Da Francoforte a Mestre, due nuovi progetti raccontano la ricerca di un artista che da decenni interroga il rapporto tra pittura, cinema e memoria. Alla Frankfurter KunstSäule guarda a Walter Benjamin e alla città come luogo di stratificazioni; al M9 porta invece la sua lunga ricerca sulle immagini del noir, tra fotogrammi, assenze e visioni sospese.
Ci sono artisti per i quali il cinema non è semplicemente un repertorio di immagini a cui attingere, ma una vera e propria forma di pensiero. Pietro Finelli appartiene a questa categoria. Da anni la sua pittura lavora sul rapporto tra il fotogramma e la memoria, tra ciò che un’immagine racconta e ciò che invece lascia fuori campo. Le sue tele sembrano spesso fermare un film proprio nel momento in cui la narrazione si interrompe, trasformando una scena in una domanda.
È una ricerca che nei prossimi mesi trova due nuovi, significativi approdi, molto diversi tra loro ma profondamente legati. Il primo è a Francoforte, dove Finelli è protagonista della trentesima esposizione della Frankfurter KunstSäule, la particolare colonna espositiva dedicata all’arte contemporanea nello spazio pubblico. Dal 4 settembre al 22 ottobre, nell’ambito del programma World Design Capital – Design for Democracy, presenta Calling Walter Benjamin, un’opera pensata appositamente per questo luogo.
Il riferimento a Benjamin non è casuale. Il filosofo tedesco, grande flâneur della modernità, ha fatto della città un luogo privilegiato di osservazione, memoria e pensiero per immagini. Finelli parte proprio da qui, costruendo una composizione che mette in relazione motivi propri, film still e found footage. La città diventa così un archivio visivo, fatto di spazi pubblici e privati, presenze e assenze, passato e presente.
Anche il luogo della KunstSäule contribuisce alla riflessione. La colonna si trova infatti in un piccolo parco urbano attraversato dalle tracce di antiche sepolture. Un luogo stratificato, dove la memoria non è qualcosa di astratto ma sembra depositata fisicamente nello spazio. Finelli lo interpreta come un punto di incontro tra vivi e morti, tra il tempo storico e quello presente. Nel cuore dell’opera compare anche una parola ebraica, Zakhor, “ricorda”: un termine che diventa quasi una chiave per leggere l’intervento.
Poche settimane dopo, dal 19 settembre al 15 novembre, la ricerca di Finelli approda all’M9 – Museo del ’900 di Mestre con Noir Time, a cura di Maria Fratelli e realizzata in collaborazione con la Fabbrica del Vapore di Milano. Qui il punto di partenza torna a essere il cinema, e in particolare il noir hollywoodiano, ma affrontato attraverso la pittura.
Le tele di Finelli non illustrano i film: ne estraggono frammenti, li isolano, li rallentano e li sottraggono alla continuità narrativa. Sono scene che sembrano appartenere a film inesistenti, immagini sospese nelle quali la trama lascia spazio alla memoria. Il percorso attraversa gli spazi dell’M9 come una sorta di mappa, invitando il visitatore a muoversi liberamente tra opere appartenenti a momenti differenti della ricerca dell’artista: dalle celebri tele su foglia d’oro del cosiddetto “periodo d’oro”, sviluppate a partire dagli anni Novanta, fino ai lavori più recenti dedicati alla destrutturazione dell’immagine cinematografica.
A completare il progetto, quattro film proiettati a rotazione: La donna del ritratto di Fritz Lang, Laura di Otto Preminger, Vertigo di Alfred Hitchcock e Sono yo no tsuma di Yasujiro Ozu. Non una semplice colonna sonora visiva della mostra, ma un ulteriore livello di confronto tra cinema e pittura.
Due mostre, dunque, che arrivano quasi contemporaneamente ma che sembrano appartenere allo stesso racconto. A Francoforte Finelli guarda alla città attraverso Benjamin e alla capacità delle immagini di conservare ciò che il tempo rischia di cancellare; a Mestre torna al cinema per interrogare il potere della pittura di trasformare un’immagine in memoria. In entrambi i casi, ciò che interessa all’artista è il momento in cui un’immagine smette di essere soltanto una rappresentazione e comincia a diventare uno spazio mentale.
Ed è forse proprio in questo spazio sospeso, tra ciò che vediamo e ciò che ricordiamo, che si trova il centro della ricerca di Pietro Finelli.





