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In arte si può anche investire. Ma l’arte non deve essere un investimento

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Nel rapporto tra mercato dell’arte, collezionismo e mercato finanziario ci sono stati, negli ultimi decenni, dei grandissimi cambiamenti. Da piccolo mercato di nicchia a bene anticiclico inserito stabilmente all’interno di fondi di investimento alternativo, l’arte ha fatto grandi passi all’interno del mondo finanziario.

Da sempre questo è stato un risultato auspicabile, perché il mercato finanziario, di fatto, non può far altro che incrementare l’estensione del mercato dell’arte. L’interesse da parte del mondo finanziario al settore artistico, infatti, può potenzialmente generare effetti positivi sia sotto un profilo squisitamente economico, sia sotto il profilo culturale.

La prima dimensione è di immediata comprensione: un maggior numero di soggetti interessati all’acquisto di opere d’arte, soprattutto se caratterizzati da alte disponibilità di spesa, può tradursi in un incremento delle dimensioni transattive del mercato, incidendo positivamente sul numero di opere vendute e sul valore medio di vendita.

Meno diretta, nel nostro Paese, è la comprensione dei potenziali effetti positivi che il rapporto tra arte e finanza può generare sul versante culturale.

Proviamo a fare qualche esempio: l’incremento del mercato totale di riferimento (vale a dire l’estensione dei potenziali acquirenti) può comportare una maggiore diffusione (acquisto) di opere d’arte, che a sua volta può tradursi in un maggior numero di persone appassionate d’arte, che frequentano Musei e gallerie. Oltre a tale effetto “diretto”, è innegabile che, spesso, i soggetti che acquistano opere d’arte mediante il comparto finanziario, godono di uno status sociale che può favorire i processi di emulazione, influenzando quindi persone che, pur non potendosi permettere l’acquisto di un’opera d’arte milionaria, possono di certo divenire nuovi appassionati d’arte, e a loro volta frequentare musei e luoghi di cultura.

Allo stesso modo, l’incremento della “ricchezza” interessata all’acquisto di opere d’arte può condurre non solo all’incremento dei prezzi di vendita dei cosiddetti top-lot, di grande notorietà per le cifre astronomiche per le quali vengono acquistati, ma può comportare anche un incremento del numero di opere vendute che possono riguardare, in una logica di “investimento di medio termine”, anche artisti emergenti contemporanei, per i quali si crea un maggiore mercato.

Tale dinamica può avere effetti positivi su tutta la produzione di arte. Per capirlo, proviamo (per un istante) a pensare all’arte come ad un prodotto qualsiasi: se la domanda di un determinato bene aumenta, aumenta la produzione, sia da parte degli operatori economici già attivi, sia da parte di “nuovi operatori economici” che, interessati al mercato, decidono di inserirsi nel settore.

Nell’arte, l’effetto può essere analogo: se aumenta la domanda, un aspirante artista può avere maggiori incentivi ad intraprendere una carriera nel mondo dell’arte. Se invece gli artisti che “vendono” e che “riescono a vivere” della loro arte sono sempre meno, allora l’aspirante artista tenderà a preferire altre attività lavorative, relegando la passione al tempo libero.

Arte e finanza, quindi, rappresentano due mondi che se ben integrati, non possono fare altro che incrementare il livello qualitativo e quantitativo del settore artistico, contemporaneo e non.

Il tutto, ad una condizione: che la finanza sia strumento dell’arte e non viceversa.

In caso contrario, l’effetto più plausibile è che l’arte si “spogli” di sé stessa per divenire semplicemente un prodotto. Non si tratta di una riflessione “da amante dell’arte per l’arte”, ma di un’analisi di mercato.

Negli ultimi anni si è estesa notevolmente la dimensione dell’arte come “investimento”, al punto da portare alla creazione di specifici fondi hedge. Senza entrare in dettagli di costruzione di asset per fondi di investimento, realizzare un’operazione di questo tipo comporta che il management del fondo, e i consulenti, operino una selezione delle opere basata sul criterio di vendibilità.

In altri termini, se io investo tutti i miei soldi in una serie di opere d’arte, farò in modo che la scelta di tali opere possa rappresentare un investimento sicuramente positivo e pertanto comprerò opere che sono sicuro di rivendere in un dato lasso di tempo.

Questa premessa contiene il germe della prevalenza della logica finanziaria su quella artistica: se la gran parte del mercato dell’arte ragionasse in questi termini, allora tutti investirebbero in opere di “facile vendita”. Ciò comporterebbe da un lato un trend di omologazione del gusto, e dall’altro, elemento ancora più distorsivo, ad un trend di omologazione della produzione.

Gli artisti, infatti, tenderebbero a loro volta a produrre opere “in linea” con il gusto dominante e questo, per il fenomeno dei feedback della domanda, potrebbe comportare la creazione di veri e propri standard. In pratica, una visione “statalista” dell’arte ottenuta attraverso il mercato.

L’arte come investimento, quindi, è un elemento essenziale finché l’arte ha la propria ricerca, e questo accade finché il mondo artistico e culturale rispettano le proprie caratteristiche e la propria identità.

Di nuovo, parole “astratte” richiamano azioni “concrete”: per garantire che l’arte non si trasformi in un prodotto qualunque, è necessario manteneri attivi i meccanismi che sinora ne hanno guidato il funzionamento: i galleristi devono saper mediare e consigliare gli artisti, i collezionisti devono mantenere un proprio gusto, e tutte le industrie coinvolte (dall’accademia al giornalismo di settore, dalle fiere al mercato del credito) devono favorire la nascita di nuovi appassionati e di collezionisti.

Se venissero a mancare questi elementi, si verrebbe a creare una condizione in cui tutti perdono. L’arte rischierebbe di divenire un gioco ozioso per ricchi e il “mercato” non potrebbe che trasformarsi in una bolla. Con la perdita di non pochi risparmi.

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