In via Settala al 45, tra via Lazzaretto, via S. Gregorio e via Boscovich, al piano rialzato di una palazzina anni ’20 si trova un appartamento che tutti gli appassionati di arte e design possono frequentare, e abitare, seppur momentaneamente. La casa ha un nome, The AP•Art•ment, dove AP sono le iniziali dell’architetto che ha progettato gli interni e dalla curatrice culturale che la anima: Andrea Villa e Pasqualina Lepore. Il nostro incontro è avvenuto in occasione dell’inaugurazione della mostra UNDER THE GAZE che stanno ospitando nel loro spazio domestico e che si può visitare, previo appuntamento, fino al 31 Gennaio. Quella in corso è una curatela di Domenico de Chrico, con i lavori di Miriam Autieri, Nicola Bindoni e Michele D’Amico.
Tutti gli ambienti della casa ospitano le opere delle tre voci emergenti della pittura contemporanea italiana e ogni dipinto, grazie al progetto di The AP•Art•ment, dialoga con gli oggetti di design che Pasqualina e Andrea collezionano da qualche anno.
Molti sono veri e propri tesori, c’è il divano Maralunga di Vico Magistretti per Cassina, le sedie in acciaio inossidabile di Willi Rizzo e l’armadio di Osvaldo Borsani. Per un appassionato di lampade e applique scultoree ci sono due esemplari di Parola di Gae Aulenti e Piero Castiglioni, la LP 10 di Luigi Caccia Dominioni e la Oracolo sempre di Gae Aulenti.

Tutti gli oggetti di design, con firme riconoscibili o meno, si trovano in via Settala 45 perché riflettono la visione estetica di Pasqualina e Andrea (ci sono anche sue creazioni) e tutto va ad influenzare anche la scelta delle altre opere, come le terracotte modulari di Maria Annoni che danno vita alla Foresta onirica-liana, i dipinti di Thomas Berra (di cui uno sovrasta l’intero corridoio) o i Logogrifi di Ezio Gribaudo, una delle prime opere arrivate in collezione.
Andrea e Pasqualina propongono a chi frequenta The AP•Art•ment produzioni di altri artisti e designer che a rotazione diventano protagonisti tra le mura della casa. Nel loro profilo Instagram si vedono i dipinti di Giacomo Zornetta, i paper collage di Nicola Sozzi e gli oggetti di vetro di Murano firmati 6:am.
Il programma espositivo, nato per avvicinare spazio domestico e collezionismo, proseguirà con nuove proposte nei prossimi mesi. Pasqualina e Andrea, come leggerete, fanno molto riferimento al mettere in relazione, al dialogo, all’accostamento e all’incontro. Per due persone che hanno questa sensibilità è naturale aprire le porte di casa e ospitare curiosi avventori in cerca di stimoli e suggestioni. Ma prima di prendere appuntamento (la mail la trovate a fine intervista) vi propongo le risposte che mi hanno dato.

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S. D.: Con The AP•Art•ment avete dato vita al vostro progetto che avvicina arte e spazio domestico, intimità e collezionismo e permette agli oggetti di design e alle opere d’arte di vivere, di muoversi, abitare e dialogare con chi attraversa i vostri spazi. Collezionare non è abbastanza?
P. L. & A. V.: Collezionare, per noi, non è mai stato un atto conclusivo. È un gesto iniziale. Un oggetto o un’opera acquistati e poi “conservati” rischiano di restare muti. Metterli in relazione con uno spazio vissuto, con corpi, tempi e sguardi diversi, significa permettere loro di continuare a produrre senso. The AP•Art•ment nasce proprio da questa esigenza: far vivere le opere, non semplicemente possederle.
S. D.: Umberto Eco ha scritto “la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. Non è così anche per una collezione di oggetti di design e opere d’arte contemporanee e cioè sorprendere? Cosa potrebbe sorprendere in particolare della vostra collezione?
P. L. & A. V.: Come nella biblioteca di cui parla Umberto Eco, anche una collezione può essere un luogo di scoperta inattesa. La sorpresa, nel nostro caso, non è tanto l’oggetto iconico quanto l’accostamento: un’opera che dialoga con un ambiente domestico, un pezzo di design che cambia significato a seconda della luce o della presenza di chi lo abita. Ci sorprende quando qualcosa che conosciamo bene continua a rivelarsi diverso.
S. D.: “Gli oggetti sono sempre stati trasportati, venduti, scambiati, rubati, recuperati e perduti. Le persone hanno sempre fatto regali. Quello che conta è come racconti la loro storia” si legge nel romanzo “Un eredità di avorio e ambra”. C’è una storia che vorreste raccontare legata ad un oggetto da voi posseduto?
P. L. & A. V.: Molti degli oggetti che possediamo portano con sé storie di incontri, più che di acquisizioni. Ci interessa il momento in cui un oggetto entra nella nostra vita: dove lo abbiamo visto per la prima volta, chi ce lo ha raccontato, perché in quel preciso istante abbiamo sentito che doveva far parte del nostro quotidiano. La storia, spesso, è proprio lì.

S. D.: “Ogni immagine più che del soggetto ci parla dello sguardo dell’autore” scrivono Gayford e Hockney. Una collezione ci parla molto anche del collezionista: la vostra cosa dice?
P. L. & A. V.: Una collezione parla sempre dello sguardo di chi la costruisce. La nostra racconta un’attenzione per la fragilità, per i lavori che non gridano ma resistono, per gli oggetti e le opere che si lasciano scoprire nel tempo. È una collezione che privilegia la relazione più che l’affermazione.
S. D.: Riprendo Thomas Bernhard che in ‘Antichi Maestri’ scrive “Per quanto ciò sia assurdo, quando leggo un libro ho comunque la sensazione e la convinzione che il libro sia stato scritto solamente per me, se guardo un quadro ho la sensazione e la convinzione che sia stato dipinto solamente per me…”. Come collezionisti avete mai provato la stessa cosa davanti ad un oggetto di design?
P. L. & A. V.: Sì, quella sensazione l’abbiamo provata. Accade quando un oggetto di design smette di essere funzione e diventa presenza. Quando sembra rispondere a un bisogno che non sapevamo di avere. In quei momenti, l’acquisto non è una scelta razionale, ma un riconoscimento.
S. D.: Alan Bennett nel suo scritto ‘I quadri che mi piacciono’ confessa: “Il mio criterio di giudizio è piuttosto superficiale, e mi riesce difficile separarlo dall’idea di possesso. Così so che è un quadro mi piace solo quando ho la tentazione di portarmelo via nascosto sotto l’impermeabile”. Concordate?
P. L. & A. V.: Capita di sentire il desiderio quasi fisico di portare un oggetto con sé. Ma più che il possesso in sé, ci interessa la responsabilità che ne deriva: prendersi cura di qualcosa, offrirgli un contesto, permettergli di esistere pienamente.

S. D.: Pierre Le-Tan, parlando dei collezionisti che aveva incontrato, come a voler dare un consiglio, scrive “un collezionista avveduto compra sempre pezzi estranei alle mode”. Vi sentite di condividere questo consiglio e come si potrebbe interpretarlo per gli appassionati di oggetti di design?
P. L. & A. V.: Condividiamo molto il pensiero di Pierre Le-Tan. Comprare fuori dalle mode significa acquistare con il proprio tempo, non con quello del mercato. Per gli appassionati di design vuol dire ascoltare ciò che li tocca davvero, anche quando non è immediatamente riconosciuto o validato.
S. D.: Maurizio Cattelan in un’intervista ha paragonato le sue opere a degli orfani in cerca di una nuova famiglia. Vi piace pensarvi nei panni di un genitore adottivo per un oggetto di design e forse anche per una o un designer?
P. L. & A. V.: Sì, ci piace molto questa immagine. Accogliere un oggetto significa offrirgli una nuova possibilità di vita. E, in alcuni casi, sostenere un designer o un artista all’inizio del suo percorso è una forma di adozione culturale, fatta di fiducia e continuità.
S. D.: Raramente c’è un unico motivo che spinge le persone ad acquistare oggetti di design o arte: me ne potreste dire uno che sentite particolarmente vostro?
P. L. & A. V.: Il desiderio di convivere con ciò che riteniamo necessario, nel senso più profondo del termine. Un oggetto o un’opera entrano nella nostra collezione quando sentiamo che possono accompagnarci, non semplicemente decorarci.

S. D.: Quando scegliete di acquistare qualcosa seguite più l’orecchio (i “cosa si dice” sugli artisti o i designer etc.) o il cuore e cosa vi dice?
P. L. & A. V.: Ascoltiamo molto, ma decidiamo con il cuore. E il cuore, spesso, ci parla di silenzio, di tempo, di una presenza che immaginiamo già integrata nella nostra vita quotidiana.
S. D.: Gertrude Stein diceva agli amici che per fare una collezione è sufficiente risparmiare sul proprio guardaroba. A cosa rinunciate o avete rinunciato per acquistare un’opera d’arte o di design?
P. L. & A. V.: Al superfluo, come gli oggetti di consumo rapido. Più che una rinuncia, è stata una scelta di priorità:preferiamo convivere a lungo con poche cose significative.
S. D.: Potremmo paragonare un collezionista ad un giardiniere che cura il suo giardino, ad un editore che sceglie i libri da pubblicare nel suo catalogo, ad un padre o ad una madre che adottano, ad un custode che ripara: a cosa vi paragonereste come collezionisti?
P. L. & A. V.: Forse a degli editori. Selezioniamo, mettiamo in relazione, costruiamo un racconto coerente ma aperto, sapendo che ogni nuova “pubblicazione” cambia il senso dell’insieme.

S. D.: Mark Rothko parlando dei suoi dipinti scriveva “Un quadro vive in compagnia, dilatandosi e ravvivandosi nello sguardo di un visitatore sensibile. Muore per la stessa ragione. È quindi un gesto arrischiato e spietato mandarlo in giro per il mondo”. Una collezione fa compagnia?
P. L. & A. V.: Sì, profondamente. Una collezione è una presenza silenziosa ma attiva. Ti accompagna, ti osserva, a volte ti mette in discussione. E cambia insieme a te.
S. D.: Ci consigliate un posto, anche e soprattutto fuori dai soliti giri, che un appassionato di design deve frequentare?
P. L. & A. V.: Consiglieremmo la Axel Vervoordt Gallery ad Anversa, un luogo in cui arte, design e architettura convivono in modo organico e fuori dagli schemi. Non è solo uno spazio espositivo, ma un ecosistema culturale in cui le opere dialogano con il tempo, la materia e il silenzio, offrendo un’esperienza profondamente immersiva e autentica.
S. D.: Alcuni collezionisti utilizzano i social network per condividere le opere che collezionano o quelle degli artisti o designer che seguono e che magari vorrebbero possedere. Credo che condividere opere e creazioni sui social sia anche un modo per contaminare il flusso dello scrolling, un modo concreto per far entrare la propria idea di bello nel quotidiano di altre persone. Concordate?
P. L. & A. V.: Concordiamo. Condividere è un atto di responsabilità culturale: significa inserire un’idea di bellezza nel flusso quotidiano, offrendo alternative allo sguardo veloce.
Per visitare The AP•Art•ment scrivete a newstheapartment@gmail.com




