Il sistema dell’arte tra manifestazioni di piazza, fiere e nuovi report sul collezionismo

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“L’autunno (è) caldo!”, eccezionalmente l’aggettivo non si riferisce ad anomalie climatiche ma ha a che fare – prendendo a prestito un’espressione di novecentesca memoria – con le temperature incandescenti delle piazze europee che in queste settimane sono esplose deflagrando violentemente. E se le rivendicazioni portate avanti sul finire degli anni Sessanta e al principio dei Settanta hanno avuto matrici sociali, politiche ed economiche differenti, le dinamiche delle rivolte rimangono le medesime.

L’allerta è massima, Art Basel Paris, avviata sotto coprifuoco, ha chiuso i battenti anzitempo per i rischi legati alle manifestazioni e, mentre si è appena conclusa anche Artissima a Torino, la tensione nelle piazze europee rimane alta. Tuttavia, pur rimanendo sacrosanta la tutela della cosa pubblica, ci si augura che i governi europei si interroghino approfonditamente sulle ragioni delle proteste e non si arrocchino su posizioni coercitive e repressive.

Venendo a noi, se raccontare del gotha alto spendente che ha attraversato gli stand delle recenti kermesse Frieze London e Art Basel Paris o partecipato alle evening sale delle case d’asta major potrebbe apparire in aperta contraddizione o stridere con le istanze rivendicate dai manifestanti, è viceversa utile e necessario ricomprendere nella prospettiva d’analisi anche il settore economico-culturale che siamo soliti trattare, un punctum barthesiano laterale che ha l’obiettivo di fotografare in grandangolo complessità e antinomie che attraversano la società contemporanea nella sua interezza.

Frieze London 2026

Se a suscitare clamore sono quasi unicamente i record d’asta e le transazioni milionarie che vengono finalizzate nei booth fieristici, rammentiamo che il sistema dell’arte ricomprende una filiera di lavoratori spesso precari tra cui il personale di galleria e di casa d’asta, storici dell’arte, curatori, giovani artisti, giornalisti, advisor, maestranze, logistica, di cui fanno parte a pieno titolo i trasportatori, tra i protagonisti in queste settimane delle proteste e degli scioperi per il caro carburante.

Va altresì ricordato che, dalle committenze papali in giù, l’arte ha sempre avuto bisogno di una contropartita economica per potersi compiere, pertanto gridare allo scandalo per le cifre indubbiamente eccezionali raggiunte peraltro da indiscussi capolavori – vedi il monumentale “Iris” di Monet aggiudicato a 50 milioni – significa adottare pregiudizialmente una visione parziale e manchevole di contesto. Va ribadito inoltre che tra gli stand in fiera o tra chi rilancia in asta sono presenti anche i direttori di musei di tutto il mondo che hanno il mandato di acquisire opere che poi andranno ad arricchire le collezioni permanenti delle istituzioni pubbliche a beneficio dell’intera collettività. 

A tal proposito, è notizia delle ultime settimane la conferma da parte del governo britannico di continuare a garantire l’ingresso pubblico universale in tutti i musei nazionali inglesi, escludendo così l’ipotesi di introdurre un biglietto per i turisti stranieri avanzata nei mesi scorsi nell’ambito della revisione dell’Arts Council England.

Al netto delle indubbie sperequazioni e contraddizioni a cui certamente non si sottrae il mercato dell’arte, risulta quanto mai necessario analizzare attraverso molteplici punti d’osservazione i cambiamenti in atto, uno spunto interessante arriva dalla Survey of Global Collecting 2026 promossa da Art Basel e UBS e condotta da Arts Economics che ha individuato un cambio ai vertici del collezionismo di fascia alta che fino a una manciata di anni fa veniva associato in maniera pressoché esclusiva alla generazione dei cosiddetti boomer. 

The Art Basel & UBS. Art Market report 2026

Lo studio ha preso in esame il comportamento collezionistico di un campione di 3.100 buyers che hanno operato nella prima metà del 2026 su dieci piazze di rilevanza globale ovvero Stati Uniti, Regno Unito, Cina continentale, Hong Kong, Francia, Australia, Germania, Giappone, Brasile, Singapore, va purtroppo segnalata l’assenza dell’Italia. 

La ricerca, seppur circoscritta ad una platea d’élite con un patrimonio finanziario familiare disponibile superiore al milione di dollari, ha individuato nella Gen Z – rappresentata nella survey al 9% – il gruppo più rilevante con una spesa media più che doppia rispetto alle generazioni passate. Va altresì precisato che ad aver acquistato opere oltre il milione risultano essere solo all’incirca 20 tra gli intervistati Gen Z, ovvero la metà di quell’1% che rientra nella fascia ultra high in termini di acquisizioni. L’angolo di visione pertanto non restituisce omnicomprensivamente la prassi d’acquisto di un’intera generazione ma individua una tendenza in fieri che andrà ulteriormente analizzata nel prossimo futuro essendo ormai in atto il processo di trasferimento di capitali dalle generazioni passate alle future.

Dall’indagine è inoltre emerso che la spinta alla ricerca e alla costruzione di una collezione, che avviene oggi anche attraverso strumenti digitali e intelligenza artificiale, non coincida più con un’esigenza di ostentazione esibizionistica, il 64% degli intervistati preferisce mantenere una sostanziale riservatezza rispetto alle proprie collezioni.

Opere d’ arte e collectibles non vengono più percepiti come status symbol ma, pur facendo parte di un ecosistema di investimenti, sono oggi valutati come intimamente identitari. Quasi il 90% dei collezionisti High Net Worth appartenenti alla Gen Z che hanno ereditato opere d’arte le possiede ancora, contro il 64% dei collezionisti della Generazione X. E se il dato sovverte l’idea secondo cui i giovani collezionisti sarebbero più propensi a monetizzare le raccolte ricevute in eredità, è altrettanto auspicabile che questa stessa generazione, indiscutibilmente privilegiata, metta in atto comportamenti virtuosi rendendo i propri patrimoni accessibili al pubblico, facendoli circolare nei musei, istituendo fondazioni. 

Per chiudere, se è indubbio che i risultati fin qui emersi non vadano ritenuti assoluti e necessitino di essere contestualizzati in relazione ai diversi mercati, possiamo affermare che i nuovi e futuri protagonisti del sistema dell’arte desiderino più che mai circondarsi di bellezza, un asset imprescindibile su cui investire, non solo in termini finanziari.

In ultima analisi possiamo sostenere che sia proprio a partire dal capitale culturale nelle sue differenti declinazioni che si costruiscono le premesse affinchè, senza retorica, possa germogliare il pensiero critico, la ragione contro la paura.

Chiara Mastelli
Chiara Mastelli
Art consultant, ha all’attivo collaborazioni con gallerie, case d’asta e fondazioni. Specializzata in mercato primario e secondario con focus in arte moderna e contemporanea ha approfondito le differenti branche del sistema dell’arte attraverso un’ Alta formazione in diritto dell’arte presso Università Sant’ Anna di Pisa, un’ Alta formazione in Contemporary Art Markets presso Naba Milano e in curatela d’archivio d’artista presso AitArt Milano. E’ consulente per collezionisti privati e aziende.

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