Una delle definizioni più originali sul collezionare mi è stata data in questa quindicesima intervista alla giovane appassionata di contemporaneo Andrea Vittoria Giovannini, fondatrice di The Art Society. La chiacchierata è cominciata online, prima sui social e poi in una call, e alla fine Andrea Vittoria mi ha anche raccontato qualcosa di molto personale che l’ha riguardata, e toccherà anche in futuro, l’intera sua esistenza. Non anticipo nulla in questo ritratto di parole perché ogni lettore ci arrivi gradualmente come è successo anche a me.
Andrea Vittoria alla passione di collezionista d’arte ha affiancato l’attività di The Art Society, uno strumento per ideare, proporre e organizzare iniziative, eventi e occasioni speciali con la missione di allargare il pubblico che potrebbe usufruire del contemporaneo. Non c’è forse un’unica parola per definire The Art Society, forse club, forse acceleratore, o incubatore, ma anche ispiratore di occasioni per far incontrare l’arte con nuovi appassionati.
L’ultima iniziativa ha coinvolto Luceferma, un mediterranean bar inaugurato da poco a Milano, in cui è stato organizzato un’esposizione temporanea con la direzione creativa di PLUSRL, visitabile ancora per qualche mese. L’inaugurazione si è trasformata in un momento in cui è stato possibile osservare le opere e incontrare i tre artisti “in mostra”: uno digitale di Anotherview Project, uno pittorico Mario Silva di Banquet Gallery e il progetto tessile Arda con due arazzi.
Durante la nostra chiacchierata Andrea Vittoria ha ripetuto più volte che la missione di The Art Society è allargare il pubblico dell’arte contemporanea, portare le pratiche artistiche nei luoghi dove è possibile incontrare e sorprendere gente curiosa, quella che magari non è ancora “educata” ad un certo tipo di linguaggio creativo, perché è proprio dagli incontri fortuiti che potrebbero cominciare nuovi dialoghi. Le attività di The Art Society vogliono, infatti, generare discussioni innovative, popolare spazi e cogliere occasioni per contaminarli, proprio come è stato per due eventi collaterali organizzati in occasione di Roma Arte in Nuvola. Il primo un talk sul rapporto tra AI e Arte Contemporanea e il secondo al Sanctuary con l’installazione di Giulio Alvigini, e curatela di Davide Sarchioni, che è stata anche un’occasione per mescolare fruitori diversi e creare all’interno di una festa post-opening un ambiente favorevole a parlare di arte fuori dagli stand della fiera. Si è così ricreata un’atmosfera da salotto romano ma con persone di diverse generazioni, favorendo l’occasione di generare un ricambio nel mondo dei collezionisti e degli appassionati militanti dell’arte contemporanea.
Prima delle domande ho chiesto ad Andrea Vittoria quando è nata la sua passione per il collezionismo e per l’arte nello specifico e lei mi ha risposto “sono cresciuta in uno studio pieno di magazine e riviste di architetture, sfogliavo e osservavo oggetti di design e alcuni, penso alla lampada di Castiglioni, ad esempio, oltre a vederle sui cartacei mi attorniavano nel quotidiano. Questa costellazione di oggetti speciali potrebbe essere all’origine di questa mia passione”. Parlando abbiamo individuato l’anno in cui è partito ufficialmente tutto, e cioè il 2021, anche se solo ultimamente Andrea Vittoria ha cominciato a mettere ordine tra le quasi 100 opere che costituiscono la sua collezione. Moltissime sono di artisti italiani emergenti, di cui Andrea Vittoria potrebbe essere una vera paladina. Mi ha colpito l’entusiasmo con cui ne parla, l’attenzione ai rapporti che intesse con tutti loro e mi ha fatto notare che per assurdo proprio l’Italia, che è la patria di moltissimi creativi e artisti, non abbia un sistema fiscale utile per inquadrare gli artisti, anche banalmente con un codice ateco.

L’opera che ha dato il via alla sua collezione è un Pettegolezzo di Giuseppe De Mattia, titolo originale di una serie dell’artista pugliese rappresentato dalla galleria Matèria di Roma. È un gioco di parole su tela ed è appesa dietro la vecchia sedia del suo ufficio, e questo racconta un’altra passione di Andrea Vittoria, cui piace esporre le opere soprattutto in luoghi frequentati (tranne che per due di cui mi parlerà nell’intervista). Quando le chiedo dell’ultimo acquisto confessa che, come altri collezionisti, è in ritardo con i ritiri dalle gallerie e dagli studi, e infatti sta aspettando un’opera di Stefano Canto, artista che lavora con laterizi e cemento in omaggio alla sua formazione come architetto, e un’altra di Alessandro Miotti che arriverà in ottobre.
La collezione conta poche opere in fotografia, tutte frutto di colpi di fulmine, perché Andrea Vittoria riconosce di non essere ancora preparata come vorrebbe per investire in questo medium, mentre ha già acquisito la sua prima opera di videoarte firmata da Elysée Farazmand Ma tu fai solo cubi? ( 2026 – 3′ 56) e vista all’open tour di Bologna nella galleria G7. La predilezione è per i lavori pittorici anche se mi ribadisce “cerco sempre qualcosa che altri non stanno ancora guardando”.
Prima di passare alle domande le faccio i complimenti per GLANCES, un progetto cartaceo molto curato, sia nella parte testuale che editoriale, e che finora ha raccontato le città di Milano, Roma, Venezia e Palermo. Mi anticipa che presto sarà possibile visitare la sua collezione in uno spazio espositivo che sarà aperto nelle vicinanze di Narni. La sua idea è di aggiungere una nuova tappa per gli esploratori del contemporaneo, uno stop obbligatorio per viaggiatori curiosi di pratiche e visioni d’artista. Quando inaugurerà al confine tra Lazio e Umbria, e vicinissimo a Marche e Abruzzo, sarà un crocevia d’incontro fra nuovi appassionati e persone pronte a convertirsi alla passione per l’arte contemporanea.
Parlando di viaggi, una vera passione di Andrea Vittoria, c’è un’altra cosa che mi ha detto a proposito di itinerari d’arte, di possesso e collezionismo, del senso di usufruire delle opere. Sono parole che riporto testualmente: “Molti quadri che vediamo, penso anche a capolavori come le opere di Piero della Francesca, in un certo senso poi ci appartengono per sempre. Nella mappa mentale sappiamo benissimo dove si trovano, magari sono lontani da dove ci troviamo, ma è come se li portassimo sempre con noi. Questo è il bello dell’arte, che puoi tenerla con te nella memoria e portartela dietro anche se non la possiedi. Spero che presto questa esperienza possa accadere presto a chi verrà nel nuovo spazio quando sarà aperto”. Ne riparleremo sicuramente ma prima approfondiamo la conoscenza di Andrea Vittoria con questa intervista.
Salvatore Ditaranto: Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Qual è l’opera nella tua collezione che potrebbe sorprendere?
Andrea Vittoria Giovannini: (prima di rispondere ci pensa su e poi…): Sicuramente un’opera di Matisse Mesnil, artista italo-francese che scolpisce i suoi lavori usando metalli pesanti e la fiamma ossidrica. Ho conosciuto Matisse grazie a Romero Paprocki e ho acquisito una sua opera ad Artissima ’25. Mi attira come artista perché lavora anche opere di grandi dimensioni, io ne ho una che misura 170×90 cm, in cui lui ha disegnato con la saldatrice al plasma delle piccole onde cangianti. La creazione, pur essendo di metallo, sembra avere degli arcobaleni all’orizzonte. È un lavoro ruvido, pesante, ma anche brillante. Chi conosce i materiali con cui si esprime Mesnil sa che le opere possono apparire muscolari, ma l’artista è riuscito a modellarli e a creare una formula nuova per presentarli. L’effetto è sorprendente perché si produce come se fosse un ricamo…
SD: “Gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia” si legge nel romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. C’è una storia che vorresti raccontare legata ad un’opera da te commissionata o posseduta?
AVG: Il mio ritratto ha una storia particolare. È un lavoro intimo, si trova nella mia camera da letto e quindi lo vedono in pochissimi e per farlo ci sono voluti due anni tra incontri, pranzi e riflessioni. L’ho commissionato a Flavio Orlando, pittore trentenne che riesce a ricreare nei dipinti quella che mi piace definire una la luce romana, un’atmosfera romantica e brillante, fatta di certi gialli e certi rossi polverosi. Per fare il dipinto abbiamo prima fatto uno shooting fotografico sulla Rocca Albornoz di Narni. La particolarità è che la mia figura è piccola rispetto al dipinto, pur venendo presentata come una primizia, centrale rispetto al quadro tutti sono affascinati dalla grande valle che fa da sfondo. Per me raccontare la genesi di questo lavoro fa parte dell’opera e sono convinta che Flavio Orlando sarebbe d’accordo.
SD: “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore” hanno scritto Gayford e Hockney. Una collezione ci parla molto anche dei collezionisti: la tua cosa potrebbe dirci di te?
AVG: La mia collezione direbbe sicuramente che non ho cercato di riconcorrere cose modaiole ma di dare voce ai miei pensieri, di dare spazio a ricerche fatte da artisti che hanno o hanno avuto ‘meno volume’ rispetto ad altri. A volte ci sono artiste e artisti che, pur facendo parte di un certo ambiente, di un certo humus, che sono parte di questo mondo, non riescono ad emergere o a farsi notare per quanto meriterebbero. Penso a figure come il pittore James Brown… ecco la mia collezione dice che ho dato spazio anche ad artisti e artiste più silenziosi…
SD: A proposito di rincorrere le cose modaiole… Pierre Le-Tan, parlando dei collezionisti che aveva conosciuto, come a voler dare un consiglio generale, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Tu quando compri un’opera cosa segui?
AVG: Ho avuto la fortuna di lavorare per un periodo per una famiglia di collezionisti torinesi con una raccolta molto importante. Un giorno, in conferenza stampa, mentre lavoravamo al lancio di un progetto editoriale del capofamiglia, gli chiesero “se lei avesse un budget illimitato cosa aggiungerebbe alla sua collezione?”. Ricordo benissimo che lui rispose “tra gli artisti prenderei il più giovane e il più sconosciuto”. Tutti si aspettavano un’altra risposta e invece furono sorpresi. Da quel giorno quella frase è diventata il mio motto personale. Certi collezionisti, soprattutto quelli che hanno grossi budget, replicano scelte altrui senza sperimentare o rischiare. Io invece preferisco gli studio visit, andare alla ricerca di artisti che stanno per sbocciare e mettere gli occhi su qualcosa che nessuno ha ancora guardato…
SD: Thomas Bernhard in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo (…) se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Come collezionista hai mai provato la stessa cosa davanti ad un’opera che poi hai comprato? E tra le opere non in collezione c’è qualcuna che potresti dire è stata fatta per te?
AVG: Ad oggi non ho ancora sentito questa eco, fatta eccezione per la commissione di cui ti dicevo prima. È una cosa che mi affascina e in maniera un po’ romantica potrei pensare questa cosa di alcune opere che sento vicine alle mie sensibilità. Può succedere di identificarsi, anche molto, davanti ad un’opera ma pensare che sia stata fatta “solamente” per me… per ora non mi è successo.
SD: Alan Bennett nel suo scritto ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che è un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordi con Bennett?
AVG: Questa è una cosa che mi succede spesso, ma ti confesserò quasi mai quando visito le fiere d’arte. Nei musei è più probabile, come durante l’ultima mostra di Tracy Emin a Palazzo Strozzi. Mi succede spesso con opere che mi fermano il cuore, solo in quei casi ho un vero e proprio “momento Lupin”.
SD: Mi piace molto il modo di dire “momento Lupin”, mi viene in mente Maurizio Cattelan, che ha subito il furto del WC dorato. A proposito in una sua intervista Cattelan ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Ti piace pensarti nei panni di un genitore adottivo per un’opera e, perché no, per artiste e artisti?
AVG: Questo paragone mi permette di dire prima una cosa molto personale, perché io sono nata in Sudamerica e poi sono stata adottata dalla mia famiglia italiana. È un concetto che mi piace molto perché trovo il paragone dolce, anche se è una cosa che io sento più per le persone che per gli oggetti. Per me un’opera d’arte è una traccia del passaggio di un’artista, quello a cui tengo di più è il rapporto che riesco a instaurare con un’artista di cui poi colleziono un’opera. E in questo caso preferirei dire di sentirmi una zia di un’artista.

SD: Raramente c’è un unico motivo che spinge un collezionista ad acquistare arte: me ne potreste dire uno che senti particolarmente tuo?
AVG: Il motivo principale è che l’opera mi deve piacere, mi deve far sentire qualcosa che non c’è nelle altre opere. E poi sicuramente non è la firma, il grosso nome che cerco. Il senso del mio acquistare e conservare opere d’arte non c’entra con l’idea di possesso. Un’opera mi deve dare la possibilità di far perdere i miei pensieri in essa… La mia collezione parla anche della mia evoluzione, ci sono pezzi che non rinnego ma che oggi non mi rappresentano più come tempo fa. Quasi come una vecchia foto, o la traccia di cui ti parlavo prima…
SD: Gertrude Stein ripeteva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa hai rinunciato o rinunceresti per un’opera d’arte?
AVG: Tecnicamente potrei rinunciare quasi a tutto. Arte fa rima con viaggio, perché per andare alla ricerca di opere bisogna viaggiare. Non posso dire che rinuncerei ai viaggi, ma rinuncerei volentieri ad una vacanza che non è una pratica che mi riguarda. Senza essere fraintesa penso che per alcuni fare una vacanza voglia dire più scappare dalla propria vita e io fortunatamente non ho una quotidianità da cui vorrei fuggire. Anzi. Tornando a cosa rinuncerei per un opera d’arte… direi che do un peso “laterale” agli accessori e alla moda… e se penso che a volte vedo scarpe che costano quasi come delle opere… ad una spesa del genere preferisco l’arte.
SD: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri da mettere nel suo catalogo, ad una famiglia che adotta, ad un custode che conserva. A cosa ti paragoneresti come collezionista?
AVG: Devo partire da un ricordo personale. Sono cresciuta in un albergo dei miei nonni e per me gli hotel sono dei palcoscenici che non chiudono mai. Sono dei posti dove è viva la tradizione dell’accoglienza, del dialogo con gli ospiti che vanno e vengono. La hall di un albergo per me ha un fascino, conserva una magia e un’atmosfera fatta di coccole e accudimenti. Rimanda a qualcuno che custodisce. Quindi ti dire che, come collezionista, mi paragonerei alla concierge di un albergo, una fondatrice di un club che accoglie gli ospiti e li fa sentire a casa.
SD: Mark Rothko parlando dei suoi dipinti scriveva “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Una collezione, o solo un’opera, può fare compagnia?
AVG: Assolutamente sì. Ci sono dei quadri che hanno una potenza, che comunicano con una tale forza che li senti vivere. Alcuni dipinti sono presenze. Mi stupisco quando entro nelle case in cui non c’è appeso nulla alle pareti. Mi verrebbe da chiedere: ma non vi va di avere qualcuno che vi guardi, un’opera che vi interroghi su qualcosa?
SD: Molti collezionisti prima di cominciare ad acquisire si sono messi a studiare. Hai un libro che consiglieresti a chi vuole avvicinarsi al collezionismo di arte?
AVG: Sicuramente l’ultima autobiografia di Peggy Guggheniem, quella in cui racconta di quanto sia stata intrecciata la sua vita con tutto il mondo dell’arte. È una figura importante che ha dato vita ad aneddoti e storie uniche. Penso all’aiuto che ha dato agli artisti che dovevano fuggire prima della guerra, alle opere che ha messo in salvo. Credo che sia un libro che possa ispirare, proprio in questo momento critico a livello geopolitico. Racconta sia dei colpi di fortuna che dei fallimenti. Dei rischi che si possono correre e degli ostacoli che si devono superare. Penso alla sua casa di Venezia, a tutto quel via vai di artisti che le proponevano opere e alle sue scelte. Fondamentalmente credo che la grande domanda sottesa in tutta la sua biografia sia: cosa voglio diventare? Ed è un interrogativo che pongo spesso anche me stessa.
SD: Ci consigli un posto, anche fuori dai soliti giri, che un appassionato di arte dovrebbe conoscere?
AVG: Sicuramente consiglio Palazzo Collicola a Spoleto. Faccio il tifo per Saverio Verini che sta portando molti artisti contemporanei che dialogano con la storia e i pezzi della collezione Giovanni Carandente che così appare fresca e attuale.
SD: Prendo in prestito il titolo del libro del collezionista e scrittore Giorgio Soavi “Il quadro che mi manca” e ti chiedo: qual è l’opera che ti manca? Magari quella che è andata via per sempre o che ancora deve arrivare…
AVG: Spesso quando un’opera che mi piace mi viene soffiata sotto il naso e magari è ancora appesa alla parete ma scopro che è stata già venduta… è una cosa che mi pesa ma non me la lego al dito. Alle volte un‘opera è come fare di quegli incontri giusti che ti possono svoltare o cambiare la vita. Può passare del tempo ma ad un certo punto arriva proprio come la vorresti. Inutile rimuginare sul passato, è sempre meglio il futuro
SD: Elio Fiorucci in un’intervista al Corriere disse che per dormire bene lui pensava ad una donna nuda. A cosa pensa una collezionista prima di addormentarsi?
AVG: Dipende dai giorni, ma solitamente sia al mattino che alla sera guardo un’opera del 1997 di Giuseppe Chiari che è appesa vicino al mio letto. È un piccolo A4, un pezzo di muro disponibile per le mie idee. A volte è confortante, altre volte è da stimolo. È come avere un consiglio di un nonno o di uno zio. Uno sprone a farmi venire altre idee, magari sbagliate ma che si possono cambiare e migliorare. È un’opera che parla di futuro da realizzare.











