Aurelio Amendola a Palazzo Reale: 85 fotografie per rileggere la storia dell’arte

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È già aperta al pubblico, e lo sarà fino al 6 settembre, la grande mostra dedicata ad Aurelio Amendola nelle sale di Palazzo Reale a Milano. Un ritorno atteso: trent’anni dopo la personale sulle Cappelle Medicee (1995), il fotografo pistoiese torna nello stesso luogo con una retrospettiva che abbraccia cinquant’anni di carriera e ridefinisce il rapporto tra obiettivo fotografico e opera d’arte.

Capolavori fotografati: l’arte vista dall’interno

Il titolo è già un programma: Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo. Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta da Palazzo Reale in collaborazione con l’Associazione Culturale BUILDING, la mostra presenta 85 fotografie di grande formato realizzate tra il 1976 e il 2025. Non una semplice retrospettiva, ma un viaggio visivo attraverso epoche, materiali e gestualità diverse, tenuto insieme da uno sguardo unico: quello di Amendola, nato a Pistoia nel 1938, da decenni considerato uno dei più importanti fotografi d’arte italiani.

La sua non è mai stata documentazione. È interpretazione. Amendola non fotografa le opere: le abita, le interroga, ne restituisce una vita segreta che l’occhio distratto non coglie. La luce diventa narrazione, il dettaglio si fa racconto.

Il percorso espositivo: dal gesto contemporaneo al marmo classico

L’azione come opera: Burri, Vedova, Nitsch

Il percorso si apre con 41 fotografie dedicate a tre giganti del secondo Novecento: Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022). Tre artisti per i quali il gesto non è accessorio all’opera, ma è l’opera stessa.

Le immagini provengono anche da prestiti prestigiosi: la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello, la Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia e la Nitsch Foundation di Vienna hanno contribuito a rendere possibile questo primo nucleo espositivo.

Aurelio Amendola, Alberto Burri “La Combustione” – Città di Castello, 1976, C-Print, 150 x 125 cm (155 x 130 cm con cornice) © Aurelio Amendola

Le Combustioni di Burri sono tra i momenti più potenti: in una sequenza del 1976, realizzata a Città di Castello, Amendola coglie l’artista nell’atto di bruciare una superficie plastica. Il fuoco come pennello, la distruzione come creazione. Le fotografie mostrano un processo che normalmente resta invisibile e lo rendono iconico quanto le opere stesse.

Aurelio Amendola, Emilio Vedova – Venezia, 1987, C-Print, 150 x 100 cm (155 x 105 cm con cornice) © Aurelio Amendola

Con Vedova, nel 1987, è l’energia del corpo a dominare: il pittore veneziano si muove tra i suoi grandi tondi come in un campo d’azione, il suo peso e il suo movimento diventano matrici del segno. Amendola lo insegue nello studio, e trasforma ogni scatto in un fotogramma di danza.

Aurelio Amendola, Hermann Nitsch – Vienna, 2012, C-Print, 150 x 150 cm (155 x 155 cm con cornice) © Aurelio Amendola

Per Nitsch, Amendola documenta le “azioni rosso sangue” del castello di Prinzendorf nel 2012, condensando in pochi scatti l’essenza di un’arte totale, rituale, difficilmente avvicinabile nella sua forma originale.

Il Duomo di Milano: architettura come scultura

Una sala intera è dedicata a 9 fotografie del Duomo di Milano, realizzate nel 2009 e qui esposte per la prima volta al pubblico. Nel contesto di Palazzo Reale — a pochi passi dalla cattedrale — questi scatti assumono una valenza quasi tattile: il Duomo non come monumento da ammirare da lontano, ma come organismo plastico, come materia scolpita attraversata da luce e tempo.

Amendola evita l’inquadratura turistica. Cerca prospettive oblique, dettagli che diventano forme astratte, giochi di luce che trasformano il marmo in qualcosa di vivo. È una lettura scultorea dell’architettura gotica, e funziona.

Bernini, Canova, Michelangelo: il marmo come materia viva

Aurelio Amendola, Giuliano de’ Medici, Michelangelo – Cappelle Medicee, Firenze, 2004, Stampa Inkjet Fine Art su carta fotografica, 110 x 150 cm (115 x 155 cm con cornice) © Aurelio Amendola

La sezione conclusiva — 35 fotografie in bianco e nero — è forse la più commovente. Amendola si confronta con tre sculture tra le più note della storia dell’arte: il Ratto di Proserpina (1621–1622) di Gian Lorenzo Bernini, Amore e Psiche(1787–1793) di Antonio Canova, la statua di Giuliano de’ Medici di Michelangelo per le Cappelle Medicee (1521–1534).

Cosa aggiunge la fotografia a opere già così fotografate, studiate, ammirate? La risposta di Amendola è nei dettagli: una mano di Bernini colta da un’angolazione impossibile a occhio nudo, la superficie di Canova che sotto la sua luce rivela sfumature quasi pittoriche, lo sguardo di Giuliano riletto come se fosse la prima volta. Il marmo smette di essere pietra e torna a essere gesto, intenzione, vita sospesa.


Informazioni pratiche per visitare la mostra

La mostra è aperta al pubblico fino al 6 settembre 2026 con ingresso gratuito. Gli orari sono: martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 10.00 alle 19.30; il giovedì dalle 10.00 alle 22.30. Il lunedì è giorno di chiusura.

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