Tre Compassi d’Oro, oltre mille progetti in 22 Paesi e una ricerca che trasforma spazio, luce e materia in esperienze. In questa intervista Ico Migliore e Mara Servetto raccontano il loro percorso, gli anni accanto ad Achille Castiglioni e la nuova collezione firmata per Neutra, presentata alla Milano Design Week.
Ci sono progettisti che disegnano oggetti e altri che costruiscono visioni. Ico Migliore e Mara Servetto appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Dall’incontro con Achille Castiglioni agli esordi professionali, fino ai tre Compassi d’Oro e al successo internazionale dello studio Migliore+Servetto, il loro percorso è diventato uno dei riferimenti più autorevoli del design contemporaneo italiano. Oggi, alla guida creativa di Neutra, hanno portato alla Milano Design Week una collezione che racconta il marmo con un linguaggio nuovo, fatto di memoria, innovazione e poesia. Per questo Citofonare Nicolella è particolarmente orgogliosa di ospitare due protagonisti assoluti della cultura del progetto: Ico Migliore e Mara Servetto.
GNM: Partiamo dall’inizio: chi sono Ico Migliore e Mara Servetto? Come nasce il vostro incontro professionale e come si è evoluto nel tempo un percorso che vi ha portato a lavorare tra architettura, design, allestimenti, musei e grandi progetti internazionali?
Ico Migliore e Mara Servetto: Siamo entrambi torinesi e la nostra storia comincia tra le aule del Politecnico di Torino, grazie all’incontro con Achille Castiglioni, che allora insegnava lì. Insieme a Guido Jannon, grande visionario nel mondo del design degli anni ‘80, decidemmo di lavorare a una tesi un po’ fuori dagli schemi che indagava il ruolo del design quale intermediario elettivo tra impresa e mercato in termini di innovazione. Jannon in quel periodo stava promuovendo sperimentazioni molto innovative nel mondo delle finiture per i laminati plastici, in particolare per Abet Laminati, dimostrando che un materiale considerato meno nobile minore potesse acquisire una sua unicità. Piuttosto che limitarsi a mimare altri materiali, Abet esplorava la vera natura del laminato elevandola a supporto concettuale e cromatico attraverso il dialogo con maestri come Ettore Sottsass, Alessandro Mendini e Clino Trini Castelli.
Dopo la tesi, Castiglioni ci chiamò al suo fianco come assistenti accademici, questa volta al Politecnico di Milano. L’insegnamento è rimasto sempre parte integrante del nostro percorso: di noi due, Ico è professore al Politecnico di Milano con la cattedra in Spatial Experience Design e, in Corea del Sud, Chair Professor alla Dongseo University di Busan, da ormai 8 anni; mentre Mara è Visiting Professor alla Joshibi University di Tokyo da 16 anni. I nostri primi passi li abbiamo mossi costruendo un ponte tra l’innovazione del design italiano di fine anni ’50 e l’identità autentica di alcune produzioni off design americane. Da questa passione è nata insieme ad altri cinque amici (Umberto Bastianello, Giovanni Cabassi, Giancarlo Cei, Maurizio Pellegrini e Luca Serra) Timespace, una società di import ed export distribuita in tutta Italia dedicata alla ricerca di arredi, oggetti e produzioni tradizionali o industriali d’oltreoceano – dai piatti Fiesta alle campane di Soleri, dalle lampade Canal Street alle sedie Adirondack, fino ai mobili di Taos Furniture, avventura che incuriosì tantissimo Castiglioni.
Tra i nostri primi progetti di allestimento, invece, quello realizzato alla Riva Calzoni per Wallpaper. In quell’occasione fu Vico Magistretti a notare il nostro lavoro e a parlarne ad Achille. Fu un momento bellissimo e quasi buffo: Achille non sapeva che fossimo stati proprio noi a progettarlo e quando lo scoprì rimase felicemente sorpreso! Poi, quando progressivamente abbandonò alcuni lavori per i grandi padiglioni fieristici, fu proprio lui a passarci il testimone, e da lì si sono aperte le porte dei grandi spazi espositivi (con i padiglioni Bticino all’Intel di Milano, poi a Bologna) e di collaborazioni bellissime, come quella con Krizia. Dietro il marchio c’era Mariuccia Mandelli, una pioniera capace di anticipare il prêt-à-porter e intrecciare il mondo della moda con quello del progetto.
Il suo Spazio Krizia in via Manin è stato un faro del Fuorisalone milanese, celebre per ospitare designer di ricerca come Ingo Maurer e Ron Arad. Per lei abbiamo curato la grande mostra al Museum of Contemporary Art di Tokyo. Da quel momento il percorso è cresciuto molto: ad oggi firmiamo oltre 1.000 progetti in 22 Paesi diversi, una strada intensa lungo la quale abbiamo ricevuto, tra i premi, anche 3 Compasso d’Oro, il più importante premio internazionale di design, nato nel 1954 da un’intuizione di Gio Ponti per celebrare l’eccellenza del Made in Italy, e altri premi internazionali come 13 Red Dot Design Award.
Oggi lo studio è diventato una sorta di atelier contemporaneo, una piattaforma aperta con un’anima fortemente internazionale e uno sguardo costante verso l’Asia, soprattutto tra Corea del Sud e Giappone, dove lavoriamo da oltre vent’anni proprio a partire dalla grande mostra sulla moda per Krizia. Oggi lavoriamo insieme a un team giovane e multidisciplinare: con noi ci sono architetti, designer e grafici, ma anche persone con competenze filosofiche e letterarie.
GNM: Nei vostri progetti ricorre spesso l’idea dello spazio come esperienza narrativa: non progettate semplicemente luoghi o oggetti, ma costruite racconti attraverso luce, materia, memoria e percezione. Da dove nasce questa vostra visione del progetto?
IM e MS:Questa visione sicuramente affonda le radici nella lezione che abbiamo respirato potendo stare accanto ad Achille. È un’eredità bellissima che amiamo interpretare ogni giorno, mettendo in dialogo la sostanza dei materiali con le nuove tecnologie per dare corpo a una vera e propria drammaturgia dello spazio. Per noi un progetto non è mai qualcosa di statico o immobile, ma un organismo vivo, capace di respirare, evolversi e trasformarsi nel tempo. Un luogo o un oggetto acquisiscono senso solo quando arrivano a toccare le persone, cambiando le nostre abitudini o preconcetti e portandoci a percepire o abitare lo spazio in modo nuovo.
Amiamo pensare all’architettura degli interni come a un ecosistema aperto, dinamico, dove i riferimenti e le suggestioni che arrivano dall’arte, dal cinema e dalla musica si incrociano continuamente per dare voce alla parte invisibile – quella carica di atmosfera e memoria che trasforma un ambiente in una storia. Ecco perché, quando ci sediamo al tavolo da disegno, una risposta puramente funzionale non ci basta mai. Ci piace cercare la divergenza, deviare un momento dal percorso tracciato e chiederci prima di tutto perché quella domanda sia davvero importante.

GNM: Siete direttori creativi di Neutra dal 2023. Cosa vi ha attratto di questa azienda e della sua ricerca sul marmo? In un’epoca in cui tutto sembra orientato alla velocità e alla produzione seriale, quanto conta ancora il valore del tempo, della lavorazione artigianale e dell’unicità della materia?
IM e MS: In Neutra abbiamo trovato fin da subito una sintonia fortissima con la visione di Chicco Busnelli, artefice del rilancio dell’azienda e convinto sostenitore delle potenzialità di questo materiale. Neutra non è semplicemente un’azienda di marmi, ma una realtà che porta con sé un’eredità storica nata nell’Ottocento, un’eccellenza straordinaria nella lavorazione delle pietre naturali che andava raccontata con un linguaggio del tutto nuovo. Quando Busnelli ci ha chiamati alla direzione creativa, abbiamo voluto ripartire proprio dal significato etimologico di “eleganza”, che deriva dal latino eligere: scegliere. E la nostra prima scelta è stata quella di riprogettare l’identità del brand a 360 gradi, a partire dal nuovo logo – ispirato ai caratteri epigrafici romani – per creare un ponte immediato tra l’antica memoria della pietra e la contemporaneità.
Per noi la direzione creativa non significa soltanto disegnare noi nuovi arredi, ma anche tenere insieme visioni plurali. Lavoriamo a quattro mani con l’azienda per curare un dialogo corale, chiamando a progettare designer e studi di profilo internazionale – da Zaha Hadid Architects a Monica Armani, da Stefano Galizioli a DRAW Studio, fino ai fratelli Buratti e Luca Martorano. Il nostro compito è creare la cornice narrativa e la sintassi all’interno della quale le nostre diverse sensibilità possano esprimersi, facendo sì che ogni pezzo rientri all’interno dello stesso linguaggio di eccellenza.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla produzione seriale, sosteniamo con Neutra una sorta di sostenibilità culturale: la volontà di concentrarci su pezzi di altissima manifattura, pensati per estendersi lungo archi temporali molto ampi. E poi, dal punto di vista tecnico, lavoriamo su alleggerimenti, fresature e accoppiamenti con altri materiali nobili – come alluminio e metalli vari o il vetro – per togliere alla pietra quella monumentalità pesante e darle una presenza poetica, fluida, capace di abitare tutti gli spazi della casa come presenze vive. Infine c’è la dimensione sartoriale: la straordinaria manifattura di Neutra permette di personalizzare ogni dettaglio, trasformando ciascun elemento dell’ambiente in un vero progetto su misura.

GNM: Con “Monochrome Affinity | Chapter 2”, presentato a Palazzo Visconti, avete trasformato il marmo in un vero paesaggio domestico: dall’Atelier Neutra alla Living Room, dalla Great Hall alla Bedroom fino alla Lounge. Come nasce il concept di un allestimento in cui le pietre naturali diventano protagoniste di un racconto quasi emozionale?
IM e MS: Il concept nasce per la Milano Design Week 2025 e prosegue con un secondo capitolo nel 2026, focalizzandosi sull’idea delle monocromaticità naturali custodite nella pietra. Più ci si avvicina al marmo, più la materia svela sfumature inattese e una vitalità sorprendente.
Nelle sale storiche di Palazzo Visconti abbiamo voluto esplorare questa ricchezza costruendo un vero e proprio paesaggio domestico attraverso cinque ambienti cromatici. Volevamo che l’allestimento restituisse la ricchezza cromatica della pietra, facendo sì che in ogni ambiente il materiale sia protagonista, capace di riempire e far respirare l’intero spazio.

GNM: Le vostre nuove creazioni per Neutra, dal mobile Corbula, ispirato alle ceste della tradizione sarda, al mobile Bau che guarda alla grande ebanisteria piemontese tra le due guerre, fino al coffee table Atico, sembrano partire dalla memoria per arrivare a forme contemporanee. Quanto è importante oggi il dialogo tra patrimonio, cultura del progetto e innovazione?
IM e MS: La memoria per noi non è un semplice repertorio da citare, ma un motore costante: spinge la ricerca oltre la forma per cercare un’espressività profonda. Con Corbula, un contenitore modulare, volevamo far convivere profondità e leggerezza: per questo abbiamo scelto di accoppiare il marmo all’alluminio per ottenere lastre sottilissime, di appena 6 millimetri. Il motivo della pietra si ispira alla classica corbula sarda, il cesto artigianale la cui trama intrecciata a spirale genera una caratteristica geometria a cerchi che dal centro si allarga verso l’esterno. Abbiamo tradotto questa lavorazione in una serie di fresate concentriche che creano sulla superficie lapidea giochi di luce e ombre inaspettati, incorniciati dall’alluminio satinato della struttura.
Atico è invece un coffee table che gioca già dal nome con una nota quasi infantile e surreale, richiamando il famoso scioglilingua o formula magica “Atico, Peletico…”. Reinterpreta la struttura delle librerie girevoli di gusto inglese e sostiene un piano con una vasca in vetro colato attraverso divisori in pietra alleggerita, creando un continuo contrasto visivo tra trasparenza e peso.
Infine Bau, sempre presentato quest’anno, è un pezzo a cui siamo particolarmente legati: un mobile contenitore che rievoca la grande ebanisteria piemontese degli anni ’30, un ricordo d’infanzia e di territorio che, da torinesi, ci portiamo dentro da sempre. Abbiamo voluto liberarlo dalla rigidità del classico mobile a scatola, sovrapponendo volumi dalle linee morbide e smussate per trasformarlo in uno scrigno privato, rifinito in metallo liquido e impreziosito da un primo cassetto scavato direttamente nella materia lapidea. Il dialogo tra patrimonio culturale, memoria e tecnologia serve proprio a questo: non a creare oggetti da esibire, ma pezzi capaci di integrarsi con discrezione e nobiltà nel quotidiano, accompagnando la vita delle persone con un’eleganza senza tempo.
Parallelamente, siamo molto legati alla ricerca sulla luce, guidata da un’indagine profonda che incrocia la qualità dei materiali, tra pietra, vetro e le loro lavorazioni. Da un lato ci muoviamo nel solco del ready-made con Lente, lampada concepita come una grande lente di Fresnel che richiama il fascio ottico di un faro. Dall’altro guardiamo a maestri che ci hanno ispirato fin dall’inizio della nostra carriera, come Tapio Wirkkala e la sua straordinaria capacità di plasmare la materia: da lì nasce Strobilo, la cui forma evoca l’idea del tempo e del gorgo dell’acqua che leviga. Un’immagine fluida che si trasforma in un ossimoro visivo: la pietra pesante sembra volare o restare sospesa come una nuvola, per diventare un oggetto riflettore di pura leggerezza. Sono corpi illuminanti pensati per creare un dialogo continuo tra luce naturale e artificiale.
GNM: Avete lavorato su scale molto diverse: dai grandi spazi pubblici agli oggetti da collezione. Quando un arredo smette di essere semplicemente un prodotto e diventa un’opera capace di emozionare e accompagnare la vita delle persone?
IM e MS: Un arredo trascende la sua funzione tecnica e diventa opera quando possiede un’anima e trasmette una passione reale e un vero significato. Nel lavoro con la Fondazione Albini (del cui Comitato Scientifico Ico è membro dal 2023) emerge spesso come un oggetto debba racchiudere un significato autentico, lontano dalle mode passeggere e dall’autosoddisfazione del progettista. Gli oggetti che ci circondano partecipano alla costruzione della nostra memoria e dei nostri affetti: un vecchio tavolo da cucina – “come quello in marmo che mi ha regalato mia nonna e che tengo ancora con me” afferma Ico – può rivelarsi un pezzo carico di poesia, perché le nostre case si nutrono proprio di storie e passioni sedimentate nel tempo. L’estetica da sola non basta se non emoziona, trasformandosi in un bene da tramandare di generazione in generazione.
La pietra naturale, in questo senso, possiede una potenza unica: la sua irripetibilità intrinseca fa sì che ogni oggetto non sia mai una replica, ma un’opera unica per natura, posizionata esattamente al confine tra alto artigianato, design e collezionismo d’arte. Come progettisti, amiamo immaginarci come visionari che operano al confine tra la tecnologia e un radicato saper fare manuale. Nel nostro lavoro intrecciamocostantemente la comunicazione visiva e comportamentale con la drammaturgia dello spazio, prestando un’attenzione quasi scenografica a ciò che accade tra le cose e negli interni. Essere visionari significa proprio questo: orchestrare grafica, forma e spazio in una continua metamorfosi, capaci di dare corpo e passione a oggetti e ambienti per attribuire loro un significato profondo e autentico, capace di trovare riscontro anche al cambiare dei tempi.









