L’invisibile, lo sguardo e la memoria: intervista a Enrica Fico Antonioni

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C’è una geometria segreta che lega lo sguardo di un maestro del cinema alla quiete sovrana della natura selvaggia: quando Michelangelo Antonioni cercava la verità nei deserti algerini o americani, non stava semplicemente inquadrando un paesaggio, stava interrogando il vuoto, cercando quel “campo sotterraneo” dove risiede il puro essere. A raccogliere e custodire quell’eredità senza mai pietrificarla in un monumento immobile è Enrica Fico Antonioni, compagna di una vita e oggi custode appassionata di un’energia che non conosce nostalgia. 

In questa intervista il filo conduttore non è soltanto la memoria di un gigante del Novecento, ma una risonanza profonda che attraversa il tempo: l’incontro folgorante con la Fondazione AnimaNatura e, soprattutto, con Mihal, un leone dallo sguardo regale, quieto e penetrante, in cui Enrica Fico Antonioni ha immediatamente riconosciuto lo stesso identico magnetismo silenzioso degli occhi di Michelangelo.

Ci addentriamo in un dialogo che sfugge alla cronaca ordinaria per farsi mappa sensoriale ed esistenziale, si viaggia tra i silenzi condivisi dopo la malattia — quando i gesti, i sospiri e i movimenti impercettibili sostituirono le parole —, le conversazioni memorabili con Tonino Guerra e Andrej Tarkovskij, e la sfacciata modernità di un Antonioni che, oggi, si divertirebbe a pilotare droni o a esaltare la purezza del digitale. Ma c’è di più: emerge il ritrovamento fortuito di rari materiali in Super 8 sul set di Zabriskie Point — trasformati oggi in un’esperienza performativa e musicale — e la riscoperta vibrante del Michelangelo pittore, attivo fino agli ultimi giorni di vita. Un percorso che dalla Maremma incontaminata di AnimaNatura arriva fino a Ferrara e all’Umbria, svelando come l’arte e la natura non siano altro che due facce della stessa, inesauribile meraviglia.

MICHELANGELO ANTONIONI – PH MAURIZIO LA PIRA

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci: Michelangelo Antonioni sosteneva che il cinema dovesse mostrare ciò che non è immediatamente visibile. C’è un insegnamento, umano prima ancora che artistico, che oggi continua a sorprenderla quando ripensa al vostro percorso insieme?

Enrica Fico Antonioni: Decisamente, la chiave della filosofia che amo di più, molto orientale, vicina allo yoga e alle discipline che ho studiato a fondo: vedere quello che non è visibile agli occhi. Significa entrare nella propria anima, andare a scoprire la natura del proprio sé, ma anche il sé delle persone che ci circondano e persino il sé di tutte le cose.

Si tratta di leggere ciò che c’è nel profondo, quello che non ha forma: lo spirito, il puro essere. Lì risiede il segreto di tutta la vita.
Posso dire di praticarlo da moltissimi anni attraverso la meditazione, senza la quale non avrei mai potuto stare accanto a Michelangelo.

Quando l’ho incontrato avevo quarant’anni in meno di lui, ero molto giovane, inesperta e fragile: dovevo ancora capire e imparare tutto. Però possedevo questa facoltà innata di trascendere, che ho coltivato e poi insegnato e che mi è servita moltissimo per stargli accanto.

GELN: Molti parlano dell’eredità cinematografica di Antonioni, ma molto meno del suo sguardo quotidiano. Com’era il suo rapporto con la bellezza fuori dal set? C’era qualcosa che riusciva ancora a stupirlo?

EFA: La natura, prima di tutto. Era sempre affascinato dalla natura — come si vede in tutti i suoi film, nei quali cercava luoghi straordinari, ma anche ordinari, per raccontare la verità. Amava posti immensi come il deserto di Zabriskie Point e sguinzagliava i suoi scenografi alla ricerca di location uniche. Ho girato tutto il mondo con i suoi occhi, seguendolo in viaggi eccezionali pensati per film che spesso non ha potuto realizzare.

Era stupito dalla natura che non conosceva e che si rivelava straordinaria, ma lo stupivano anche le cose più semplici. Michelangelo aveva uno sguardo fanciullesco, innocente, occhi che non giudicavano mai. Gli piaceva profondamente osservare il mondo senza giudizio.

Enrica Fico Antonioni tra Michelangelo Antonioni e Andréj Tarkóvskij in Sardegna, 1983

GELN: La vostra casa è stata anche un luogo di incontro tra artisti, intellettuali e creativi.
Qual è stata la conversazione che le è rimasta impressa perché, a distanza di anni, continua a risuonare?

EFA: Le conversazioni che amavo di più erano quelle con Tonino Guerra. Tonino, il suo sceneggiatore, era l’opposto di Michelangelo: un uomo popolare, profondamente radicato nella terra e nella sua cultura contadina, mentre Michelangelo — come diceva Tonino — camminava un metro sopra la terra.

Formavano una coppia artistica perfetta, si bilanciavano e funzionavano benissimo. Con lui e sua moglie Lora — Eleonora Kreindlina, nota come Lora Guerra — abbiamo fatto viaggi straordinari, scoprendo l’intera Russia. E poi c’erano le persone che Tonino portava a casa nostra, come, per esempio, Andrej Tarkovskij.

Ricordo quando, una volta, Tarkovskij venne in Sardegna con noi. Non parlava né inglese né italiano e Lora ci faceva da interprete dal russo. Sono ricordi meravigliosi.

GELN: Nelle opere di Antonioni il silenzio ha spesso più peso delle parole. Nella sua esperienza personale, il silenzio era anche una forma di dialogo?

EFA: Quando Michelangelo si ammalò nell’85 e perse l’uso della parola, il silenzio divenne il nostro linguaggio principale. Comunicavamo attraverso un codice sottile fatto di pura intuizione, gesti, sospiri e sguardi. Si parlava con gli occhi, con le mani, persino con i movimenti impercettibili delle ginocchia. Era un silenzio incredibilmente carico di vita.

GELN: Oggi viviamo immersi in immagini prodotte e consumate a una velocità impressionante. Secondo lei, Antonioni avrebbe trovato nuovi strumenti per raccontare il presente o avrebbe continuato a sottrarsi alla frenesia dell’immagine contemporanea?

EFA: Si sarebbe divertito tantissimo a usare le nuove tecnologie! Sarebbe stato felicissimo di usare i droni per fare le sue inquadrature preferite dall’alto — la prima cosa che faceva arrivando in un posto era salire su un aereo o un elicottero. Per lui la macchina da presa non doveva mai farsi notare: il movimento doveva essere invisibile, perché il pubblico doveva percepire solo il racconto, la verità profonda delle cose.

Avrebbe adorato le telecamere leggere di oggi, il suono pulito e la qualità dell’immagine digitale. Già all’epoca, girando Il mistero di Oberwald, era stato un pioniere nell’usare l’elettronica e la manipolazione del colore per dipingere l’immagine in un modo impossibile da ottenere con la pellicola. Era incuriosito da tutto ciò che era progresso.

GELN: Lei ha sempre custodito la memoria di Antonioni senza trasformarla in un monumento immobile. Come si mantiene vivo un patrimonio culturale evitando la nostalgia?

EFA: Michelangelo non era un nostalgico né un uomo romantico: era un uomo moderno, sempre giovane e avanti di cinquant’anni rispetto agli altri. Cerco di fare lo stesso.

L’anno prossimo saranno vent’anni dalla sua scomparsa, c’è ancora tempo per la vita e per il presente, diffondendo la sua opera e realizzando progetti come lo Spazio Antonioni a Ferrara: quello non è un museo polveroso, ma una casa senza pareti fisse — pensata da me e da me fortemente voluta — dove ci sono i suoi oggetti, i suoi libri, la sua corrispondenza e dove l’architettura stessa si apre al dialogo con l’arte contemporanea.

Se si vuole conoscere lo sguardo di Michelangelo, in generale bisogna camminare per Ferrara, la sua città natale.

Mihal ph Aldo Giuliani

GELN: La Fondazione AnimaNatura mette al centro il dialogo tra creatività, ambiente e responsabilità culturale. In che modo questa visione incontra il percorso artistico che lei e Antonioni avete condiviso?

EFA: Per me AnimaNatura è stato come un incontro folgorante. Penso a quel leone dallo sguardo regale, quieto e profondo, Mihal, nel quale ho rivisto lo stesso sguardo di Michelangelo, capace di entrarti dentro in silenzio.

AnimaNatura è un luogo vastissimo dove gli animali sono liberi nel loro ambiente, ed è l’osservatore a sentirsi guardato: non siamo solo noi a guardare l’arte o la natura, ma è l’arte e la natura che guardano noi.

Uno sguardo fanciullesco — com’era quello di Michelangelo — totalizzante, fatto con il cuore e con tutti i sensi. Lì ho ritrovato lo stesso rispetto per l’ambiente che c’è nei paesaggi desertici o boschivi filmati da Michelangelo, con una dedizione monumentale, come nelle riprese estenuanti nel deserto algerino per Professione: reporter.

Professione reporter, 1975

GELN: La natura nei film di Antonioni non è mai semplice sfondo: sembra quasi un personaggio. È una sensibilità che ritrova anche nelle attività della Fondazione AnimaNatura?

EFA: Beh, sì. Intanto AnimaNatura è un posto bellissimo, perché la Maremma è già una condizione di natura straordinaria.
E poi loro non l’hanno trasformata: le strade sono tutte come camminare nel bosco, sono tutte strade bianche. Ovviamente c’è solo l’aggiunta dell’acqua, perché quasi tutti gli animali hanno bisogno di acqua, quindi ci sono cascate, pozze e laghetti per tutti gli animali.
È anche un insegnamento su come si rispetta la natura, su come la natura deve essere lasciata così com’è, specialmente quando è già così perfetta.

GELN: Arte e natura vengono spesso raccontate come mondi separati, mentre la Fondazione AnimaNatura sembra suggerire il contrario. Che cosa possono insegnarsi reciprocamente?

EFA: Beh, per esempio, nel cinema a volte Michelangelo sceglieva dei posti nella natura dove non doveva fare poi tante cose: bastava mettere lì la macchina da presa e la natura faceva già tutto. Bastava fare un piccolo movimento di macchina, bastava fare una panoramica, per esempio, fatta bene.

Michelangelo è uno dei registi che ha filmato il deserto nella maniera più giusta. Penso, per esempio, al deserto di Professione: reporter, dove c’ero anch’io, fortunatamente. Quelle panoramiche nelle dune del deserto, fatte con una fatica enorme, perché ovviamente arrivare lì con una troupe di cento persone non era semplice.

Oggi sembrerebbe un gioco da ragazzi fare una panoramica in un deserto, però allora era un lavoro enorme. Anche perché è un luogo abbastanza impervio per tutta una serie di motivazioni: per arrivare lì, in fondo all’Algeria, dove ha girato Professione: reporter, è stato un viaggio spaventoso. Arrivare con tutti i mezzi, anche solo portare l’acqua e il cibo per tutta la troupe, è stata un’impresa.

Quando ho incontrato Michelangelo lui non doveva fare Professione: reporter, doveva fare quest’altro film, Tecnicamente dolce, ma ce l’aveva tutto dentro, quello che poi ha messo in Professione: reporter. Me lo raccontava spesso.

Mi raccontava spesso quest’ultima inquadratura che voleva fare e che era quasi impossibile da realizzare, perché non c’erano proprio gli strumenti tecnici, non c’era una macchina da presa che potesse raccontare la morte del protagonista in quel modo. Però lui, piano piano, ha trovato tutti gli elementi perché la visione che aveva era talmente forte che alla fine ci è riuscito. Gli hanno proprio costruito la macchina da presa per fare quell’inquadratura.

Certo, oggi sarebbe stato molto più semplice. Ma allora, comunque, in questa sua straordinarietà, quell’inquadratura ha assunto una forza nel tempo. È vero che oggi, con un drone, con una steadycam, sarebbe stato un gioco da ragazzi, però, fatta in quel modo…
Si sente che il movimento è il movimento di una macchina da presa a 35 millimetri, che è pesante, che è legata al tetto. Io, ogni volta che guardo quell’inquadratura, sento che il mezzo era il mezzo di allora.

Ci abbiamo messo undici giorni a fare quell’inquadratura, perché c’era vento e quindi la macchina da presa che usciva da quella finestra poi incontrava il vento lì. Un movimento minimo non poteva andare bene: si vedeva, si vedeva subito. E quindi, ecco, undici giorni.

GELN: Se dovesse immaginare un progetto ideale che unisca cinema, arti visive e missione della Fondazione AnimaNatura, quale sarebbe?

EFA: Beh, io penso che la fondazione dovrebbe raccontare innanzitutto il lavoro che loro fanno quotidianamente. Per esempio, il lavoro che fanno i medici: sia Aloisi, che è il fondatore e il veterinario, sia la biologa e gli altri veterinari. Il lavoro che fanno per conservare la vita e il territorio, la vita degli animali selvatici e anche di quelli non selvatici.

È proprio una missione quella che loro hanno. Io credo che AnimaNatura, intanto, stia in un posto talmente bello…
Per esempio, questa pieve che abbiamo usato noi è un posto fantastico per fare eventi d’arte, per fare mostre d’arte, e anche la piazza di Rocchette di Fazio è talmente bella, è quasi un piccolo teatro naturale, quindi potrebbe benissimo essere un luogo dove si fa cinema d’estate, dove si proiettano i film.

Sarebbe un luogo che può benissimo diventare un luogo che celebra l’arte, perché prima di tutto bisogna saper vivere bene: l’arte migliore è quella di saper vivere con dei grandi valori. 

E loro, ad AnimaNatura, lo mettono in pratica tutti i giorni.

GELN: Lei ha attraversato decenni di storia culturale italiana. C’è un artista contemporaneo che, pur parlando un linguaggio completamente diverso, sente vicino allo spirito di ricerca di Antonioni?

EFA: Ci sono dei pittori molto interessanti che ogni tanto incontro, per esempio qui in Umbria. Io non compro tanta arte, anche perché la mia casa è già piena d’arte, però ci sono artisti che mi interessano molto.

In generale, l’Umbria è una terra che raccoglie tante personalità interessanti. Ultimamente avevo comprato un quadro di un artista proprio di qui, di Campello sul Clitunno, che non c’è più, è morto da pochi anni: si chiamava Afranio Metelli.

Lui poi ha conosciuto Michelangelo, lo frequentavamo, e aveva le stesse caratteristiche, la stessa, diciamo, onestà intellettuale che aveva Michelangelo: dipingeva per il rispetto che si deve avere per l’arte, per il rispetto che si deve avere per il pennello, per la pennellata.
Quello che un artista deve avere è la capacità di seguire la pura intuizione nelle proprie opere. E in Afranio Metelli questo si vede, si sente.

Michelangelo Antonioni sul set di Zabriskie point

GELN: Spesso si dice che le grandi opere anticipino il loro tempo. C’è un film di Antonioni che oggi le appare ancora più attuale di quando uscì nelle sale e perché?

EFA: Ogni volta che vedo un film di Michelangelo mi sorprendo, perché scopro delle cose nuove. Ma credo che succeda più o meno a tutti: inevitabilmente si dimenticano alcuni dettagli, intere sequenze, e quindi devo dire che i film di Michelangelo mi sorprendono ogni volta, anche perché raccontano la verità, la verità di quel tempo, che poi non è mica diversa dalla verità di oggi.

Lui non era certo il tipo che si potesse definire semplicemente un intellettuale. Aveva letto di tutto, è vero, era un grandissimo intellettuale, però diceva sempre: «Non dite sempre che sono un intellettuale, io sono più un istintivo», ed è assolutamente vero. Quando aveva l’intuizione di una scena, di un’idea, di quella che lui chiamava sempre “un’idea di regia”, questa intuizione gli veniva proprio da dentro, dalla pancia, indipendentemente da quanto avesse letto. Erano intuizioni molto viscerali, istintive, quindi da quel “campo sotterraneo” che abbiamo dentro e dove c’è assolutamente tutto.

Se uno riesce ad arrivare lì — e Michelangelo ci arrivava sempre — è perché, nei suoi silenzi e nel suo non dover far niente, attingeva continuamente a quel campo di pura intuizione: questo è il percorso tipico dell’artista puro. Stava tanto tempo a guardare, in silenzio, e in quel silenzio chissà quante considerazioni, quante intuizioni, quante cose fulminanti nascevano in quei momenti in cui apparentemente non succedeva niente.

Devo dire che il film che oggi mi appare ancora più attuale di tutti, nell’intera sua filmografia, è Zabriskie Point. La sua filmografia è ancora oggi straordinariamente avanti rispetto al nostro tempo, sebbene sia stata realizzata molti anni fa, ma ultimamente sono stata particolarmente affezionata proprio a Zabriskie Point.

In questi mesi, infatti, mi sono messa a sistemare l’archivio di Michelangelo, perché sto cercando di mettere a posto tutto quello che è rimasto. Abbiamo donato circa 7.000 pezzi della sua ricerca artistica a Ferrara, quindi quasi tutto quello che riguardava la ricerca artistica di Michelangelo. Sono però rimaste delle cose qui e le sto mettendo a posto proprio in questi mesi.

A un certo punto ho trovato una scatola che non avevo mai neanche aperto. C’era scritto sopra che conteneva dei Super 8 girati sul set di Zabriskie Point. Nel frattempo, ultimamente, ho iniziato a suonare il tamburo sciamanico e il mio maestro di canto mi aveva invitato a fare un pezzo insieme a lui, ricordando un po’ la musica dei Pink Floyd. Avevamo pensato di proiettare il film, però non è che puoi spezzettarlo: non avrei mai dato il permesso. E allora mi sono detta: aspetta, nell’archivio ho questo materiale. Così ho fatto riversare i Super 8 e ho scoperto un vero tesoro: circa un’ora di materiale girato da Michelangelo con una telecamera Super 8.

Si vede che arriva a Zabriskie Point passando attraverso Las Vegas, di giorno e di notte; si vede il suo arrivo nel deserto, poi il momento in cui monta il film. A un certo punto la macchina da presa passa dalle mani di Michelangelo a quelle dei suoi collaboratori, e si vede Michelangelo — cosa rarissima — perché lui non voleva assolutamente essere ripreso mentre lavorava.

Si vede un Michelangelo che sorride, che è molto felice di lavorare nel deserto, mentre prepara le diciassette macchine da presa per la scena finale, quella dell’esplosione.
È un materiale fantastico, che conserva anche quel tessuto straordinario del Super 8.

Da lì è nato poi un vero e proprio concerto, che si chiama Around Zabriskie Point, durante il quale viene proiettato questo materiale e la band suona dal vivo: batteria, due chitarre e tastiera; io invece racconto le emozioni che quel materiale e quell’esperienza mi hanno trasmesso.

Lo abbiamo fatto all’Auditorium Parco della Musica di Roma: è stato bellissimo, perché è un luogo che si presta molto a questo tipo di esperienza.

E quindi, in questo momento, è Zabriskie Point il film che mi “guida” maggiormente.

Michelangelo Antonioni, Montagne incantate, I, stampa fotografica

GELN: Qual è un aspetto di Michelangelo Antonioni che il pubblico continua a non conoscere abbastanza e che invece meriterebbe di entrare nel racconto della sua figura?

EFA: Adesso mi sto battendo per far conoscere il Michelangelo pittore. Molti lo conoscono come regista, ma la sua opera pittorica è fondamentale.

Dopo una prima fase pittorica negli anni ’70, nell’ultimo decennio della sua vita — spinto anche da me, dato che non voleva più fare cinema — ha ricominciato a dipingere con coraggio straordinario, producendo capolavori fino a quindici giorni prima di morire.
Con queste opere abbiamo fatto una mostra a Roma, con un allestimento meraviglioso curato da Renzo Piano, e ora mi preparo a inaugurare una mostra a Parigi, in una galleria dal nome emblematico, Cinemà.

Comunque, ritrovare nuove scatole di opere inedite, come le sue Montagne incantate, è stata una gioia immensa.

GELN: La vostra passione comune per l’arte andava ben oltre il cinema. C’è un quadro, una mostra o un artista che rappresenta simbolicamente una tappa importante della vostra vita insieme?

EFA: Purtroppo non ce l’ho un quadro di Rothko. C’è questa frase che lui aveva scritto a Rothko che mi piace tanto: «Io e lei facciamo lo stesso mestiere, lei dipinge e io filmo il niente». Credo che sia l’artista, il pittore, che sicuramente Michelangelo abbia più amato.
Poi qui in Umbria siamo sempre stati circondati dall’arte: andavamo spessissimo a vedere Giotto ad Assisi, Benozzo Gozzoli, Perugino, Beato Angelico. Michelangelo s’incantava di fronte a queste opere gigantesche.

GELN: Dopo tanti anni trascorsi accanto a uno dei grandi maestri del cinema del Novecento, che cosa considera oggi il lascito più prezioso: i film, il metodo di lavoro, oppure il modo di guardare il mondo?

EFA: Tutto quanto. Ma soprattutto sono orgogliosa di aver imparato a guardare un po’ come guardava lui. Michelangelo non faceva mai lezioni di regia o di estetica, non ti diceva «devi fare così». Però, stando al suo fianco, ho assimilato il modo di riconoscere l’essenziale, di capire quali siano le cose che vale davvero la pena di osservare nel mondo.

Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci
Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, spesso nota con lo pseudonimo GEL, è nata a Pisa nel 1990. È curatrice d’arte indipendente e ha scritto per giornali e riviste di cultura e costume, tra cui POSH, Artribune, Arte In e Artuu Magazine. Collabora stabilmente, da più di dieci anni, con Inside Art. Ha curato mostre di artisti internazionali e sviluppato una ricerca rivolta in particolare alla nuova arte e alla fotografia contemporanea, con attenzione alle tematiche sociali, alla parità di genere e ai diritti. Ha inoltre collaborato con Istituti di Cultura e Ambasciate. Tra i progetti più significativi figurano la mostra personale di Angelo Dozio “Palmyra”, presentata nel 2017 presso il Padiglione della Repubblica Araba Siriana alla 57ª Biennale di Venezia, e diverse collaborazioni con gli Istituti Italiani di Cultura: la personale “Fluid Memories” (2019) di Marco Angelini presso Apteka Sztuki Gallery in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia; “La memoria delle forme” (2019) personale dello stesso artista al Palais des Rais – Bastion 23, realizzata in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia ad Algeri; la personale “Rhizomes” (2023) sempre di Marco Angelini presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia; e la personale di Andrea Pinchi “Il mito del sogno quotidiano” (2024) presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene.

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