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“Revolution will not be televised”

del

ITsART è morta, viva ITsART! E così, pare che sul palcoscenico della cultura italiana, calerà presto il sipario. Sarà stato a good show? Da parte mia, confesso di non aver mai usufruito della piattaforma lanciata nell’ormai lontano 2020 dall’allora Ministro della cultura. Non ne ho mai subito il richiamo e non credo di essere uno dei pochi.

Progetti lanciati con toni così altisonanti, spesso terminano in sordina. La chiave di comprensione della vicenda sta, secondo alcuni, nell’appellativo scelto per il lancio stesso della piattaforma: la Netflix della cultura.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno.

A sfogliarlo, il catalogo di ITsART sembra pure invitante. Tutti titoli che, a parer mio, potevano, però, tranquillamente stare sulla piattaforma digitale della Rai.

Mi riferisco a Raiplay, autentico archivio di produzioni del presente e del passato, tra le quali veri capolavori che hanno fatto la storia delle audizioni televisive.

L’italiano comune riterrebbe, forse, essere la Rai il naturale palcoscenico della cultura italiana.

ITsART, se rimanesse in vita, sarebbe in grado di diventare un buon strumento per diffondere e sostenere il patrimonio artistico e culturale italiano nel mondo?

In altri paesi d’Europa, il potenziale di piattaforme analoghe sembravano averlo intuito già trent’anni fa. Il 30 maggio del 1992, infatti, invadeva l’etere europeo ARTE, canale franco-tedesco di divulgazione culturale fortemente voluto dagli allora presidenti Francois Mitterrand e Helmut Kohl, evolutosi poi in piattaforma di diffusione digitale.

Si tratta di una canale televisivo pubblico, partecipato da diverse emittenti di entrambi gli stati. Senza la pressione di dover competere in termini di numeri col cartello delle grandi piattaforme streaming, ARTE fa dignitosamente il suo compito.

Forse che francesi e tedeschi siano più consapevoli di quanto la televisione possa essere uno strumento fondamentale per rendere accessibile e fruibile il patrimonio culturale, portatore di valori estetici, civili e sociali?

Sul potenziale della televisione rifletteva già settant’anni fa Carlo Ludovico Ragghianti, storico dell’arte lucchese.

La mattina del 3 gennaio del 1954, la conduttrice radiofonica Fulvia Colombo annunciò l’inizio delle regolari trasmissioni video della RAI. La televisione divenne arredo comune nelle case di tutti gli italiani che entrarono, volenti o no, nell’era della comunicazione di massa.

Ragghianti vedeva nel neonato apparecchio il più potente dei mezzi democratici, attraverso il quale ogni cittadino poteva liberamente usufruire della cultura, farsi un’opinione e persino esprimerla, cosa fino ad appena un decennio prima non così scontata.

Ai suoi esordi, però, la televisione non aveva ancora un linguaggio autonomo da radio e cinema.

La televisione sembra soddisfatta e assorbita da funzioni e compiti che vanno dall'informazione sull'attualità allo svago, dalla documentazione all'educazione, dalla politica alla cultura, dal teatro alla musica, dalla rivista al balletto, dalla rievocazione cinematografica alla cronaca artistica, ma non dimostra di essersi posta il problema se il linguaggio televisivo in quanto tale possa essere artisticamente elaborato, avere una forma autonoma in sé significativa.

Ragghianti si prodigò in prima persona per tentare di plasmare un linguaggio televisivo adeguato agli scopi della divulgazione culturale. Produsse una serie di cosiddetti critofilm, brevi documentari incentrati sull’opera di alcuni maestri come Andrea del Castagno e Piero della Francesca, sotto la cui spiegazione del critico scorrevano le immagini delle opere, riprese da vicino, con inquadrature privilegiate e particolari che nemmeno l’occhio nudo potrebbe cogliere.

Uno spunto molto seguito dagli storici dell’arte più celebri. Persino Roberto Longhi diede voce ad un documentario sul Carpaccio. Per non parlare di Federico Zeri, che della divulgazione televisiva a mezzo RAI fece la sua personalissima arte.

Da analogico a digitale il discorso non cambia. Oggi si può vedere la televisione su computer, tablet e cellulari. I social network rendono la vita stessa un live show.

Grandiose rivoluzioni sono all’orizzonte.Revolution will not be televised, cantava Gil Scott-Heron in un pezzo del 1971

Francesco Niboli
Francesco Niboli
Restauratore di dipinti antichi e contemporanei, ha intrapreso un percorso di approfondimento del design grafico e dell’arte del ‘900 italiano collaborando con Fondazione Cirulli di Bologna. Ha partecipato alla scrittura del libro "Milano, la città che disegna", catalogo del neonato Circuito lombardo Musei Design. Attualmente collabora come grafico con la casa editrice indipendente Sartoria Utopia.

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