciamo dall’inizio: come nasce il progetto di Atipografia e come si è evoluto in questi anni?
Elena Dal Molin: Il progetto è nato dodici anni fa, nel 2014, come associazione culturale. Avevo vissuto a Milano per diversi anni e sentivo il forte desiderio di portare la cultura contemporanea in provincia, in una zona prettamente industriale dove c’erano pochi spunti per aprirsi all’arte. Inizialmente eravamo aperti anche alla musica e al teatro sperimentale, oltre a ospitare residenze per artisti. Attraverso queste residenze si è creata una vera e propria squadra e un’identità. Poi, la vecchia azienda che ci ospitava necessitava di essere adeguata; così, dopo un grosso investimento e un restauro, nel 2022 abbiamo riaperto in veste di galleria, portando con noi gli artisti che avevano iniziato quel percorso.
Un manifesto in tre mostre: il primato del pensiero

GF: C’è un filo conduttore molto forte nella vostra ricerca espositiva. Come si traduce la vostra missione oggi?
EDM: Rimane la vocazione culturale e un approccio filosofico all’arte, dove il pensiero è sempre il grande protagonista. Andiamo in controtendenza rispetto alle mode: ad esempio, la figurazione è scarsissima nella nostra offerta. Quest’anno abbiamo voluto visualizzare al meglio la nostra ricerca concentrando la programmazione in una trilogia che funge da manifesto.
- Il primo capitolo è stato Matermania: uno scostarsi dall’individualismo per guardare alle cose con uno sguardo ampio e universale sull’uomo, un tema che l’arte non figurativa rappresenta benissimo.
- Il secondo è stato L’ombra delle lucciole, centrato sull’arte come evento e rapporto, esplorando il concetto di “lucore” (lo spazio tra luce e ombra) e il valore ontologico e intrinseco dell’opera. Su questo uscirà anche un libro.
- Il terzo, Di polvere le stelle, è stato un percorso immersivo nel buio. Abbiamo oscurato la galleria, solitamente luminosissima, e invitato le persone a sostare per otto minuti per abituare l’occhio. Dei lumini indicavano la strada verso un’installazione chiamata “Lago di stelle”, un pozzo circondato da stelle dove si rifletteva la propria immagine. Le persone si sono commosse; è stato un esercizio di contemplazione, un attendere che l’arte faccia il suo processo.

Il dialogo con l’architettura e l’arte “infotogenica”
GF: Quanto influenza le scelte espositive l’ex spazio industriale, che è tutto tranne che un white cube?
EDM: Abbastanza. È un luogo rimasto intatto con i suoi sassi, i pezzi di passato e il legno. Questo spazio così grande non ti dà la libertà di fare qualsiasi cosa, ma va dominato, diventando una sfida per l’artista. In passato, ad esempio, Juan Eugenio Ochoa sviluppò in residenza dei dipinti su seta proprio per dominare e occupare pienamente queste ampiezze.

GF: C’è molta materia e plasticità nelle opere che scegliete. Qual è l’elemento che ti fa innamorare di un artista?
EDM: Forse il fattore tempo. Proponiamo sempre opere lente: lente a farsi e lente a vedersi. Si nascondono, sono velate e non hanno mai un “effetto wow” immediato, ma vanno esplorate. Per esempio, Mats Bergquist lavora con strati e strati di gesso e pigmento con la cera, mentre Diego Soldà opera con una stratificazione temporale di tempera. È un’arte che io definisco “infotogenica”: proprio come quando vedi una luna meravigliosa nel cielo e provi a fotografarla col telefono ma non riesci a catturarla, queste opere non riescono a trasferire la loro profondità in foto. Devi viverle. Tendo ad amare molto la plasticità, forse perché vengo da una formazione in scultura e lavoravo in un museo di scultura.

Il collezionismo riflessivo e il rifiuto della frenesia
GF: In un mondo dell’arte che chiede a gran voce la condivisione social, come risponde il pubblico a questa lentezza e al bisogno di presenza fisica?
EDM: Credo che un po’ la paghiamo a livello digitale. Finché non c’è un rapporto diretto visivo, si rischia di sottovalutare le opere guardandole da uno schermo. Ma dal vivo ci stiamo ricavando una nicchia consolidata e riconoscibile. Attiriamo collezionisti (anche chi guarda molto all’arte storicizzata) che studiano le opere e viaggiano apposta per venirci a vedere. Curiamo moltissimo il visitatore con un forte apparato di mediazione culturale, aiutati anche dalla collaborazione con il filosofo Alfonso Cariolato, che traduce cataloghi e scrive testi per noi.

GF: Qual è la tua visione futura per Atipografia e per il lavoro del gallerista?
EDM: Continueremo a consolidare il nostro manifesto, ad esempio con la prossima mostra che unirà Mats Bergquist alla new entry Angela Glajcar in un progetto legato ai movimenti musicali. Ma soprattutto, ho intenzione di rallentare i ritmi. Corriamo tutti come pazzi in una frenesia totale, perdendo tante cose per strada. Dopo anni di semina, voglio consolidare. Anche se le fiere richiedono ritmi serrati, non voglio più spaventarmi: passerò magari da quattro a tre, o perfino due mostre all’anno, ma accompagnate da cataloghi profondi e ben pensati. Essendo in provincia, è inutile cavalcare i ritmi bulimici della città. Se dedichiamo tempo alle mostre, permettiamo alle persone di tornare e alle opere di radicarsi nella mente, ed è questa la nostra missione culturale.

Il coraggio della lentezza come atto radicale
In un sistema dell’arte che spinge ossessivamente verso l’accelerazione, la iper-produzione e la viralità visiva a tutti i costi, Atipografia emerge come un prezioso avamposto di resistenza. La decisione di Elena di rallentare i ritmi della programmazione per favorire la contemplazione non è una rinuncia, ma una precisa e orgogliosa presa di posizione intellettuale. Rivendicare l’esistenza di un’arte che non sia solo ‘instagrammabile” significa ridare centralità all’esperienza fisica e allo studio. Un patto di fiducia con collezionisti riflessivi, disposti a viaggiare per lasciarsi interrogare dalla densità della materia e dal primato del pensiero.





