Il designer veneziano classe 1994 racconta a Collezione da Tiffany la nascita di Fragile, il rapporto con Murano e la sfida di trasformare il vetro in un linguaggio contemporaneo, tra memoria, artigianato e collectible design.
C’è una nuova generazione di designer che guarda a Murano senza nostalgia, scegliendo di confrontarsi con una tradizione secolare non per replicarla, ma per metterla alla prova. Tra questi c’è Francesco Perruccio (Venezia, 1994), formatosi tra IUAV, Politecnico di Milano e le fornaci muranesi, dove ha approfondito le tecniche del vetro dopo un percorso che lo aveva già portato a confrontarsi con il product design, l’interior e il mondo del lusso.
Con il progetto Fragile, Perruccio ha costruito un linguaggio riconoscibile: lastre in vetro che diventano superfici narrative, attraversate da parole, incisioni e segni capaci di trasformare un materiale storicamente associato alla decorazione in uno spazio di riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla vulnerabilità. Un lavoro che unisce tecniche tradizionali muranesi a sperimentazioni contemporanee come casting, slumping e collage, collocandosi volutamente in quella zona di confine tra arte, design da collezione e ricerca materica.
Lo abbiamo incontrato per parlare del rischio che la fragilità diventi una moda, del rapporto con la tradizione di Murano e di un percorso che, senza inseguire le etichette, prova a restituire al vetro una dimensione narrativa capace di dialogare con il presente.
Giacomo Nicolella Maschietti: “Fragile” è un nome molto elegante per un concetto che nel design contemporaneo è diventato quasi una posa. Quanto è scelta poetica e quanto rischio di diventare una etichetta di mercato?
Francesco Perruccio: “Fragile” nasce prima come condizione che come estetica. È una parola che contiene tensione: tra controllo e perdita, tra forma e possibilità di rottura. Capisco il rischio di diventare una posa — oggi la fragilità è spesso narrata più che attraversata — ma per me resta un campo operativo. Non è un’etichetta da applicare agli oggetti, è più una lente che orienta il processo. Se mai diventasse solo un marchio, svuotato di conseguenze, significherebbe che ho perso il punto. Il significato è intrinseco nella parola stessa.
GNM: Il vetro di Murano è una delle tradizioni più codificate e protette al mondo. Tu lavori dentro quel perimetro o stai provando, di fatto, a forzarlo dall’interno?
FP: Lavoro dentro il perimetro perché è lì che il linguaggio è più denso, ma cerco di spostarne le soglie dall’interno, sperimentando ed applicando nuovi processi. La mia tesi durante l’Università è stata proprio il rapporto tra tradizione e sperimentazione. Oggi non mi interessa negare la tradizione, mi interessa metterla in tensione: rallentare certi automatismi, introdurre errori controllati, provare nuovi approcci, linguaggi, materiali, stili e correnti. Accettare le deviazioni, mantenendo Il rispetto che non è conservazione passiva, è capacità di far evolvere senza semplificare.
GNM: Le tue opere sembrano sospese tra oggetto d’arte e oggetto di design collezionabile. Ti interessa davvero tenere in vita questa ambiguità o è una fase destinata a risolversi in una direzione precisa?
FP: L’ambiguità mi interessa perché è produttiva: obbliga chi guarda a negoziare il proprio sguardo. Non ho urgenza di risolverla; anzi, credo che quella soglia sia uno spazio fertile. Se un giorno si chiarirà, spero non sia per una semplificazione, ma perché il lavoro avrà trovato una sua necessità più netta.
Ad oggi sto proseguendo maggiormente verso la strada di un Design collezionabile, che sappia lasciare un segno raccontando una storia attraverso le parole.
GNM: Quando si parla di “materia e memoria” nel design contemporaneo si rischia spesso un linguaggio molto autoreferenziale. Nel tuo caso, cosa impedisce che “Fragile” diventi solo un racconto su sé stesso?
FP: Il limite lo dà la materia stessa. Il vetro non perdona retorica: o funziona o cede. Questo vincolo tecnico mi obbliga a verificare ogni intenzione. Se un’idea non resiste al processo, sparisce. In questo senso, il lavoro si difende da solo: rimane ciò che ha una necessità strutturale, non solo narrativa. Mi piacerebbe farvi vedere quante lastre di vetro mi si sono rotte…
GNM: Se domani il mercato ti chiedesse di rendere “Fragile” più riconoscibile, più seriale e più vendibile, cosa sacrificheresti per primo: la libertà formale, la complessità concettuale o il controllo artigianale?
FP: Sacrificherei la libertà formale, ma solo fino a un certo punto. Posso lavorare su famiglie, serie, riconoscibilità; non posso rinunciare al controllo artigianale né svuotare il progetto della sua complessità. Se devo scegliere, preferisco che un oggetto sia meno “facile” ma rimanga necessario, piuttosto che diventare un segno ripetibile senza contenuto.
Dietro ad ogni lettera, parola, segno, voglio che permanga una storia da raccontare.







