Da Ansel Adams a Diane Arbus, fino agli scatti contemporanei di Maryam Eisler e Alexei Riboud: una mostra racconta come il mito dell’Ovest continui a reinventarsi
Ho avuto la fortuna di parlarne con lei quasi per caso, l’anno scorso, a margine di una serata tra amici comuni – Clayton e Parker Calvert – quando mi raccontava di un viaggio attraverso il West americano e di una serie fotografica ancora in lavorazione. Allora erano soltanto immagini nella sua testa e qualche provino sul telefono. Vederle oggi appese alle pareti della galleria di 10 Corso Como è tutta un’altra storia.

La fotografa è Maryam Eisler, e le immagini fanno parte della mostra The New American West: Photography in Conversation, aperta dall’11 marzo al 7 aprile negli spazi della galleria milanese, in concomitanza con MIA Photo Fair BNP Paribas e inserita nel circuito OFF della fiera. Curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott, la mostra costruisce un dialogo serrato tra grandi maestri della fotografia americana del Novecento e due sguardi contemporanei: quello di Eisler e quello del fotografo Alexei Riboud.
Il punto di partenza è semplice e allo stesso tempo ambizioso: raccontare come l’idea stessa di “West” sia stata costruita, mitizzata e continuamente reinventata attraverso la fotografia nell’arco di quasi un secolo. Alle pareti scorrono così immagini di alcuni dei nomi più importanti della fotografia del XX secolo – da Edward Weston a Ansel Adams, da Paul Strand a Diane Arbus, passando per Lee Friedlander, Joel Meyerowitz, Robert Adams e molti altri – messe in relazione con fotografie realizzate nel 2024 durante un viaggio attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah.

È proprio questo dialogo tra epoche a rendere la mostra particolarmente intrigante. Da un lato ci sono le immagini che hanno costruito l’immaginario visivo del West: i paesaggi monumentali della fotografia modernista, la natura scolpita dalla luce, le grandi distese che nella storia della fotografia americana sono diventate quasi un simbolo nazionale. Dall’altro, invece, ci sono due autori contemporanei che tornano negli stessi luoghi senza l’ossessione di replicare quell’epica, ma con lo sguardo di chi cerca piuttosto di capire cosa resti oggi di quel mito.
Le fotografie di Maryam Eisler sono forse le più sorprendenti in questo senso. Nei suoi scatti si ritrovano alcuni degli stilemi classici del West – le dune del Texas, i paesaggi desertici, le architetture isolate – ma tutto appare leggermente spostato, quasi fuori asse. Accanto alla grande natura compaiono ritratti di artisti, di gente comune, di personaggi incontrati lungo la strada; figure sospese in un tempo indefinito, che sembrano appartenere a un’America parallela, lontana anni luce dalle metropoli delle due coste.
È un West autentico e al tempo stesso enigmatico: l’America delle strade infinite, dei motel, delle piccole città polverose, ma anche quella di una certa mitologia politica e culturale che continua a esercitare fascino sull’immaginario occidentale. Non l’America veloce e iperconnessa di New York o della California, ma quella più lenta, più isolata, quasi immobile, che sopravvive in queste lande immense e silenziose.

Diverso, e volutamente complementare, è lo sguardo di Alexei Riboud. Se Eisler lavora con un registro più cinematografico e psicologico, Riboud adotta invece una grammatica visiva molto più essenziale: composizioni rigorose, architetture isolate, paesaggi osservati con una distanza quasi contemplativa. I due fotografi hanno attraversato gli stessi territori ma senza mai condividere le immagini durante il viaggio, producendo così due interpretazioni radicalmente diverse dello stesso spazio.
Accostate ai capolavori storici della fotografia americana, queste immagini contemporanee funzionano come una sorta di lente critica. Non si limitano a citare il passato, ma lo riattivano, mostrando quanto l’idea di West sia sempre stata, in fondo, una costruzione culturale. Un luogo reale, certo, ma anche una proiezione: il teatro di un sogno fatto di libertà, reinvenzione, opportunità.
La mostra suggerisce proprio questo: che l’Ovest americano non è tanto un territorio quanto una domanda. Una domanda che ogni generazione di fotografi continua a riformulare. E se i grandi maestri del Novecento hanno trasformato quei paesaggi in icone della modernità americana, gli autori di oggi sembrano interessati piuttosto a esplorare le crepe di quel mito.

Guardando queste immagini viene quasi da pensare che il West continui a esercitare lo stesso fascino di sempre proprio perché non coincide mai con una definizione precisa. È un luogo fisico, certo, ma anche uno spazio mentale. Un paesaggio dell’immaginazione che la fotografia, da oltre un secolo, continua a interrogare e reinventare.




