Collezionare non basta: quando una raccolta diventa un progetto culturale
Con PROGETTO LUDOVICO, Lorenzo Perini Natali ha scelto di superare il ruolo tradizionale del collezionista per costruire una piattaforma dedicata alla ricerca, alla produzione artistica e al dialogo tra istituzioni, artisti e pubblico. Per Collezione da Tiffany il racconto di una nuova generazione di collezionisti che non si limita più ad acquistare opere, ma prova a generare cultura.
C’è una differenza sostanziale tra acquistare arte e costruire una collezione. La prima è un’azione. La seconda è un linguaggio. Un lessico personale fatto di scelte, rinunce, intuizioni, errori e, soprattutto, di tempo. È proprio il tempo, infatti, a trasformare una sequenza di opere in qualcosa che assomiglia a un autoritratto.
Negli ultimi anni il collezionismo italiano sta vivendo una trasformazione profonda. Accanto ai grandi protagonisti storici sta emergendo una nuova generazione che guarda all’opera d’arte in modo diverso: non soltanto come patrimonio da custodire o investimento da valorizzare, ma come occasione per creare relazioni, sostenere la ricerca e contribuire attivamente alla crescita del sistema. È una figura di collezionista meno silenziosa, meno autoreferenziale e decisamente più partecipativa.
Tra i nomi che meglio rappresentano questa evoluzione c’è Lorenzo Perini Natali. Toscano, con un passato professionale lontano dal mondo dell’arte ma fortemente influenzato dall’estetica dell’industria manifatturiera, dei cantieri navali di Viareggio e della tradizione cartaria lucchese, Perini Natali ha costruito negli anni una raccolta caratterizzata da una precisa coerenza visiva e concettuale. Una collezione che non rincorre le mode né le classifiche di mercato, ma segue un percorso riconoscibile, guidato da un gusto personale maturato attraverso studio, osservazione e confronto.

Nel 2021 questa esperienza ha trovato una naturale evoluzione nella nascita di PROGETTO LUDOVICO, piattaforma indipendente dedicata alla promozione dell’arte contemporanea, intitolata al figlio nato proprio nello stesso anno. Una scelta che racconta molto della filosofia che anima l’iniziativa. Se costruire una collezione significa dare forma a un pensiero, fondare un progetto culturale equivale quasi a generare una nuova possibilità di dialogo. Non a caso PROGETTO LUDOVICO non si limita a sostenere gli artisti attraverso l’acquisizione delle opere, ma accompagna produzioni, mostre, collaborazioni con istituzioni e occasioni di confronto, mettendo il collezionista al centro di una rete culturale sempre più articolata.
È un approccio che riflette anche i cambiamenti del sistema dell’arte contemporanea. In un mercato attraversato da profonde trasformazioni, con fiere chiamate a ripensare il proprio modello e gallerie impegnate a ridefinire il rapporto con i collezionisti, emerge la necessità di nuove figure capaci di costruire valore non soltanto economico, ma culturale. Figure che scelgono di investire tempo, idee e responsabilità oltre che risorse.
Perini Natali appartiene a questa generazione. Frequenta le principali fiere internazionali, osserva con attenzione l’evoluzione del mercato, ma continua a difendere un principio tanto semplice quanto controcorrente: il gusto personale viene prima dell’investimento. Una posizione che può sembrare romantica in un’epoca dominata dalla ricerca del rendimento, ma che forse rappresenta proprio l’antidoto più efficace contro un collezionismo omologato e privo di identità.
In questa nuova puntata di Citofonare Nicolella abbiamo voluto approfondire il pensiero di un collezionista che ha scelto di non fermarsi all’acquisto delle opere. Con Lorenzo Perini Natali abbiamo parlato di responsabilità culturale, di mercato, di nuove generazioni, del ruolo delle gallerie e delle fiere, ma soprattutto di ciò che rende una collezione qualcosa di più di un insieme di opere: la capacità di raccontare una storia e, forse, di lasciare un’eredità che vada oltre il semplice possesso.
Perché le collezioni più importanti non sono necessariamente quelle che valgono di più. Sono quelle che, osservandole, permettono ancora di riconoscere la persona che le ha costruite.
Giacomo Nicolella Maschietti: Lorenzo, molti comprano arte, pochi costruiscono davvero una collezione. Qual è stato il momento in cui hai capito che la tua passione stava diventando una responsabilità culturale?
Lorenzo Perini Natali: Dopo i primi anni di collezionismo e dopo che il mio gusto ha cominciato a strutturarsi, processo a mio avviso non immediato e che richiede consapevolezza, impegno e ricerca, ho semplicemente sentito un genuino bisogno di condividere qualcosa in cui credo, di rivolgerlo all’esterno. La collezione è qualcosa di molto personale, per alcuni intimo e inaccessibile. Volevo rompere questo muro.
Ho trovato molta soddisfazione in questa sinergia: progettare mostre, sostenere gli artisti, collaborare con istituzioni e al tempo stesso acquisire opere. Trovo che attraverso questo processo si crei davvero un linguaggio, un’identità.

GNM: Hai dato a questa piattaforma il nome di tuo figlio, Ludovico. Quanto c’è di padre e quanto di collezionista nella nascita di Progetto Ludovico?
LPN: Ho fondato PROGETTO LUDOVICO l’anno in cui è nato il mio primo figlio, il 2021. Ci dev’essere qualcosa che ha molto a che fare con la creazione, un po’ come mettere al mondo una vita. Immagino che la paternità abbia fatto scattare in me questo istinto inatteso. La scelta del nome è stata una conseguenza naturale.
Sul piano del collezionista, credo che il processo sia simile. Costruire una collezione ha molto in comune con la creazione. Si dice che i curatori siano artisti mancati. Trovo che per i collezionisti il meccanismo non sia tanto diverso, con una serie di implicazioni aggiuntive che meriterebbero un’analisi a parte.

GNM: Frequenti le principali fiere internazionali e osservi il sistema dell’arte da vicino. Quali sono oggi gli errori più comuni dei giovani collezionisti e quali invece le opportunità che pochi stanno cogliendo?
LPN: Ho sempre avuto un gusto e un focus ben preciso nella mia collezione, che senza dubbio è stato influenzato dal mio passato nel mondo dell’industria, ben prima che dai miei studi in ambito artistico. Sono nato e cresciuto tra Viareggio, circondato dai cantieri navali, e Lucca, nel mondo dell’industria cartaria.
Penso che il vissuto e le contaminazioni visive a cui siamo sottoposti siano centrali per la formazione del proprio gusto, delle cose dalle quali siamo attratti.
Quello che noto spesso in altre collezioni è l’assenza di un vero percorso, o meglio di un’identità. Questo spesso accade quando i collezionisti non si fidano del proprio istinto, oppure hanno paura di commettere errori perché troppo legati a un’idea di investimento. Di conseguenza tendono a seguire le mode. Da una parte è comprensibile, dall’altra questo porta a collezioni estremamente dispersive.
Non possiamo prevedere il futuro e il mondo dell’arte è, spesso, davvero imprevedibile. Se però è il nostro gusto personale a guidare le nostre scelte, difficilmente ci pentiremo.
Diverso ancora è il caso dei collezionisti che non hanno un gusto, e che in qualche modo decidono di esserlo perché attratti da un sistema magnetico ed esclusivo o, di nuovo, dalla possibilità del profitto. Le collezioni frutto di questo approccio si vedono sempre: senz’anima, noiose.
Detto questo, ogni acquisizione è, per sua natura, un’opportunità. Per un proprio arricchimento personale, perché ci rende felici guardarla, ci si trova qualcosa di noi solo per il fatto di averla scelta. Ci tiene compagnia, vive con noi. Se poi un domani, per qualche ragione, ce ne separeremo, significa che era un capitolo destinato a chiudersi, oppure evolversi.
GNM: Con Progetto Ludovico hai scelto di sostenere ricerca, produzione e dialogo con gli artisti. Perché, secondo te, oggi il collezionista non può più limitarsi ad acquistare opere?
LPN: In realtà, penso che il collezionista possa limitarsi ad acquistare opere. Semplicemente, per le ragioni espresse, non è il mio caso.
GNM: Se tra vent’anni Ludovico ti chiedesse quale sia stata la vera eredità che hai voluto lasciargli attraverso questo progetto, cosa vorresti poter rispondere?
LPN: Abbiamo visto tante collezioni andare all’asta in seguito a passaggi generazionali. Mi chiedo spesso perché, in molti eredi, non rimanga un legame affettivo alla collezione, che in fondo parla di chi l’ha costruita, come se un po’ fosse ancora lì.
Penso sia dovuto al fatto che la raccolta di opere fine a se stessa, più legata al possesso, al godimento personale senza condivisione, a volte non faccia sentire coinvolti i propri affetti.
A me piace pensare che il mio essere “attivo” anche sul piano culturale sia un’apertura all’esterno che verrà percepita anche e soprattutto dai miei figli. Spero che avranno la stessa curiosità verso questo mondo e che sapranno cogliere le innumerevoli occasioni di arricchimento personale offerte dal sistema dell’arte.
GNM: In che condizione versano fiere e gallerie, dal tuo punto di vista?
LPN: Penso che il modello tradizionale di fiera stia attraversando un momento difficile, dovuto alla forte concorrenza data dal numero di fiere esistenti. Una proposta eccessiva a fronte della presenza, non in crescita, dei collezionisti.
Mi rendo anche conto che le gallerie sono attualmente in difficoltà, perché i compratori non sono più disposti a sottostare a certi meccanismi di compravendita diffusi fino a qualche anno fa. Mi riferisco alle promesse di investimenti e realizzo su nomi emergenti, poi mai difesi, al tacito vincolo all’acquisto degli autori più svariati per essere degni di accedere agli artisti principali, all’altrettanto tacito veto di poter disporre (e quindi vendere) i lavori acquistati per non “inquinare” il mercato, per poi vederli deprezzati se non spariti un anno dopo. Credo che, alla lunga, il collezionista si sia sentito poco tutelato, quindi meno stimolato all’acquisto.
Tornando alle fiere, trovo comunque molto interessanti alcune realtà nate negli ultimi anni, come Basel Social Club, che è forse la fiera che preferisco al momento, o Paris Internationale (a Parigi e Milano), di cui personalmente amo molto l’estetica. Sono concept nuovi di fiera che, negli ultimi hanno, hanno portato freschezza in un sistema white cube in vigore da troppo tempo..
Lo stesso vale per le gallerie: quelle che avranno maggior successo saranno quelle che sapranno adattarsi ai cambiamenti, collaborare con diverse realtà e in modo più dinamico, e così attirare nuovo pubblico. In fondo le generazioni cambiano ed è fondamentale cambiare con loro.







