Pacifico Silano porta il desiderio nel paesaggio pugliese: a Trullo Ulìa debutta “salt skin”

del

Tra fotografia, archivi queer e nuove immagini realizzate in Valle d’Itria, l’artista americano firma un progetto site-specific che riflette sul Mediterraneo contemporaneo, sull’abitare e sulla memoria.

Dal 19 luglio al 19 settembre 2026 Trullo Ulìa, residenza artistica immersa nella campagna di Ostuni, ospita salt skin, la nuova mostra personale di Pacifico Silano (New York, 1986). Un progetto nato durante un periodo di residenza in Puglia e sviluppato attraverso un dialogo serrato con il curatore e collezionista Michele Spinelli e con l’architetto che ha seguito la rigenerazione degli spazi della struttura, trasformando il luogo stesso in parte integrante della ricerca artistica.

Lontano dall’idea di una semplice esposizione ambientata in un contesto suggestivo, salt skin costruisce infatti un rapporto diretto con il territorio della Valle d’Itria. La luce intensa della Puglia, la terra rossa, il bianco dei trulli e delle architetture rurali, il sale che resta sulla pelle dopo il mare diventano elementi di una narrazione visiva che intreccia memoria, desiderio e identità, mettendo al centro il tema dell’abitare come esperienza fisica e affettiva.

Da anni Pacifico Silano è tra gli artisti più interessanti della scena fotografica internazionale per il suo lavoro sugli archivi queer. La sua pratica prende avvio da fotografie recuperate in riviste e pubblicazioni degli anni Settanta e Ottanta, immagini che vengono smontate, ricomposte e stratificate fino a perdere la loro funzione documentaria originaria, trasformandosi in dispositivi capaci di evocare nuove relazioni tra storia personale e memoria collettiva.

A Ostuni questa ricerca si amplia grazie alla produzione di un nuovo corpus di opere realizzate durante la residenza. Silano fotografa giovani uomini incontrati nella campagna pugliese e lungo la costa adriatica, adottando una grammatica visiva che richiama volutamente quella delle immagini d’archivio. Il risultato è un cortocircuito temporale in cui passato e presente convivono nella stessa superficie fotografica, rendendo difficile distinguere ciò che appartiene alla memoria da ciò che è stato appena vissuto.

Il Mediterraneo che emerge da salt skin non è quello della cartolina né quello del folklore. È piuttosto uno spazio attraversato da tensioni contemporanee, dove il turismo convive con l’intimità, il desiderio con la memoria e il paesaggio con il corpo. In questa prospettiva il corpo maschile, fragile e quotidiano, diventa parte integrante dell’ambiente, mentre l’architettura di Trullo Ulìa assume il ruolo di dispositivo critico capace di mettere in relazione arte, vita e territorio.

Pacifico Silano, Don’t Worry Baby, 2022, MONTI8, Installation view by Paolo Petrignani

Il progetto conferma l’interesse di Silano per la costruzione di narrazioni in cui la fotografia non è mai semplice rappresentazione, ma materia da manipolare per interrogare le modalità con cui le immagini contribuiscono a definire identità, appartenenze e relazioni. Una ricerca che negli ultimi anni gli è valsa una crescente attenzione internazionale, con mostre personali tra New York e Roma e la presenza delle sue opere nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York (MoMA).

La mostra è realizzata in collaborazione con la Galleria Monti8 e vede come institutional partner la Fondazione Pino Pascali, mentre media partner è L’essenziale Studio Magazine. A pochi mesi dalla collaborazione con Acne Studios per la collezione Primavera/Estate 2026, salt skin rappresenta un ulteriore tassello nella ricerca dell’artista americano, confermandone la capacità di utilizzare la fotografia come strumento per riflettere sulle trasformazioni della memoria e sulle nuove geografie del desiderio contemporaneo.

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