Per un viaggio stampa cosa darei…
Il viaggio stampa eccita da morire il giornalista medio. Visto che il riconoscimento economico per scrivere un articolo è sempre più misero, ciò che gratifica maggiormente il giornalista è il viaggio stampa: l’esperienza premium che non potrebbe mai permettersi. Non tanto in termini economici, quanto in termini di riconoscimento personale.
Perché durante il viaggio stampa il giornalista medio si sente riconosciuto. Lì il suo lavoro, che ha cercato di spiegare ai genitori ricevendo in cambio interminabili minuti di derisione, finalmente viene compreso e soprattutto apprezzato. In quei giorni è qualcuno. Uno che viene nutrito e idratato con fiumi di vino, acqua aromatizzata al ginepro, omaggiato con cataloghi, regalie, penne, agendine, cene, finger food, candeline, profumini e soprattutto gratificato da segnaposti con nome e cognome esatti. C’è qualcuno che apprezza la sua presenza, anziché sperare che detoni, come fa il suo compagno/a.
Non è tutto oro quel che luccica, credetemi: in realtà la maggior parte dei viaggi stampa ha i contorni di un tour ai lavori forzati. Ma al nostro giornalista, anche se offrissero due giorni in Australia, con volo in stiva, per trascorrere sei ore scarse in una città sconosciuta persino ai cartografi, lui partirebbe con tronfia soddisfazione.
Ottanta artisti da incontrare, ottocento studio visits, chilometri di fiere e asciugoni su musei sconosciuti: per lui non sono un’occasione, per lui sono il Sacro Graal. E poi fotografa, posta e fotografa, taggando tutto e tutti. Per fare invidia a chi non c’è.
Anche se si trascina in città anonime in compagnia di persone che gli fanno rimpiangere i pranzi di Natale in famiglia, coi fratelli avvelenati a spartirsi l’eredità.
I viaggi stampa, poi, sono organizzati in programmi serratissimi, dove il giornalista deve presentarsi a tutti destreggiandosi, come un giocoliere, con bicchierini e piattini in mano dalla mattina alla sera, con badge al collo ingombranti come billboard, con milioni di flyer donati, tra cui quelli delle pizzerie del posto che in patria sfila con stizza dal parabrezza della macchina.
E deve parlare, ascoltare, parlare, ascoltare, tutto stando sempre sul pezzo, annuendo, mostrando un interesse così profondo che manco gli stessero svelando il segreto della vita. Si deve pure sperticare in complimenti, cercando di rimanere simpatico a chi lo ha invitato, per accaparrarsi così un altro invito l’anno successivo
Perché più è invitato, il giornalista medio, più è nel giro di quelli che contano. C’è chi dell’invito infatti ne ha fatto una psicosi e chi durante quei giorni entra in un delirio di onnipotenza, criticando cose che nella vita normale non potrebbe neanche prenotare. Cambiando camere in alberghi a sei stelle, battendo i piedi perché non arrivano i taxi o perché l’aria condizionata non è abbastanza condizionata.
Che belli sono i viaggi stampa. Vi prego, invitatemi a tutti. Non voglio dormire nel mio letto, ho paura!





