L’arte è un linguaggio in continua trasformazione, capace di raccontare il presente attraverso sensibilità, ricerca e sperimentazione. In questo panorama, Costanza Gastaldi sviluppa un percorso che intreccia espressione personale e riflessione, dando vita a un dialogo costante tra materia, emozione e visione.
Il suo lavoro nasce dall’osservazione della realtà e dalla volontà di superarne i confini, esplorando nuove possibilità espressive senza perdere il legame con la dimensione umana. Ogni progetto rappresenta una tappa di un percorso artistico in continua evoluzione, in cui tecnica e intuizione si fondono per dare forma a opere capaci di stimolare domande e generare nuove prospettive.
In questa intervista Costanza Gastaldi ci accompagna alla scoperta del suo universo creativo, raccontando le esperienze che hanno segnato la sua formazione, le fonti di ispirazione, il rapporto con il pubblico e le sfide che oggi caratterizzano il fare arte. Un confronto che invita a guardare oltre l’opera, per incontrare la visione e il pensiero dell’artista.
Andrea Savino: Costanza, grazie per il tempo dedicato a Collezione da Tiffany. Pur essendo molto giovane hai tante esperienze internazionali e sei stata appena selezionata per essere parte di una residenza in Cina. Raccontaci meglio di quest’ultimo riconoscimento.
Costanza Gastaldi: Grazie a te, Andrea. Ho ricevuto questa bellissima notizia da pochissimo e sto ancora cercando di realizzare quello che è successo: ad ottobre partirò per un mese di residenza presso l’INTERNATIONAL Guyan Painting Village, nella provincia dello Zhejiang, in Cina. Si tratta di una delle residenze artistiche più prestigiose a livello internazionale e, dopo anni di lavoro e di ricerca, ricevere questa selezione rappresenta per me un riconoscimento davvero importante.
Le candidature erano oltre seicento e sono stati selezionati soltanto dieci artisti, di cui tre internazionali. Sapere di essere tra questi mi riempie di gratitudine e mi conferma quanto sia importante continuare a credere nel proprio percorso, anche quando richiede tempo, costanza e pazienza.
La residenza durerà un mese e offrirà a ciascun artista uno studio personale, il supporto di un traduttore e di un mediatore culturale, con l’obiettivo di favorire un dialogo autentico con i maestri d’arte locali. Sarà un’occasione preziosa per confrontarmi con tradizioni secolari, come la ceramica celadon di Longquan, la scultura su pietra di Qingtian e le tecniche tradizionali della forgiatura, lasciando che questi saperi entrino in relazione con la mia pratica fotografica.
L’intero programma è sostenuto dalle istituzioni locali e da Art Confidentiel, una delle principali agenzie francesi dedicate all’arte contemporanea, insieme a una galleria parigina impegnata nel creare un dialogo tra arte orientale e occidentale. Credo che questa esperienza rappresenterà non solo un momento di crescita professionale, ma anche un’opportunità di trasformazione personale, perché mi permetterà di osservare, ascoltare e lavorare immersa in una cultura profondamente diversa dalla mia che non smette di affascinarmi da anni.
AS: Il tuo lavoro sembra raccontare storie attraverso i dettagli. Come nasce l’idea di un nuovo progetto fotografico e cosa ti guida nella scelta dei soggetti?
CG: Credo che i dettagli siano il vero linguaggio delle mie fotografie. Ogni opera contiene decine, a volte centinaia, di piccoli elementi disseminati nell’immagine che non sono semplici decorazioni, ma veri e propri indizi. Mi interessa che lo spettatore possa soffermarsi, tornare sull’opera più volte e scoprire, ogni volta, qualcosa di nuovo.
Ogni dettaglio è una porta d’accesso a un altro livello di lettura: invita ad andare oltre l’impatto iniziale dell’immagine e apre nuove riflessioni che spesso si allontanano dal tema apparentemente raccontato. È proprio in questo spazio di interpretazione che nasce il dialogo tra l’opera e chi la osserva.
L’idea di un nuovo progetto nasce quasi sempre da una domanda o da un’urgenza personale. Solo dopo arriva la scelta dei soggetti, che non avviene mai per il loro valore estetico, ma per la loro capacità di diventare simboli e di raccontare qualcosa che va oltre ciò che rappresentano.
AS: Qual è stata la fotografia o il progetto che ha rappresentato una svolta nel tuo percorso artistico e perché?
CG: Credo che la svolta più significativa del mio percorso sia rappresentata dalla serie In the MOOD FOR LOVE (2025), nata durante un periodo di ricerca nel sud della Cina. La mia fotografia, fin dagli esordi, non è mai stata semplicemente uno strumento di osservazione della realtà, ma un modo per costruire geografie emotive, luoghi interiori e narrazioni capaci di andare oltre la prima lettura dell’immagine.
Con questo progetto la mia ricerca ha raggiunto una nuova tensione concettuale: ho iniziato a lavorare sempre più sullo scarto tra ciò che un’immagine sembra suggerire e ciò che realmente racconta. Scene quotidiane, gesti comuni e situazioni profondamente profane vengono attraversati da una dimensione quasi sacrale, creando un’ambiguità visiva in cui il familiare si trasforma in simbolo e l’ordinario assume una forza inattesa.
In opere come Icona Impermeabile, ad esempio, una scena di vita quotidiana — un gruppo di turisti riparati dalla pioggia sotto teli cerati — richiama involontariamente un’immagine di devozione, generando una tensione tra sacro e profano, tra apparenza e realtà, tra cultura visiva e esperienza contemporanea.
La svolta di In the MOOD FOR LOVE non riguarda quindi una trasformazione tecnica, che appartiene alla mia ricerca fin dagli inizi, ma una maggiore consapevolezza della capacità dell’immagine di contenere contraddizioni e molteplici livelli di lettura. È il progetto in cui ho sentito più chiaramente di poter creare fotografie come luoghi di memoria, riflessione e stratificazione percettiva.
AS: In un’epoca in cui tutti scattano fotografie con lo smartphone o con le tecnologie digitali, come può difendersi la fotografia da questa invasione di “esperti”?
CG: Credo che la fotografia non debba difendersi dalla sua democratizzazione, ma interrogarsi su come attraversarla. Il fatto che oggi chiunque possa produrre immagini non rappresenta una minaccia per la ricerca artistica: al contrario, rende ancora più urgente distinguere tra la semplice possibilità di creare e la necessità autentica di esprimere uno sguardo.
Uno strumento, per quanto sofisticato, accessibile e rivoluzionario, non genera mai valore in sé: una macchina fotografica, un algoritmo o una tecnologia non fanno un autore. A determinare il valore di un’opera sono la profondità della visione, l’urgenza interiore, la capacità critica e la costruzione consapevole di un linguaggio personale.
È proprio qui che emerge la responsabilità di curatori, galleristi e di tutti coloro che hanno il compito di orientare lo sguardo pubblico: non assecondare la quantità, ma difendere la qualità; non confondere la novità con il valore, né il consenso con la rilevanza artistica. La loro funzione non dovrebbe essere quella di certificare ciò che è facilmente consumabile, ma di saper riconoscere ciò che apre nuove possibilità di pensiero.
Perché se tutto può essere definito arte, il rischio non è che l’arte muoia: è che perda la propria credibilità. E il compito del sistema culturale è proprio quello di preservare quella differenza sottile ma fondamentale tra un’immagine che semplicemente esiste e un’immagine che ha qualcosa di necessario da dire.
Forse proprio in un’epoca caratterizzata da una sovrapproduzione di immagini diventa ancora più importante rimanere fedeli al proprio sentire, senza lasciarsi influenzare da ciò che fanno gli altri. Abbiamo bisogno di restituire alla fotografia il tempo della lentezza, della contemplazione e dell’osservazione profonda.
Mi piace pensare alla fotografia – come diceva Erwin Olaf- come ad un’emozione che si costruisce lentamente: come un occhio che si riempie di una lacrima, che cresce in silenzio fino a scendere delicatamente sul volto. La fotografia ha ancora una forza unica quando riesce a creare una pausa, ad aprire uno spazio di riflessione e a invitare lo spettatore a guardare veramente, non solo a vedere.
AS: Guardando al futuro, quali temi o progetti ti piacerebbe esplorare attraverso la fotografia e quale messaggio speri di trasmettere al pubblico?
CG: Guardando al futuro, credo che la mia ricerca continuerà inevitabilmente a essere legata al tempo in cui vivo. Essere un’artista contemporanea significa confrontarsi, anche indirettamente, con il proprio presente: dalle sue trasformazioni nasceranno nuove serie e nuovi interrogativi, probabilmente attraverso tematiche universali capaci di parlare a persone e sensibilità diverse.
Il mio desiderio è continuare a creare opere che riescano a generare un’emozione, nel senso più ampio del termine: immagini che possano suscitare meraviglia, inquietudine, riflessione o anche disagio. In un’epoca in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale stanno ridefinendo il nostro rapporto con le immagini, credo che la capacità di provare e trasmettere emozioni rimanga uno degli aspetti più profondamente umani.
Vorrei inoltre che le mie opere continuassero a essere spazi aperti, non immagini che impongono una lettura unica, ma luoghi di stratificazione in cui ogni spettatore possa trovare un diverso livello di accesso. Mi interessa creare fotografie capaci di dialogare con persone molto diverse: da un bambino che si lascia guidare dalla meraviglia dello sguardo, fino a uno storico dell’arte che ne analizzi i riferimenti e le complessità. La forza di un’immagine, per me, risiede proprio nella sua capacità di continuare a porre domande.






