A Ca’ Pesaro, dentro la città che più di ogni altra ha trasformato la percezione in dispositivo teatrale e la realtà in apparizione iconografica permanente, l’approdo di Hernan Bas assume la forma di un cortocircuito estetico e filosofico di straordinaria densità. The Visitors, curata da Elisabetta Barisoni, non si limita infatti a tematizzare il turismo contemporaneo, lo disseziona e lo metabolizza fino a trasformarlo in una categoria ontologica della contemporaneità avanzata.
La mostra agisce come un sofisticato sistema di rifrazione percettiva in cui il visitatore non osserva semplicemente le immagini, ma viene progressivamente risucchiato dentro la grammatica stessa della visione contemporanea, una visione ormai integralmente mediata, pre-consumata, culturalmente filtrata e strutturalmente incapace di distinguere esperienza, rappresentazione e simulacro.
The Visitors non è semplicemente una mostra sul turismo contemporaneo, è una riflessione sofisticata sull’atto stesso del guardare, sull’ossessione occidentale per l’esperienza trasformata immediatamente in immagine, archivio, memoria estetizzata. Bas affronta il tema evitando qualunque sociologia illustrativa: i suoi protagonisti – giovani uomini sospesi tra languore decadente, narcisismo post-internet e malinconia queer – non sono mai davvero turisti, sono piuttosto figure liminali, attraversatori compulsivi di luoghi già consumati visivamente prima ancora di essere vissuti.
I personaggi non appartengono realmente a Venezia, bensì la attraversano come attraversano il resto del mondo: sono turisti globali, nomadi estetici che si spostano da località tropicali a capitali europee, da resort a paesaggi costieri o a musei, consumando il pianeta intero come una sequenza infinita di scenografie culturalmente pre-riconosciute.
Ogni tela sembra raccontare l’impossibilità contemporanea dell’esperienza autentica: il mondo viene visitato come si sfoglia una playlist, una moodboard o un catalogo di immagini già sedimentate nell’inconscio collettivo, l’esperienza autentica appare strutturalmente utopistica, poiché ogni luogo arriva ai loro occhi già mediato, già estetizzato, già convertito in superficie condivisibile.
Bas dunque non mette in scena semplicemente il turismo globale, ma rappresenta la trasformazione dell’esistenza stessa in esperienza estetica preformattata.
Il punto centrale della mostra è nella struttura stessa della pittura di Bas: le sue opere funzionano secondo un autentico “effetto matrioska” simbolista, ogni dettaglio ne contiene un altro, ogni segno rimanda a una costellazione ulteriore di riferimenti, spesso musicali o cinematografici, che destabilizzano continuamente la lettura dell’immagine rivelando la propria sofisticazione teorica: le opere funzionano secondo una struttura autenticamente simbolista, ma aggiornata all’epoca della saturazione visuale digitale.
Bas dipinge come un regista che monta le sequenze o come un musicista che costruisce un concept album, le tele non funzionano per narrazione lineare, ma per campionamenti iconografici, ritorni atmosferici, variazioni di tono. Alcune composizioni sembrano fermo immagine di film: un cinema mentale in cui convivono l’estetica del coming-of-age indipendente americano, il languore viscontiano, la fotografia editoriale anni ‘90, il videoclip post-punk e l’immaginario decadente della letteratura fin de siècle, altre opere sembrano invece organizzate musicalmente, come se il ritmo cromatico sostituisse la trama.
Ogni dettaglio contiene un altro livello di lettura, ogni superficie rimanda a un’ulteriore costellazione culturale, ogni elemento apparentemente decorativo si rivela in realtà un dispositivo di accesso intertestuale: un cappello da souvenir acquistato in qualche località turistica, un pattern tropicale, un riflesso acquatico, una luce artificiale o persino le t-shirt indossate dai protagonisti – spesso decorate con citazioni dirette alle copertine di album cult come quelli degli Smiths o dei Velvet Underground – diventano frammenti di un sistema simbolico espanso che attinge simultaneamente al decadentismo europeo e alle iconografie turistiche globalizzate.
In alcune opere questi riferimenti assumono una funzione quasi totemica: le magliette non sono semplici dettagli generazionali, ma veri dispositivi mnemonici che trasformano il corpo stesso in archivio culturale ambulante.
Nel dipinto scelto come immagine emblematica della mostra, la grafica musicale si sovrappone addirittura all’iconografia della Monna Lisa, generando una collisione vertiginosa tra alta cultura museale e mitologia sonora underground. La Gioconda leonardesca, probabilmente l’immagine più consumata e riconoscibile di tutta la storia dell’arte, viene così contaminata dall’estetica delle sottoculture musicali alternative, in un gesto che sintetizza perfettamente tutta la poetica di Bas: nessuna immagine esiste più al suo stato puro, ogni simbolo contemporaneo vive ormai dentro una rete infinita di sovrapposizioni, remix, citazioni e slittamenti semantici.
La radicalità di The Visitors però non si esaurisce nella dimensione iconografica o narrativa, ma investe anche il dispositivo espositivo stesso: Bas concepisce infatti molte delle opere presenti in mostra come vere e proprie costellazioni pittoriche, aggregazioni modulari di tele autonome disposte una accanto all’altra in un sistema compositivo continuo, quasi fossero frammenti di un atlante visivo espanso o tasselli di una gigantesca partitura, generando un effetto di proliferazione percettiva che dissolve l’idea tradizionale dell’opera isolata e autosufficiente.
L’allestimento assume così un carattere eccezionalmente originale e concettualmente coerente con la poetica dell’artista: le pareti di Ca’ Pesaro si trasformano in superfici rizomatiche, in archivi pittorici continui dove la frammentazione dell’esperienza contemporanea trova una perfetta corrispondenza formale.
Lo sguardo dello spettatore attraversa costellazioni di immagini che funzionano simultaneamente come sequenze cinematografiche, collage mentali e derive associative: è un allestimento che destabilizza la frontalità classica della pittura e restituisce fisicamente quella sensazione di sovraccarico iconografico e simultaneità percettiva propria dell’epoca digitale.
Se il simbolismo storico cercava l’accesso a dimensioni spirituali o metafisiche attraverso allegorie e miti, Bas costruisce invece trascendenze artificiali a partire dall’archivio infinito della cultura visiva contemporanea.
Questa accumulazione di riferimenti non produce però una freddezza citazionista, al contrario le tele mantengono una componente profondamente pittorica, perché l’artista continua a credere nella lentezza dello sguardo.
Le superfici sono seduttive, liquide, quasi narcotiche: velature, bagliori acidi, cromie tossiche e passaggi atmosferici costruiscono immagini che attraggono immediatamente l’osservatore, salvo poi sabotare quella stessa immediatezza attraverso continui slittamenti semantici.
Più si guarda un dipinto più questo sembra aprirsi dall’interno come una struttura segreta. Venezia diventa più di una semplice sede espositiva, è parte integrante del linguaggio, perché nessuna città meglio di questa incarna la sovrapposizione permanente tra esperienza reale e immagine precostituita: Bas comprende perfettamente questa natura spettrale della città, che esiste contemporaneamente come luogo fisico e come repertorio iconografico già interiorizzato.
I personaggi che abitano le tele si muovono quindi come fantasmi dentro scenari che sembrano precederli da sempre, guardano il mondo con lo stesso sguardo con cui si osserva qualcosa già visto online, già filtrato, già trasformato.
La pittura dell’artista agisce per ambiguità costante: da lontano appare elegante, seducente, persino glamour, da vicino rivela una tensione inquieta, perturbante: i giovani sono sospesi tra desiderio e smarrimento, tra erotismo e alienazione, i loro sorrisi hanno qualcosa di congelato, come se fossero intrappolati dentro la necessità permanente di performare sé stessi davanti al mondo, non vivono realmente i luoghi che attraversano, ma li abitano come set temporanei della propria costruzione identitaria.
Il decorativo, elemento centrale della pratica di Bas, assume qui una funzione tutt’altro che ornamentale: le superfici ricche, i dettagli ridondanti, le atmosfere tropicali o decadenti non abbelliscono l’immagine ma la contaminano.
È una “strategia” profondamente decadente quella della bellezza che diventa un dispositivo ambiguo rallentando la lettura critica e allo stesso tempo producendo disagio: lo spettatore viene attratto dentro il quadro per poi accorgersi che quella seduzione contiene qualcosa di malinconico, quasi terminale.

254 x 101.6 cm_100 x 40 in
© Hernan BasCourtesy the artist, Lehmann Maupin, Perrotin and Victoria Miro
La mostra riesce quindi in un’operazione rara, trasformare il turismo contemporaneo in una categoria esistenziale, il visitatore reale di Ca’ Pesaro finisce inevitabilmente per riconoscersi, diventando parte dello stesso circuito percettivo che la mostra mette in scena.
In un momento storico in cui molta pittura contemporanea si limita a visualizzare concetti, Bas continua invece a costruire immagini dense, stratificate, narrative, ogni scena apparentemente ironica nasconde una riflessione sulla solitudine contemporanea, sul desiderio incessante di trasformare il mondo in esperienza estetica consumabile.
L’artista ha realizzato dunque una delle sue mostre più compatte e mature, un teatro simbolista post-internet in cui ogni dettaglio è un indizio, ogni figura un avatar malinconico, ogni immagine una soglia tra fascinazione e disincanto.
La mostra rimarrà visitabile sino al prossimo 30 agosto: un arco temporale che assume quasi il valore di una lunga permanenza dentro un paesaggio mentale, un invito a immergersi in questo labirinto pittorico di immagini, simulacri e apparizioni prima che quelle visioni ritornino definitivamente allo stato di fantasma.









