Alla Fondazione Serena Messanelli Zweig una grande antologica racconta il legame profondo tra Giovanni Brancaccio e l’isola che ha formato il suo sguardo.
Alla Fondazione Serena Messanelli Zweig di Capri si apre il 22 giugno (fino al 20 luglio 2026) la mostra antologica dedicata a Giovanni Brancaccio (1903–1975), a cura di Bruno Flavio e Massimo Esposito. Un progetto che ricostruisce, attraverso dipinti, incisioni, disegni e sculture, l’intero arco della ricerca di uno dei protagonisti della pittura napoletana del Novecento.
Ma al centro della narrazione non c’è solo la cronologia di una carriera: c’è Capri, come luogo originario dello sguardo. L’isola entra nella vita di Brancaccio nel 1930 e da allora non smette più di attraversarne l’opera. Faraglioni, terrazze, rocce bianche, mare e luce diventano materia quotidiana, esercizio continuo di visione, quasi un allenamento percettivo.
Come ricorda un testo inedito della nipote Luisa Brancaccio, per l’artista “guardare” non era un gesto passivo, ma un atto formativo. Capri era questo: un modo di imparare a vedere. “Che fai quando sei a Capri? – Guardo”, rispondeva Brancaccio agli amici. In quella risposta essenziale c’è già una poetica.
La mostra restituisce questo legame profondo attraverso opere che attraversano le diverse stagioni dell’artista: dagli anni Trenta, ancora legati a un equilibrio novecentesco, alla svolta espressionista maturata durante la guerra, fino alla fase più libera e materica del dopoguerra, in cui la tradizione figurativa napoletana si intreccia con suggestioni barocche e memorie pompeiane.
Attorno a Capri si costruisce un immaginario preciso e ricorrente: bagnanti, satiri, figure marine, paesaggi assolati che non sono mai semplice descrizione, ma trasfigurazione. L’isola non è sfondo, ma dispositivo mentale e poetico.
La mostra si inserisce nel percorso della Fondazione SMZ dedicato alla riscoperta degli artisti legati a Capri, restituendo visibilità a una figura che ha saputo raccontare il Mediterraneo con una forza lirica e visiva ancora oggi sorprendente. In controluce, resta l’idea che per Brancaccio Capri non fosse un luogo da rappresentare, ma un modo di stare nel mondo: un esercizio continuo di sguardo, luce e memoria.







