L’elogio dello spazio fisico e del collezionista colto: il modello collaborativo di Tiziana Di Caro 

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La Galleria Tiziana Di Caro, situata nel cuore pulsante di Napoli, rappresenta da diciotto anni un avamposto di ricerca pura, radicale e orgogliosamente slegata dalle mode del momento. In seguito ad anni di formazione e lavoro sia in ambito pubblico che privato, ha deciso che il pubblico non faceva esattamente al caso suo. Dopo una ‘folgorazione giovanile’ e una solida formazione in storia dell’arte antica, Tiziana Di Caro ha scelto di affiancare allo studio degli artisti del passato – con i quali “non poteva avere scambi diretti” – l’urgenza del contemporaneo, forte anche di esperienze formative in colossi americani come Barbara Gladstone. La sua visione curatoriale predilige artisti capaci di spaziare tra diversi campi del sapere, dalla poesia alla musica, con un rinnovato amore per le pratiche più tradizionali come il disegno.

In questa intervista, Tiziana fa il punto sulla sua recente collettiva dedicata a quattro giovanissimi talenti napoletani, esplora la figura del collezionista ideale (più filantropo che speculatore) e riflette sull’importanza vitale di creare “reti” e scambi fisici tra colleghi galleristi, in aperta controtendenza rispetto alla frenesia delle grandi fiere internazionali. 

Le origini: dalla pittura spagnola a Barbara Gladstone 

Tiziana di Caro_Foto di Maurizio Esposito

GF: Partiamo dall’inizio: come nasce Tiziana Di Caro gallerista? 

TDC: Ho una formazione da storica dell’arte, sono laureata alla Sapienza di Roma con una tesi su un pittore spagnolo, Antonio Gonzales Velázquez, primo maestro di Goya. Un giorno ero a Madrid, all’Accademia San Fernando, e ho visto un suo ritratto fatto dal figlio. In quel momento ho realizzato che questo signore aveva finalmente un volto e ho pensato: “Io non posso conoscere tutta la vita di questo signore senza averci mai parlato”. Da lì la mia attenzione si è rivolta totalmente all’arte contemporanea. 

In più, avevo avuto una suggestione da ragazzina, quando la mia professoressa di Storia dell’Arte del Liceo mi consigliò di andare a vedere una mostra da Paola Verrengia a Salerno. Entrando dissi: “Io voglio un posto come questo”, anche se non avevo ben chiaro cosa accadesse in quel luogo, meno che mai che lì si vendessero opere d’arte. 

GF: E poi c’è stata l’intuizione imprenditoriale. 

TDC: A un certo punto si è insinuato mio padre, che era un industriale nel settore dei polimeri. Mi disse di provare a conciliare la tradizione d’impresa  con il mio interesse per l’arte, e io realizzai che l’unica cosa possibile era aprire una galleria. Prima però decisi di andare in America per uno stage e fui selezionata da Marian Goodman Gallery e Barbara Gladstone Gallery. Decidendo poi di vivere questa esperienza da Barbara Gladstone. Tornata in Italia, ho continuato a frequentare gli artisti e gli studi, entrando nel sistema, grazie anche al lavoro come assistente di Stefania Miscetti, attraverso la quale ho conosciuto un collezionista della cui collezione mi sono occupata per diversi anni. Da queste esperienze è nata la galleria, votandosi alla ricerca e alla produzione soprattutto degli artisti che all’epoca erano miei coetanei. 

La fuga dalle mode, il disegno e i giovani talenti 

GF: Qual è il filo rosso che collega gli artisti che scegli di rappresentare? 

TDC: Mi interessano gli artisti il cui lavoro afferisce a diversi campi del sapere, come la poesia, la letteratura, l’antropologia o la musica. Adesso, ad esempio, ho in mostra Renato Grieco, che è un compositore, e del quale proponiamo delle partiture che si presentano come codici, ma che di fatto sono dei veri e propri disegni. All’inizio mi interessava moltissimo anche la sperimentazione tecnica con i nuovi media, ma adesso devo dire che mi sono un po’ stancata. Credo ci sia un abuso di alcuni mezzi e la mia attenzione si sta focalizzando su pratiche più tradizionali come il disegno. Senza mai perdere di vista l’esperienze di ricerca e di sperimentazione.

GF: Ho visto che in galleria hai da poco inaugurato una nuova collettiva. 

TDC: Sì, include quattro artisti napoletani nati fra il 1990 e il 2001. C’è un giovanissimo, secondo me molto promettente, che si chiama Lorenzo Coletta, poi Luca Gioacchino Di Bernardo, l’unico di questo gruppo già rappresentato dalla mia galleria da anni, Renato Grieco (di cui ho già accennato prima) e Theo Drebel. Li stavo osservando da anni e ho trovato l’occasione per invitarli. Mi interessano perché sono posizioni estremamente ben connotate e strutturate, ma completamente fuori da qualsiasi logica convenzionale o moda. Mi piace che la loro ricerca sia pura e autentica. 

GF: Come riesci a far passare al pubblico questa ricerca così lontana dai trend commerciali? 

TDC: All’inizio è stato veramente complicato. Alcuni manifestavano difficoltà a capire quello che facessi. Però non potrei pensare a una ricerca diversa. Adesso è diventato una sorta di know-how: la gente sa che se individuiamo un artista, magari non avrà un mercato florido ed esplosivo nell’immediato, ma c’è dedizione, serietà e fascino della ricerca. Ho avuto molte soddisfazioni (acquisizioni museali, e partecipazioni a mostre istituzionali, non ultima la Biennale di Venezia) e ora la gente mi ascolta con grande curiosità e rispetto. 

Il collezionista colto e il rapporto con le fiere 

GF: Chi è il tuo collezionista tipo? 

TDC: Quello che non va necessariamente a tutte le fiere, e che frequenta le gallerie. Sono persone a cui tengo moltissimo: estremamente colte, e con loro condivido non solo il lavoro, ma un percorso intellettuale ed emotivo molto intenso, su tantissimi livelli. Sono collezionisti più votati all’aspetto filantropico che a quello meramente commerciale. 

GF: Eppure di fiere ne fai diverse. 

TDC: Faccio Artissima da sempre (anche se ho saltato la scorsa edizione), e lavoro molto in Francia, dove da poco ho fatto Paris International. Mi è capitato di fare Frieze Masters nella sezione Spotlight, presentando le artiste più anziane su cui lavoro in termini di archivio e riposizionamento. Arte Fiera, invece, la faccio continuativamente da pochi anni: per molto tempo mi sembrava meno affine al mio programma, ma è cambiata e ora sono contenta di farla perché a inizio anno è il luogo dove intercetti veramente tutto il pubblico e i colleghi italiani. 

La rete tra gallerie e il futuro 

Seconda edizione: QUÌ, DOVE CI INCONTRIAMO 2024 Per necessità di rappresentazione Nella foto: Federica Schiavo, Corrado Gugliotta, Tiziana Di Caro e gli artisti invitati (Igor Grubić, Shadi Harouni, Jiajia Zhang)
Foto di: Irene Guerrini

GF: Dove vedi la tua galleria tra 5 o 10 anni? 

TDC: La galleria non saprei, mentre io spero di stare su un’isola deserta a bere Margarita! (Ride, ndr). Scherzi a parte, sono abbastanza stanca in questo momento di ricercare compulsivamente nuovi artisti. Ho artisti con cui lavoro da 18 anni, da quando ho aperto, e vorrei continuare a focalizzarmi su di loro lavorando quanto più possibile sulle istituzioni. Non credo che la mia galleria crescerà espandendo tanto il roster, quanto consolidando ciò che ho costruito finora. 

GF: Prima parlavi dell’importanza di tornare a far vivere gli spazi fisici delle gallerie. 

TDC: Sì, in un momento di crisi nato dalle fiere che non andavano bene, ho ideato con le colleghe Federica Schiavo e Norma Mangione il progetto ‘Qui, dove ci incontriamo’. Ci siamo letteralmente scambiate le gallerie tra Napoli, Milano e Torino. Volevamo ricordare a tutti quanto è bello vedersi in galleria in una situazione calma e tranquilla. Una seconda edizione è stata fatta con Federica e Corrado Gugliotta de La Veronica. Un’esperienza di scambio è avvenuta anche con Nerina e Antoine di Ciaccia Levi. Di recente ho sviluppato progetti espositivi anche con Sirio Ortolani di Osart, come con Claudia Zunino e Francesco Pistoi di Lunetta11. Lavorare sulla stessa lunghezza d’onda, confrontarsi tecnicamente e ispirarsi l’un l’altro è un sistema in cui credo moltissimo. 

Galleria Tiziana di Caro

Consolidare le fondamenta: dalle istituzioni alle alleanze strategiche 

Il percorso tracciato da Tiziana Di Caro racconta l’evoluzione di una galleria che, raggiunta la maggiore età, sceglie di non cedere all’ansia dell’accumulo o della perenne espansione del proprio roster, puntando invece sulla solidità. Il suo sguardo al futuro non è rivolto alla ricerca estenuante di nuovi nomi da cavalcare, ma al consolidamento istituzionale degli artisti che accompagna da diciotto anni. Emerge con forza, inoltre, un modello di business estremamente attuale e necessario per le medie imprese dell’arte italiana: la creazione di sinergie e alleanze fisiche tra colleghi galleristi. Progetti come “Qui, dove ci incontriamo” non sono solo alternative alle fiere, ma manifesti programmatici di un mercato che ha bisogno di ritrovare il tempo lento dell’osservazione, il confronto onesto tra professionisti e il ritorno di un collezionismo intellettuale e appassionato. 

Gino Fienga
Gino Fienga
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