Lo smarrimento estivo dell’avventore dell’arte
L’estate è una stagione di grande smarrimento per l’avventore dell’arte. Solitamente impegnato, durante l’inverno, in una fitta agenda di eventi dove incontra sempre le stesse persone, manco fosse affiliato a una loggia massonica, d’estate trova tutto chiuso per qualche settimana.
Se resta in una grande città è spiazzato, le gallerie serrate con quei rassicuranti “Summer Break”, come se stessero gestendo l’affluenza del Louvre e non uno spazio dove, ad agosto, l’unico a entrare è il corriere DHL con un pacco di Vinted, lo buttano nel totale sconforto.
A parte qualche museo impegnato in attività didattiche, alle quali l’avventore non può più partecipare avendo ormai superato il limite d’età, per vedere qualcosa deve raggiungere paesini impervi dove si tengono i mirabolanti Festival Internazionali dell’Arte Contemporanea Diffusa. Che poi significa installazioni pubbliche di due artisti del posto distribuite nell’arco di novanta metri e un pittore riesumato dall’oltretomba, sconosciuto per ragioni del tutto condivisibili.
E poi i musei delle località turistiche. Musei di due stanze, con i faretti ereditati dalla STANDA di provincia; musei sconosciuti perfino ai direttori che li dirigono, dove vengono allestite mostre per cui il sindaco ha investito meno di quanto abbia speso per comprare le divise della squadra di calcetto dell’oratorio.
Oppure visitare le famigerate residenze. Le residenze! Le residenze, quelle nate come place to be per artisti riconosciuti, accolti in fondazione e selezionati da curatori di un certo lustro, ora sono ovunque. Organizzate da chiunque, pure da mia zia che sta pensando di istituirne una nel garage di Follonica Est. Ormai il requisito è avere una casa sperduta, vuota dall’83 perché considerata scomoda perfino per un richiedente asilo politico, a quarantacinque minuti dal mare o a tre ore da un sito archeologico e tac!, scatta il programma di residenza. “Invita artista e ricevi opera” ha ormai sorpassato il detto “pagare moneta, vedere cammello”.
Gli artisti, pur di fare qualcosa nella desolazione temporale della calura estiva, si ritrovano a lavorare in luoghi ameni della periferia di Rogoredo o se va bene nelle lande rocciose sperdute della Gallura, disperatamente soli, con quattro materiali per proseguire la loro ricerca e mettendo alla prova la propria tempra psicologica per non finire in un vortice di depressione maggiore. Persino Zarathustra aveva più passaggio davanti alla grotta.
L’estate, per noi dell’arte, è una brutta bestia. Guardiamo i tramonti aspettando con ansia l’annuncio della prima fiera in patria che detesteremo. Ma è così: noi abbiamo bisogno di tenere il cervello costantemente sollecitato dalla creatività altrui.
E comunque anch’io vado in vacanza. Sospenderò per un breve periodo la mia attività mononeuronale che alimenta questa rubrica, concentrandola esclusivamente sulla lettura di libri, il cui culmine intellettuale sarà la fotografia della copertina su Instagram, oppure dedicandomi a una minima attività fisica, quella che d’inverno mi permetterà di avere la forza necessaria per trascinare chili di materiali stampa nelle mie tote bag.
Au revoir!





