Nato dall’esigenza di unire le forze dopo la difficile parentesi del Covid-19, il progetto Gallerie Riunite rappresenta una virtuosa sinergia nel panorama dell’arte contemporanea napoletana. Dalla fusione degli intenti di due realtà preesistenti – Piero Renna Arte Contemporanea e Intra Gallery (guidata da Annamaria De Fanis e Rosa Francesca Masturzo) – ha preso vita uno spazio espositivo nuovo, più centrale e aperto al passaggio cittadino, abbandonando il fascino ‘isolato’ della collina di Monte di Dio. La particolarità di questa galleria risiede nella sua totale assenza di preconcetti: un dialogo a tre voci che mescola visioni architettoniche, ricerca astratta, concettuale e figurativa, mantenendo sempre un livello qualitativo medio-alto.

In questa intervista, i tre fondatori ci raccontano la loro recente fascinazione per i giovani pittori formatisi all’Accademia di Venezia, la necessità di operare su un “doppio binario” per garantire la sostenibilità economica dello spazio e la scelta strategica di intercettare una nuova generazione di collezionisti.
L’unione delle forze e il cambio di sede
Gino Fienga: Come nasce il progetto di riunirvi in un’unica galleria?
Piero Renna: È nato perché ci legava già un’amicizia e una collaborazione fatta di consigli e chiacchiere. Dopo il Covid, un periodo che ci ha tenuti chiusi a lungo ed è stato molto impegnativo per tutti, ci siamo resi conto di avere gli stessi intenti artistici e una clientela praticamente identica. Chi veniva da me andava anche da Annamaria e Rosa Francesca. Così abbiamo pensato di unire le forze e ridurre le spese, per poterci impegnare maggiormente su determinati progetti. Le gallerie di provenienza erano Piero Renna Arte Contemporanea e Intra Gallery, nomi che infatti compaiono ancora sotto il nostro nuovo logo.

GF: Avete anche scelto di spostarvi in una zona diversa, abbandonando Monte di Dio.
PR: Avevo uno spazio molto bello a Monte di Dio, che oggi è tornato di gran moda, ma è un po’ fuori mano e non è un posto di “passeggio”. La gente ci veniva solo per le inaugurazioni o per appuntamenti specifici. Abbiamo deciso di spostarci in questo nuovo spazio, magari un po’ più piccolo ma molto più centrale, dove le persone passano, si fermano e ci salutano anche solo camminando.
No fil rouge e l’attenzione per l’Accademia
GF: Qual è il filo conduttore che unisce gli artisti che scegliete in tre?
Annamaria De Fanis: Il segreto del nostro fil rouge è che non c’è un fil rouge! Veniamo dalla stessa formazione, essendo io e Rosa Francesca due architetti, ma ognuno porta contributi completamente differenti. A volte dobbiamo “digerire” le proposte reciproche, ma poi esce fuori una programmazione sorprendente: passiamo dall’astratto puro e dal concettuale fino a un figurativo molto spinto.
PR: Avere la libertà di non essere condizionati da schemi o preconcetti è una cosa vincente sulla qualità di ciò che presentiamo. Cerchiamo di mantenere un livello medio-alto in questa “schizofrenia” positiva di provenienze e suggestioni. L’importante è che il percorso dell’artista mostri una maturazione del pensiero e non una semplice schizofrenia produttiva fine a se stessa.
GF: Ultimamente vi state concentrando molto sui giovani, come si è visto nell’ultima mostra. Da dove arrivano?
PR: Ci stiamo divertendo molto con i giovani. I ragazzi dell’ultima mostra sono nati un po’ per caso: avevo notato sui social il messicano Eliel Martinez, l’ho contattato durante la Biennale di Architettura e nel suo studio a Venezia ho conosciuto anche l’artista albanese Robert Smalai, che poi ci ha presentato Francesco Onda.
Rosa Francesca Masturzo: Ci tengo a precisare, però, che tenevamo d’occhio quello che stava accadendo nell’Accademia di Venezia da tempo. Sapevamo che lì stava succedendo qualcosa di incredibilmente importante per quanto riguarda la pittura. Anche l’anno scorso abbiamo portato a Napoli altri ragazzi che provenivano da quell’Accademia; ci sta dando grandi soddisfazioni.

Il doppio binario: ricerca giovanile e sostenibilità
GF: Oggi è sostenibile un progetto di galleria basato solo sui giovani, senza usare il mercato degli artisti storicizzati per finanziarsi?
PR: Forse no. Bisogna lavorare su due filoni. Da un lato i giovani, che ci divertono e su cui speriamo di investire per il futuro; dall’altro, la galleria deve mantenersi. Noi gestiamo artisti un po’ più affermati, maturi e costosi che ci consentono di sostenere il lato economico dello spazio e le nostre ricerche.
GF: Chi è il vostro collezionista ‘tipo’ a Napoli?
PR: A Napoli c’è un collezionismo di altissimo livello, ma molto ristretto, che tocca realtà come la nostra solo tangenzialmente. I nostri collezionisti sono spesso persone che hanno risorse minori rispetto a questi grandi nomi, oppure sono amici e conoscenti che abbiamo introdotto noi al mondo dell’arte contemporanea. Li abbiamo fatti appassionare e, con piccoli investimenti e acquisti costanti, sono diventati dei collezionisti a loro modo.
ADF: Spesso il grande collezionista storico fidelizza con le gallerie aperte da più tempo; da noi capita che acquisti il pezzo singolo che lo diverte, o che ci finanzi un progetto esterno, ma non c’è un’adozione completa della nostra galleria. Noi lavoriamo molto per formare e incuriosire un pubblico nuovo.

La scommessa di ArtVerona e le sfide delle fiere
GF: E i giovani a Napoli entrano in galleria? Comprano?
RFM: Entrano, ma spesso non hanno grande potere di spesa.
PR: Anche se, durante l’ultima mostra, un quadro di Francesco Onda è stato acquistato e fortemente voluto proprio da un ragazzo di soli 21 anni, venuto in galleria con il suo architetto. Mi ha colpito moltissimo la sua passione. Tuttavia, di giovani trentenni o trentacinquenni già strutturati per collezionare non ne abbiamo molti.
GF: Quali sono i progetti futuri e che rapporto avete con le fiere oggi?
PR: I nostri programmi sono solitamente a un anno di distanza. Per quanto riguarda le fiere, abbiamo fatto per parecchi anni Roma. Il prossimo appuntamento fieristico sarà ad ottobre ad ArtVerona.
ADF: Abbiamo scelto Verona perché ci ha dato la possibilità di portare una collettiva dei nostri artisti giovani con una spesa relativa, non paragonabile a quella che avremmo dovuto sostenere ad Artefiera a Bologna. Proporre artisti con opere da 1.500 euro in una main section dai costi elevatissimi rende impossibile far quadrare i conti. È folle che i prezzi degli stand siano uguali per tutti, sia che si proponga moderno che contemporaneo giovane. Verona, invece, ci permette di sperimentare, di intercettare un pubblico diverso e di far conoscere la galleria a nuovi potenziali clienti, che resta l’obiettivo principale di queste manifestazioni.
Agilità, networking e sostenibilità: il modello Gallerie Riunite
L’evoluzione di Gallerie Riunite racconta in modo esemplare come la capacità di fare networking e unire le forze sia oggi una delle risposte più intelligenti alle complessità del mercato dell’arte post-pandemico.
La scelta di Annamaria, Rosa Francesca e Piero di superare i rigidi steccati curatoriali a favore di una libertà espressiva totale – spaziando dall’astrazione alla nuova e promettente pittura dell’Accademia veneziana – dimostra che un’identità forte può basarsi sulla contaminazione e non sull’ossessione per un singolo fil rouge. Attraverso il loro “doppio binario”, che affianca la scommessa sui giovanissimi al sostentamento garantito da nomi più affermati, e grazie alla scelta di piattaforme fieristiche più agili e in target come ArtVerona, Gallerie Riunite si conferma uno spazio dinamico, capace non solo di intercettare il gusto cittadino ma soprattutto di educare e formare una nuova generazione di collezionisti.




